SALUTE

Pagare le persone per smettere di fumare funziona?

Non è solo una questione etica, ma di valutazione scientifica. Per capire se un approccio economico possa aiutare a "rieducare" la popolazione in materia di salute.

RICERCA – Ci si chiede da anni se una strada per portare alla riduzione dell’abitudine al fumo sul luogo di lavoro possa passare anche attraverso incentivi economici. Per la scienza non è solo una questione etica, ma di valutazione scientifica dell’efficacia di un approccio anche economico nella rieducazione della popolazione. Finora la letteratura ha prodotto solo fumate nere, in tutti i sensi.

Nel 2015 è stata pubblicata addirittura da Cochrane una revisione che aveva concluso che le ricerche svolte fino a quel momento non erano sufficienti per dare una risposta definitiva, né positiva né negativa.

“Questi programmi altamente remunerativi possono essere fattibili solo in culture in cui i programmi di sostegno alla cessazione funzionano già come parte di una politica di salute pubblica” spiegavano gli esperti di Cochrane. “È importante inoltre che la ricerca futura esamini una varietà di possibili programmi di incentivi, con vari meccanismi di ricompensa e in un ventaglio di popolazioni di fumatori”.

Crediti immagine: Pixabay

Lo studio su The Lancet

In questi giorni The Lancet Public Health ha pubblicato un ulteriore articolo proprio su quest’argomento, abbracciando un campione di 61 aziende e di 604 fumatori, più di quanti ne siano stati coinvolti nelle ricerche precedenti. Il risultato sembra essere positivo: chi riceveva incentivi monetari per un totale di 350 euro per 12 mesi, combinati con un’intensa opera di educazione dei fumatori sui danni del fumo, mostrava tassi di astinenza al fumo a 12 mesi maggiori rispetto al gruppo che riceveva la sola rieducazione.

Si tratta di risultati in linea con altre due ricerche randomizzate e controllate, la prima pubblicata nel 2015 e la seconda nel 2018. Nel primo di questi studi i ricercatori avevano riscontrato che su un campione di 1500 dipendenti di una singola azienda, gli incentivi basati sulla gratificazione, per un totale di 800 dollari, triplicavano l’astinenza al fumo nei successivi sei mesi. Nel secondo studio, molto recente, all’interno di un campione di 6000 dipendenti provenienti da 54 aziende, gli aiuti per la cessazione del servizio più 600 dollari in incentivi hanno prodotto un aumento dell’astinenza rispetto ai trattamenti abituali, sigarette elettroniche gratuite comprese.

Il metodo seguito nello studio pubblicato su The Lancet è il seguente: ai dipendenti è stato offerto un premio di 400 euro (quindi minore rispetto all’incentivo previsto dallo studio del 2015). I primi 50 euro venivano erogati se i partecipanti non fumavano fino al termine del programma di formazione, altri 50 euro dopo tre mesi dal completamento del programma, altri 50 euro dopo sei mesi e gli ultimi 200 euro dopo 12 mesi.

Limiti dello studio

Ma come verificare l’effettiva astinenza al fumo? Questo genere di studi devono tenere conto del fatto che mossi dall’intenzione di ricevere l’incentivo, i partecipanti possono non fumare solo nei giorni dei test. Gli autori hanno seguito lo “standard Russell” che prevede la misurazione del monossido di carbonio esalato (CO). Questo test secondo gli autori ha il pregio di distinguere tra uso di sigarette e terapia sostitutiva della nicotina o e-cigarette. Al tempo stesso però la sua sensibilità è parecchio limitata.

Un altro limite dello studio è che, sebbene i ricercatori abbiano dimostrato che gli incentivi hanno avuto un effetto duraturo sull’astinenza da fumo dei partecipanti, non sono stati in grado finora di valutare realmente gli effetti a lungo termine degli incentivi in termini di salute acquisita dopo aver smesso di fumare.

Infine, un ultimo aspetto chiave di questa sperimentazione è il suo uso in aggiunta e non in alternativa all’educazione dei lavoratori sul perché e su come smettere di fumare. Secondo gli autori è proprio questo connubio di approcci a essere responsabile dei risultati migliori quanto a tassi di astinenza rispetto agli studi precedenti che si basavano soltanto sull’erogazione di incentivi economici.

Siamo lontani dall’avere una risposta definitiva, e anche dal punto di vista etico si aprono questioni importanti. In ogni caso sicuramente capire come gli incentivi interagiscono con diversi tipi di programmi per smettere di fumare sarà una linea di ricerca che andrà ulteriormente esaminata nell’ambito aziendale, riunendo allo stesso tavolo economisti della salute, ricercatori comportamentali e esperti di smoking cessation.

Segui Cristina Da Rold su Twitter

Leggi anche: Fumatori italiani in calo, ma non dappertutto

Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il mio blog: www.cristinadarold.com Twitter: @CristinaDaRold

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: