STRANIMONDI

“I’m going through changes”. Big Mouth

Big Mouth è una serie sul conflitto interiore e sociale dell’adolescenza, sulla metamorfosi fisica, psicologica e sociale forse più impattante della nostra vita.

STRANIMONDI – Nel bel mezzo di una didascalica lezione di educazione sessuale che spiega l’apparato genitale femminile, un adolescente di tredici anni, Andrew Glouberman, chiede all’insegnante di poter correre in bagno. Non può fare diversamente: il suo Mostro degli Ormoni, un essere antropomorfo dalla testa enorme, completamente ricoperto di peli e con un naso a forma di pene, gli ordina di uscire dall’aula perché deve masturbarsi immediatamente, pena un’eiaculazione in pubblico.

Questo è il benvenuto riservato agli spettatori da Big Mouth, serie animata originale Netflix che da poche settimane ha visto sbarcare online la seconda stagione.

Poi parte la sigla, un soul accorato di Charles Bradley le cui parole sono un manifesto: “I’m going through changes”, “sto attraversando dei cambiamenti”. Big Mouth è questo: una serie sui cambiamenti e sul conflitto interiore e sociale dell’adolescenza, sulla metamorfosi fisica, psicologica e sociale forse più impattante della nostra vita. Una serie dove i protagonisti sono alcuni ragazzini delle medie e la loro scoperta della sessualità e della vita adulta, il tutto sotto la guida bislacca dei Mostri degli Ormoni.

I Mostri degli Ormoni

Nel film Inside Out di Peter Docter viene raccontata la storia di Riley, una bambina di 11 anni, e di cinque bizzarri pupazzetti (Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto) che “vivono” nella sua testa indirizzandone scelte e reazioni. Sfruttando un meccanismo simile, gli autori di Big Mouth fanno sì che gli eventi e le azioni dei protagonisti (Nick, Andrew, Jessie, Jay e Missie) siano di fatto “guidati” da questi Mostri degli Ormoni che improvvisamente compaiono a fianco dei personaggi interagendo insieme a loro.

I Mostri spingono i ragazzini a ricercare ciò che essi più vogliono in un determinato momento: un orgasmo, un bacio, provare una droga, bere un superalcolico, disobbedire ai genitori. La metafora è chiara: a livello fisiologico sono gli ormoni a trasformare i bambini in adulti. Nella serie così come nella vita vera, il viaggio dall’infanzia alla maturità è una navigazione burrascosa, come dimostrano i Caronte aggressivi, eccitati e senza filtri immaginati dagli autori Nick Kroll, Andrew Goldman, Jennifer Flackett e Marc Levin.

Maschi e femmine

Big Mouth non guarda in faccia a nessuno: la pubertà è una cosa troppo importante e universale per essere presa seriamente e viene raccontata con tono dissacrante, sia per i ragazzi che per le ragazze. Non ci sono tabù: come abbiamo visto, la serie parte con uno dei protagonisti maschili che si masturba, ma il tema si estenderà ben presto alle amiche di Andrew e Nick, cioè Jessi e Missy, che vivono due modi diversi di scoprire il proprio corpo e il loro sviluppo. Più veloce quello di Jessi, la prima ragazzina del cartone ad avere il menarca, a conoscere il proprio Mostro degli Ormoni e a sperimentare l’autoerotismo.

Più inconsapevole e ricco di dubbi è il passaggio verso la pubertà di Missy, che è anche molto più infantile dell’amica Jessi, sia negli atteggiamenti che nello sviluppo fisico. La seconda stagione vede poi l’ingresso nel cast principale di un altro personaggio femminile molto importante per la serie. Si tratta di Gina, una ragazzina latino-americana più avanti nello sviluppo delle coetanee, e che per questo si ritrova ostaggio degli occhi di tutti e di tutte. I ragazzini la desiderano per il suo aspetto molto femminile e maturo, molte ragazzine la detestano perché invidiose.

