SALUTE

Alcol: l’unico livello sicuro per la salute è non berne

Quanto alcol posso bere? Secondo la revisione più ampia condotta sui rischi per la salute, anche un consumo minimo è dannoso. E ogni anno quasi tre milioni di persone muoiono a causa del consumo di alcol.

SALUTE – Periodicamente sentiamo citare studi sulle conseguenze del consumo di alcol sulla salute. Se da un lato è chiaro che abusare di sostanze alcoliche può portarci a vivere di meno e peggio, non è così semplice stimare l’impatto reale del consumo di alcol in dosi contenute sulla salute di una popolazione.

Le ragioni sono di diversa natura: studiare gli effetti dell’alcol sulla salute dell’organismo e quelli sulla salute di una popolazione richiede metodi differenti. Nel secondo caso siamo all’interno di una prospettiva di salute pubblica, che richiede un approccio non solo medico ma prima di tutto epidemiologico, che tenga conto di tutti i fattori che possono influenzare una stima.

Un esempio è stimare l’impatto del turismo sul consumo di alcol di un certo paese, elemento quasi mai considerato all’interno di studi di questo tipo – ma che assume un ruolo importante se il turismo è massiccio -.

Crediti immagine: Pixabay

I risultati pubblicati da The Lancet nei giorni scorsi sono uno spartiacque. Sia dal punto di vista metodologico – in particolare per confrontare i diversi paesi – ma anche per quanto riguarda ciò che suggeriscono di fare. La conclusione degli autori è molto secca: il rischio di mortalità per tutte le cause (e in particolare per cancro) aumenta con l’aumento dei livelli di consumo.,

Soprattutto, non esiste un livello minimo di consumo completamente sicuro. Esattamente come accade per il fumo, anche bere poco ha conseguenze importanti per la salute.

Nel 2016, il consumo di alcol ha portato a 2,8 milioni di morti ed è stato il principale fattore di rischio per morte prematura e disabilità tra le persone di età compresa tra i 15 e i 49 anni. È stato la causa di circa il 9% degli anni di vita in salute persi nei giovani uomini, oltre il 2% nelle giovani donne.

Il consumo di alcolici è stato classificato come il settimo principale fattore di rischio per morte prematura e disabilità nel 2016, ma fra i 15-49 enni ha guadagnato addirittura il primo posto. Tra le donne con meno di 49 anni l’alcol ha causato il 3,8% delle morti, oltre il 12% tra gli uomini dello stesso gruppo d’età.

Gli autori si rifanno ai dati provenienti dal Global Burden of Disease del 2016, sulla base del quale hanno generato stime sul consumo di bevande alcoliche, sulle morti attribuibili a questa abitudine e sugli anni di vita persi in 195 paesi dal 1990 al 2016 per entrambi i sessi e considerando gruppi di età molto segmentati della popolazione.

Nel 2016 oltre il 32% degli abitanti del pianeta (il 25% delle donne e il 39% degli uomini) consumava abitualmente alcol, una media di 0,73 drink al giorno per le donne e 1,7 per i maschi.

Rischio relativo ponderato di alcol per tutte le cause attribuibili, da bevande consumate al giorno. Pesi standardizzati per età determinati dal tasso DALY nel 2016, per entrambi i sessi. La linea tratteggiata è una linea di riferimento per un rischio relativo di 1. DALY = anno di vita aggiustato per disabilità.

Per chi ha più di 50 anni il principale problema correlato al consumo di alcol è il cancro, che rappresenta quasi un terzo (il 27,1%) delle morti per alcol nelle donne e quasi una su cinque (il 18 ,9%) negli uomini. Rischio che cresce all’aumento della quantità di alcol consumato al giorno.

Nei paesi più poveri è la tubercolosi la principale causa di morte correlata all’alcol, seguita da cirrosi e altre malattie croniche del fegato, mentre nei paesi più ad alto reddito la maggior parte dell’impatto si traduce in ictus e cancro al fegato nelle donne.

Gli autori suggeriscono una sorta di rivoluzione nelle politiche per affrontare gli impatti sanitari del consumo moderato e dell’abuso di alcol: secondo loro ridurre la quantità di alcol consumata al giorno non basta, bisogna cominciare a parlare di astensione. Un suggerimento per ora poco calcato, riportato in una frase in conclusione all’articolo, ma che richiede un cambio di paradigma non banale.

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Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il mio blog: www.cristinadarold.com Twitter: @CristinaDaRold

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