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Selvaggi, il ritorno alla natura di George Monbiot

L'edizione italiana di "Feral" è un viaggio dell'autore alla ricerca del sé selvaggio e nell'immaginare un mondo dove la natura riprende il sopravvento. Ma l'essere umano è ancora lì.

LIBRI – A volte basta uscire dalla città, organizzare un bel fine settimana tra le montagne con qualche camminata più impegnativa, di quelle che richiedono attenzione ai sentieri e saper magari orientarsi in caso di bisogno, per sentirsi subito in armonia con la natura. Sembra sufficiente quella breve pausa dalla quotidianità per ritrovare – almeno in apparenza – il legame perduto con la natura e farne scorta, sentirsi a posto fino alla gita seguente.

Ma è tutto qui il rapporto che possiamo concederci oggi con il nostro io “selvaggio”? Un’incursione di qualche ora nei ritagli di tempo, magari a ritmi serrati, senza avere la voglia o la pazienza di fermarsi per cercare di avvistare i veri abitanti dei boschi che frequentiamo o sentire i richiami degli uccelli che pescano dove noi andiamo a nuotare e pagaiare. O ancora, senza il coraggio spesso sottovalutato – ma altrettanto spesso sostituito da avventatezza – che richiede avventurarsi in quei luoghi dove vivono specie che potrebbero attaccarci. Incontri che possono finire male, perché ci avventuriamo in casa d’altri pensando d’essere nella nostra.

Se per qualcuno no, questo approccio alla natura non è sufficiente affatto, il desiderio umano di selvaggio è per altri ridotto e del tutto appagato dall’andare a nutrire le anatre al lago. È questa la visione – testuali parole – di un descrittivo, nostalgico e malinconico George Monbiot nel suo libro “Selvaggi. Il rewildling della terra, del mare e della vita umana” (Piano B Edizioni, 2018, 301 pagine 17,90€) l’edizione italiana di “Feral“, pubblicato per la prima volta nel 2013. Monbiot è un giornalista e ambientalista britannico molto noto per i suoi contributi sul Guardian, dove è tuttora editorialista, e per il sempre brillante punto di vista sulle questioni legate all’ambiente e alla nostra presenza e impatto su di esso.

Ritorno in natura da selvaggi

Ma cos’è questo rewildling, prima di tutto? La reintroduzione di specie che spesso sono assenti da tempo – tra i più famosi esempi ci sono i lupi di Yellowstone negli Stati Uniti – per ripristinare intorno a loro l’intero ambiente, ricostruendo rapporti ecologici perduti e favorendo il ritorno, conseguente, di altre specie connesse a quella reintrodotta. È un argomento ampio, affascinante, ma che da tempo mantiene accesa la discussione tra gli scienziati che si occupano di conservazione. Non si tratta di prendere una manciata di animali e liberarli lasciandoli al proprio destino, come ingenuamente si potrebbe pensare, perché al pari di qualsiasi altro progetto di conservazione va studiato, pianificato, valutato e pesato per mille incognite diverse. Reintrodotti gli animali il rewildling non finisce, è appena iniziato. E può anche andare diversamente dal previsto.

Nel 2016 un saggio pubblicato su Current Biology esponeva tutti i dubbi su questo approccio alla tutela e ripristino della natura. Si chiedevano, gli scienziati, che ne sarà degli animali protagonisti di rewildling falliti? O ancora, “se i turisti vanno a vedere in Kansas un animale che prima sarebbero andati a vedere in Sudafrica, come si colloca la perdita economica in un piano di conservazione?”. Pensare che un animale stia bene oggi dove stava bene decine di anni fa, come se l’ambiente fosse rimasto immutato e immobile, non è forse un controsenso della stessa idea di rewildling, dove parte del “ritorno” è affidata alla capacità stessa dell’ambiente di ricostruire e riconquistare ciò che ha perduto o gli è stato sottratto?

Del tema abbiamo parlato approfonditamente, ma nel libro Monbiot racconta la sua personale visione al riguardo e come lui affronta nel quotidiano il bisogno di ritorno alla natura, se così si vuol chiamarlo.

Il punto di partenza è stato abbandonare la città e recarsi non in Amazzonia bensì… in Galles. Ed è da subito una riflessione che possiamo fare tutti, di come un primo passo sia forse lasciare le comodità della città e dimenticare la visione “idilliaca” di campagna rilassante per affrontare tutto ciò che in realtà va controllato laddove il cemento non abbia soffocato il terreno. Ma non c’è tregua neppure in campagna, perché nel Galles ciò che resta di molti ambienti, dice Monbiot, è il deserto lasciato da eserciti di pecore che hanno impoverito il terreno brucandolo fino all’osso.

