CULTURA

Salvare gli archivi video, custodi trascurati della cultura europea

Come si può proteggere, riorganizzare e aprire al pubblico il patrimonio audiovideo europeo?

CULTURA – È il giorno di ferragosto, una Giulietta Spider sfreccia a tutta velocità attraversando una Roma deserta. L’uomo al volante cerca disperatamente un telefono e finirà per incontrare uno studente con cui passerà i successivi due giorni, viaggiando per le strade dell’Italia del boom economico in vacanza, un paese spensierato lanciato verso il successo, in cui convivono la paura della guerra atomica e il sogno dei viaggi spaziali.

Crediti immagine: Pixabay

L’anno è il 1962 e questa è la storia de “Il sorpasso”, celebre film di Dino Risi interpretato da Vittorio Gassman che riesce a raccontare in modo efficace, precorrendo i tempi, un’epoca italiana importante. La pellicola di Risi è stata presto riconosciuta per la sua forte potenza evocativa dei costumi e della cultura italiana degli anni ’60. Più di recente, la stampa originale è entrata nei più importanti laboratori di restauro come l’Immagine Ritrovata di Bologna, per essere proiettata con rinnovato vigore grazie alle tecnologie 4k. Le cure di cui ha beneficiato questo film sono certo il frutto di un enorme successo che ne fanno un vero cult, annoverato dal Museo d’Arte Moderna di New York tra i capolavori europei. La storia della conservazione e recupero del Sorpasso, come di molti altri film culto – per esempio “Il Gabinetto del Dottor Caligari”, digitalizzato dalla Friedrich Wilhelm Murnau Foundation – è tuttavia un caso relativamente eccezionale e fortunato.

Gli archivi audiovisivi italiani ed europei custodiscono infatti una quantità sterminata di film, documentari, trasmissioni radio e televisive, registrati su supporti di diversa natura che potrebbero raccontare molto della storia moderna dell’Europa, della nostra cultura. Questa ricchezza, tuttavia, non viene valorizzata come meriterebbe. Alle arti e alla scienza dell’immagine viene dedicata attenzione, ma, nel complesso, gli sforzi fatti dai (pochi) addetti ai lavori rischiano di risultare vani.

Salviamo in fretta gli archivi: l’EU chiama a raccolta i suoi tecnici

Secondo il report “Digital Agenda for European Film Heritage”, frutto di uno studio  pubblicato qualche anno fa dalla Commissione Europea, la gran parte delle istituzioni dedicate alla conservazione di documenti video non si sta attrezzando per digitalizzare il materiale che custodiscono. Da allora poco è cambiato, o comunque non in modo adeguato per la salvaguardia e, soprattutto, per la fruizione di questo tipo di patrimonio intangibile. Secondo i dati più aggiornati, circa un milione di ore di filmati e di audio non hanno la possibilità di essere avvicinati dai cittadini europei. Nel frattempo, su questi preziosi documenti incombe il rischio di un degrado irreparabile dei supporti su cui sono memorizzati – problema nato con il cinema stesso e che non potrà mai trovare una soluzione definitiva, se non una cura continua e costante come per altre tutte le altre opere d’arte.

Per risolvere questa situazione, il prossimo settembre l’European Broadcasting Union (EBU) riunirà a Bruxelles archivisti e specialisti di new media, insieme a esponenti del mondo politico, provenienti da tutta Europa. Tecnici e politici dovranno discutere delle nuove, urgenti strategie da mettere in atto al fine di proteggere, riorganizzare e aprire al pubblico il patrimonio audiovideo europeo. Leitmotiv della conferenza saranno le tecnologie più innovative, utili per utilizzare al meglio queste collezioni e per aggiornare le pratiche delle istituzioni e delle organizzazioni che se ne occupano, anche a scopo educativo, non solo di intrattenimento.

Una nuova immagine per gli archivi dell’immagine

Per salvare archivi di questo tipo, tra i i primi luoghi della cultura a essere a rischio in momenti di incertezza economica, secondo gli esperti europei è necessario ripensarli in toto e ridare loro un certo appeal. Bisogna cioè passare dall’idea diffusa di archivio inteso come “magazzino” a quella di una fonte di conoscenza viva, al pari di un museo, fruibile anche a distanza. Un pubblico e il desiderio di luoghi della cultura di questo tipo non mancano. Solo sulla piattaforma online European Film Treasure – progetto finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Media, con un successo altalenante, poi passato su Arte.tv – dal 2009 sono stati visionati più di due milioni di film.
L’obiettivo affidato ai conferenzieri di Bruxelles non è affatto semplice, sebbene sia stato già affrontato a più riprese in passato ma forse senza mai contare su una visione realmente “comunitaria”. Si tratta di rimettere ordine in un comparto culturale complesso, tenendo a mente due punti critici: il degrado dei supporti, più o meno veloce, e un adeguamento all’evoluzione dei new media, sempre più veloce.