Il realismo di Big Mouth

Big Mouth è una serie dai contenuti molto intelligenti, mostrati con un linguaggio e uno stile comico diretto, a tratti volgare e a tratti demenziale. L’unire l’alto e il basso è tipico del genere animato a stelle e strisce: in questo ambito, e in modi molto diversi, Simpson, Family Guy, South Park, Beavis and Butthead e altre hanno tracciato una linea che anche le nuove serie (come Rick and Morty) non abbandonano. Big Mouth non fa eccezione: ci sono momenti più seri e altri di comicità demenziale affidati soprattutto alle linee narrative di personaggi come Jay, coach Steve e il fantasma di Duke Ellington.

Inoltre, parlando di adolescenza, la serie affronta argomenti estremamente spinosi, alcuni dei quali sono tabù per la nostra cultura. Per il suo registro, per il suo linguaggio e per il suo modo diretto di affrontare la sessualità di personaggi poco più che bambini dei quali sono mostrati spesso anche dettagli anatomici, può certamente scandalizzare una parte del pubblico. Ma l’unica colpa di Big Mouth, sempre che di colpa si tratti, è quella di essere una serie terribilmente realista. Realista nel mostrare gli imbarazzi, gli incidenti, l’inadeguatezza, gli impacci, i dubbi. Dall’anatomia ai rapporti con i genitori.

Mamme e papà dei protagonisti non sono idealizzazioni assurde o mitologiche, sono persone estremamente comuni con caratteri e visioni del mondo altrettanto comuni. In Big Mouth non ci sono i padri e le madri imperfettamente perfetti e rassicuranti tipici di un certo mondo di serial televisivi anni Novanta in cui ci sono personaggi adolescenti in conflitto con i genitori (Settimo Cielo, ma anche sit-com come La Tata e I Robinson). Kroll e gli autori creano invece personaggi perfettamente imperfetti – come accade nei primi Simpson – e con loro diversi modi di essere genitore, senza sconti per nessuno.

C’è la genitorialità di papà e mamma separati, come accade nella famiglia di Jessi; quella iperprottettiva e apparentemente senza tabù ma in fondo pruriginosa dei Birch (genitori di Nick); quella un po’ naive dei genitori di Missy; quella frustrata e menefreghista dei Glouberman, genitori di Andrew; quella machista della famiglia di Jay.

Un cartone animato di adulti per adulti

Big Mouth è una serie decisamente per adulti: non tanto per il linguaggio e la comicità anche greve, ma soprattutto perché la serie è un tributo retrospettivo di adulti per adulti. Alcuni ci rideranno su, altri avranno nostalgia, altri esulteranno per lo scampato pericolo: in ogni caso, è difficile restare indifferenti davanti a Big Mouth, una serie che ha anche il merito di crescere tra la prima e la seconda stagione. La prima è più grossolana e a volte le gag girano a vuoto, la seconda – pur mantenendo uno stile riconoscibile e coerente – affina l’umorismo e l’ironia.

Questo è reso possibile anche da una trama generale più convincente e soprattutto dall’ingresso di un personaggio molto riuscito, lo Spirito della Vergogna, un altro mostro che compare ai protagonisti ma che è diretto concorrente del Mostro degli Ormoni. Se quest’ultimo punta a massimizzare la trasgressione, lo Spirito invece fa crescere il senso di colpa e di inadeguatezza dei protagonisti, in una dinamica tipica della pubertà. Big Mouth funziona bene proprio per questo, perché fa rivivere agli spettatori ex adolescenti quelle sensazioni in altalena che tutti abbiamo conosciuto.

Lo fa attraverso una narrazione spinta e diretta che fa ridere e pensare al tempo stesso, senza concedere nulla al moralismo, un pericolo sempre dietro l’angolo quando si parla di argomenti tabù.

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Enrico Bergianti
Giornalista pubblicista. Scrive di scienza, sport e serie televisive. Adora l'estate e la bicicletta

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