Da qui si inizia, togliendo alle attività agricole i terreni devastati per lasciarli riprendersi, per lasciare che si ricoprano di alberi e convertire la stessa attività degli allevatori a una sorta di operatori del turismo responsabile. Un po’ come quando si sensibilizzano le comunità che tradizionalmente sfruttano animali a rischio, come gli squali, per avvicinarle ad attività sostenibili (si spera) come il wildlife watching. Un animale selvatico vivo vale più di uno morto.

L’autore da subito guarda con nostalgia – e forse come a una scintilla del suo desiderio di ritorno alla natura – l’esperienza vissuta in gioventù nelle comunità indigene delle foreste pluviali in Brasile, minacciate dalle attività estrattive, dove ogni sua scala di valori, di esperienza, di rapporti umani è stata cambiata radicalmente. Rientrato a casa, la domestica realtà di tutti i giorni era vuota e gli sembrava di limitarsi a “scalfire” la superficie della vita. Ed è questa sensazione che Monbiot cerca nel suo lettore, perché è questo il lettore che può superare riflessioni a volte fin troppo ampie sul vivere il momento nella natura, sul lasciarsi andare.

Il selvaggio fuori e dentro di noi

Conoscendo – come le conosce peraltro l’autore – le difficoltà moderne della conservazione delle specie, si ha l’impressione a volte leggendo che la sua idea di rewildling raccontata in Selvaggi non sia tanto un documentato e concreto approccio al ripristino ambientale, perché di molte idee manca in apparenza l’applicazione pratica e la realizzazione sembra anche ai più inesperti piuttosto ardua se non parecchio audace.

Forse, una sensazione che prosegue andando avanti con le pagine, il rewildling di Monbiot è più la ricerca di un “selvaggio sé” perduto che una concreta speranza di recupero ambientale. È la ricerca di quella boccata d’aria fisica e mentale che si ha arrivati in cima a una vetta molto alta, galoppando su una collina o immergendosi in condizioni estreme, ma portata al massimo, con  forse un po’ di adrenalina. È la ricerca dell’essere nel bosco in balia – ma non detto con accezione negativa – di tutti i rischi che il trovarsi fuori dalla propria comfort zone comporta, o ancora meglio, all’esplicita ricerca di quei rischi.

Così la natura in cui si recupera il sè selvaggio può certamente sostenere Monbiot e il suo kayak, può sostenere una manciata di esseri umani alla ricerca dell’esperienza che scavi un solco nella loro vita “scalfita” appena dalle passeggiate in campagna, ma difficilmente si concilia davvero con la presenza e il numero umano. Convertire attività agricole in turismi eco-friendly non è semplice quanto appare, come inconciliabile con l’idea stessa di wilderness è riempire i territori riconquistati con il rewildling di umani alla ricerca del sè selvaggio. Che contatto con la natura più profonda vi può essere laddove sia fiorito un importante (perché risultato di attività intensive ri-convertite) turismo?

Si ha a tratti l’impressione che il viaggio di Monbiot nella scrittura del libro, con il rewildling come argomento “più affascinante che abbia affrontato”, sia appunto una ricerca del sé e un filo da seguire per chi condivida con l’autore la sensazione di voler avere a che fare più in profondità con l’ambiente, ma forse frenato da – razionali e ragionevoli – dubbi sulle sue capacità di sopravvivenza o altri limiti non si senta di uscire allo scoperto, di affrontare quell’into the wild che abbiamo ripetuto come frase fatta così tante volte da svuotarlo del suo significato.

Selvaggi, dove Monbiot a tratti è fin troppo descrittivo e immersivo nel raccontare le sue esperienze per coinvolgerci, non sempre sembra incentrato sull’“immaginare un mondo migliore” per poterlo creare come scrive Thom Yorke. Ciò che ci porta a immaginare, risultato che cambierà ovviamente di lettore in lettore, sembra più che altro un “sé” migliore, che trova il coraggio di fare un passo indietro e approcciare la natura come non ha mai osato prima, pur volendolo fortemente, e forse diventa così meno ipocrita nel suo tornare, dopo il tuffo nella natura, comunque alla comodità di una casa che non è una capanna né si trova nel bel mezzo della foresta pluviale brasiliana.

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Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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