Le sindromi della settima arte

Le primissime pellicole in nitrato di cellulosa erano supporti altamente infiammabili, e se accatastate in modo maldestro in ambienti umidi e caldi potevano dar vita e vere e proprie esplosioni. Questo pericoloso “effetto secondario” delle prime proiezioni è stato ricordato spesso in scene piuttosto famose di un cinema più moderno, ed è una minaccia che continua a incombere ancora oggi. Abbiamo già subito la perdita della quasi totalità delle prime pellicole del muto – si è salvato dal degrado del nitrato di argento solo circa il 10%. Sulle pellicole in acetato di cellulosa, sostituto dell’incendiario nitrato introdotto negli anni’50, grava un’altra malattia, la sindrome dell’aceto, che scioglie letteralmente i film originali rendendoli inutilizzabili. Anche i nastri audio soffrono di un problema analogo, la sindrome dell’incollamento. I restauratori della Cineteca di Bologna, di Cinecittà, dell’archivio francese CNC e altri in Europa, conoscono ormai bene i trucchi per contenere i giusti livelli di temperatura, umidità, esposizione alla polvere, per  evitare così danni altrimenti irreparabili. Per conservare i film e le tracce audio, dopo aver restituito un’integrità fisica e chimica alle pellicole, lo step successivo è quello di riversare tutto in digitale, rispettando quanto più possibile i colori e la grana originali. Allo scopo si utilizzano degli scanner, oggi ad alta risoluzione 4k, che restituiscono un file per ogni fotogramma.

Fermare il degrado, un problema non solo analogico

Al contrario di ciò che si può pensare, i supporti digitali non godono di un’obsolescenza minore rispetto a quelli fisici. Anzi, in un certo senso, su tempi lunghi, questa può addirittura essere più pesante. Non è solo un problema legato al possibile invecchiamento dei nuovi supporti che, sebbene più resistenti come i polimeri di nuova generazione, non sono comunque inattaccabili o eterni. Il grattacapo più fastidioso per gli archivisti del digitale riguarda infatti l’obsolescenza del formato del file, che dovrebbe rispettare degli standard tali da poter essere letto senza problemi anche in futuro. Se oggi usiamo un certo formato per i file video – così come per i comuni file .pdf, per esempio – non è detto che tra dieci o vent’anni i lettori saranno ancora in grado di decifrarlo. È importante quindi riuscire a memorizzare le informazioni nel formato che avrà maggiore possibilità di sopravvivere nel tempo, e che possa veicolare correttamente tutti i metadati necessari all’archiviazione. L’UE si è intanto preoccupata di stabilire degli standard di riferimento, consultabili su una piattaforma dedicata, ma non tutti gli istituti hanno deciso di adottarli (a conferma della frammentarietà di questa rete culturale). Ad ogni modo, ogni archivio dovrebbe comunque essere dotato di un proprio “linguaggio interno”, per gestire agilmente i tanti file tramite metadati.

L’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione del Consiglio nazionale delle Ricerche (ISTI-CNR) è impegnato da diversi anni proprio in questo sforzo, per  migliorare l’interoperabilità e l’accesso ai contenuti. In particolare, l’ISTI-CNR ha partecipato a uno dei più interessanti progetti europei di consultazione del patrimonio cinematografico, l’European Film Gateway.

Gli archivi aprono al digitale ma fanno poca “rete”

Secondo l’ultima edizione delle raccomandazioni comunitarie in merito al Film Heritage, in Europa sono attivi circa cento Istituti per la Conservazione dei Film, i quali sopravvivono grazie a fondi risicati, scarso personale dedicato (una media di una decina per istituto) e per cui le donazioni di pellicole da privati sono ancora una fonte vitale per allargare gli archivi. Nondimeno, vengono comunque raggiunti risultati interessanti. Ogni istituto ha al suo attivo un sito web che spesso, non sempre, è riferimento per la consultazione online, anche con progetti specifici, come è successo con la piattaforma Cinecult in Francia, il Lithuanian Documentaries on Internet o con le proposte in continuo aggiornamento del nostro Archivio Luce.

Tra le poche, interessanti e più importanti esperienze “di squadra” degli ultimi anni c’è proprio l’European Film Gateway a cui ha preso parte il CNR. Pensato e avviato dall’Association des Cinémathèques Européennes (ACE) e dall’Europeana Foundation, il progetto ha riunito, tra il 2008 e il 2011, 21 partner, tra cui 15 archivi e cineteche, per la realizzazione di un portale capace di sostenere l’accesso l’accesso a più di 700.000 oggetti digitalizzati come fotografie, poster, documenti di censura, film rari, documentari e cinegiornali. Come si legge sul  sito del progetto, “EFG si rivolge non solo ai ricercatori appartenenti alla comunità scientifica, ma anche a tutto il pubblico interessato, e offre uno sguardo dentro e dietro le quinte della cinematografia europea, dagli esordi fino ai giorni nostri”. EFG del resto è parte di Europeana.ue, la collaudata vetrina digitale del patrimonio culturale e scientifico europeo, dove è possibile fare ricerche intermediali all’interno di milioni di oggetti digitali forniti da musei, gallerie d’arte, biblioteche, archivi tradizionali e audiovisivi di tutta Europa, tra materiali ben noti e chicche più rare.

Più di recente, tra le European Heritage Stories, le “storie di conservazione” raccolte negli ultimi mesi nell’ambito dell’Anno del Patrimonio Culturale, figurano alcune nuove buone pratiche dedicate alla tutela dei documenti video e alla diffusione della cultura comunitaria attraverso essi. Per esempio, dai villaggi del Kvinnherad in Norvegia, arriva un progetto che coinvolge gli studenti delle scuole secondarie per raccontare, forti della consultazione di documenti d’archivio e della produzione di cortometraggi, come siano cambiati radicalmente, negli ultimi sessant’anni, i paesi di quella zona e i loro cittadini.

Archivi e cineteche europee hanno tuttavia ancora strada da fare per diventare un riferimento al pari di solidi comparti museali. Film come “Il sorpasso”, o documentari come “L’Italia vista dal cielo” di Folco Quilici, da soli, non bastano più a raccontare i tanti cambiamenti delle nostre società.

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