CULTURA

Il patrimonio culturale digitale può andare perduto?

È tristemente facile immaginare che un incendio possa distruggere un museo o un'alluvione inondare le collezioni di una biblioteca. Ma anche il patrimonio digitale va preservato con cura: tra l'obsolescenza di software e hardware e l'assenza di legislazioni apposite, il rischio di perdite è importante.

ANNO DEL PATRIMONIO CULTURALE – Siamo abituati a vedere il digitale come una distrazione dalla cultura, eppure, se ci soffermiamo a pensare, si tratta di un insieme di risorse insostituibili di conoscenza ed espressione umana. Può essere la versione informatica di fonti analogiche già esistenti, oppure può essere stata creata direttamente in digitale, che rappresenta quindi il suo solo formato.

Si tratta di risorse culturali, formative, scientifiche e amministrative, informazioni di natura tecnica, giuridica, medica e di altro genere. Può essere sotto forma di testo, audio, immagini fisse o in movimento, software o pagine web, in una varietà di formati in continua espansione. Qualunque sia la lingua o il codice di cui è costituito, ha un valore e un significato duraturi: fa quindi parte del patrimonio culturale da proteggere e conservare per le generazioni attuali e future.

Anche il codice di un programma o di un’applicazione può essere considerato parte del patrimonio culturale. (Cortesia immagine: Pixabay)

Per quanto possa sembrare curioso, anche il patrimonio culturale digitale rischia di andare perduto, né più né meno come quello “analogico”. La rapida obsolescenza dell’hardware e del software, l’incertezza su quali siano le responsabilità e le competenze in materia di risorse e metodi di conservazione e l’assenza di una legislazione in merito richiedono maggiore consapevolezza verso il pericolo di perdere una parte del nostro sapere, perché non più accessibile.

Per portare attenzione su questo tema e offrire nuovi spunti di riflessione a riguardo, nell’ambito dell’Anno europeo del patrimonio culturale, dall’8 al 12 ottobre si terranno vari incontri e workshop tra Roma, Napoli, Firenze, Torino e Prato dal titolo “Luoghi della Cultura Digitale” (www.luoghidellaculturadigitale.it). La manifestazione, organizzata dall’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane (ICCU) in collaborazione con il Polo Universitario di Prato (PIN) e la rete DiCultHer, presenterà i progetti che biblioteche, musei e archivi hanno sviluppato e stanno sviluppando per promuovere un uso consapevole e innovativo del patrimonio culturale da parte di tutti i cittadini.

Preservare il patrimonio digitale

La settimana si aprirà a Roma, nella Sala conferenze della Biblioteca Nazionale Centrale, con la conferenza internazionale “Costruire la storia del nostro futuro – Il patrimonio culturale digitale per nuove opportunità di conoscenza e ricerca” (la partecipazione è gratuita, ma è necessario registrarsi qui).

Nel pomeriggio dell’8 ottobre, dopo la Conferenza, ci sarà modo per misurarsi con la salvaguardia del patrimonio culturale: si svolgerà infatti il primo Transcribathon italiano relativo ai documenti manoscritti della Grande Guerra. La gara, riservata agli studenti dell’Università di Roma Tre, grazie alla collaborazione del Dipartimento di Studi Umanistici, consisterà nel decifrare, trascrivere e annotare i documenti scritti a mano del portale “14-18: Documenti e immagini della Grande Guerra”, gestito dall’ICCU.

L’evento, organizzato in collaborazione con Europeana Foundation, integrerà i risultati ottenuti nel portale europeo, si svolgerà online sulla piattaforma www.transcribathon.eu e si concluderà il 12 ottobre, a Roma, con la premiazione dei vincitori. Se l’iniziativa vi appassiona, ma non siete più universitari da un po’ (o lo siete in altri atenei), c’è comunque la possibilità di mettersi alla prova: il primo di ottobre è iniziata “The Centenary Run”, una maratona di trascrizione lunga sei settimane, per celebrare il centenario della prima guerra mondiale. A questa corsa online si può partecipare singolarmente o in gruppo, e il vincitore si aggiudicherà un viaggio a Bruxelles per competere nel Transcribathon internazionale del 27-28 novembre.

Il digitale è davvero così importante?

Per chi fosse scettico sull’importanza del digitale, che sta lasciando il segno su identità e culture, trasformando la forma stessa della conoscenza, può essere utile pensare a come la digitalizzazione del patrimonio culturale non solo consenta di condividere e utilizzare nuovi modelli di fruizione per i beni culturali, ma costituisca in alcuni casi l’unico modo per averli ancora con noi, intatti.

Nel 2016, uno dei templi più importanti di Bagan, l’antica capitale della Birmania, è stato gravemente danneggiato da un terremoto. Ma non tutto è andato perduto: prima del disastro, l’intero sito era stato mappato in 3D, sia all’interno che all’esterno, da CyArk.

Una parte del percorso interattivo all’interno del sito di Bagan.

Questa organizzazione non profit è stata fondata nel 2003 da Ben e Barbara Kacyra, dopo lo shock causato dalla distruzione a opera dei talebani dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan nel marzo 2001. Il fine è quello di digitalizzare, archiviare e condividere con tutti le eredità culturali più significative del pianeta, per assicurare che questi luoghi continuino a generare meraviglia e curiosità nelle generazioni future.

Grazie a tecnologie recenti come la scansione laser in 3D, i video stereoscopici a 360° e le foto aeree scattate con i droni, sarà possibile visitare digitalmente il tempio di Bagan, scoprirne gli interni, i murales e godere di ogni più piccolo dettaglio – anche in realtà virtuale – grazie al progetto Open Heritage, realizzato grazie alla partnership tra CyArk e Google.

“Usando l’applicazione o andando sul sito di Google Arts & Culture, ci si può muovere all’interno del tempio come se fosse un videogioco”, spiega a La Stampa Chance Coughenour, archeologo digitale e program manager di Arts & Culture. “Un videogioco che, però, ha uno scopo educativo, di condivisione e conservazione della cultura”. L’applicazione permette di ammirare attraverso uno schermo e conoscere la storia di più di mille luoghi sparsi in tutto il mondo.

Il digitale che sprona a scoprire le meraviglie del mondo

I cambiamenti climatici, lo sviluppo urbano, i disastri naturali e i conflitti armati continuano a danneggiare e privarci dell’eredità culturale che ci è stata lasciata: se a detta di molti il digitale ci allontana dai libri e dal sapere, sembra invece che ci aiuterà a preservarlo e a fruirne, nel presente e nel futuro. C’è il rischio che si perda il gusto di viaggiare, accontentandosi di uno schermo?

“Da archeologo, posso confermare che la ricostruzione digitale non rimpiazzerà mai l’esperienza in prima persona e che quindi le persone saranno sempre stimolate a viaggiare. Anzi: proprio progetti di questo tipo possono far venire il desiderio di scoprire le meraviglie del mondo”, spiega Coughenour.

“Inoltre, Open Heritage offre anche la possibilità di visitare luoghi in cui fisicamente è impossibile andare; com’è il caso degli interni di Bagan. Oggi siamo in grado di fornire accesso al patrimonio culturale mondiale in modi assolutamente inediti”.

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Giulia Negri
Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.

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