CULTURA

Proteggere l’arte da chi la ama

Una delle principali minacce per le opere d'arte, oltre al trascorrere del tempo, siamo noi: quali sono le soluzioni adottate dai musei?

ANNO DEL PATRIMONIO CULTURALE – Proteggere e al tempo stesso rendere accessibile il patrimonio culturale: è questa la sfida che i musei devono affrontare quotidianamente. Gli esempi sono numerosi: ci sono visitatori maldestri, come il giovane che è inciampato – mentre beveva una bibita – nella pedata di fronte al dipinto “Fiori” del maestro barocco Paolo Porpora, proprietà di una collezione privata e datata 1660, danneggiandolo irreparabilmente. Oppure c’è chi incespica addirittura nelle proprie stringhe, come Nick Flynn, che mentre visitava il Fitzwilliam Museum di Cambridge nel 2006 è caduto mandando in frantumi – nel vero senso della parola, circa 400 pezzi – tre vasi di ceramica della dinastia Qing, risalenti al XVII secolo. Danno stimato: 500 000 sterline.

Nel 2012, Andrew Shannon, durante una visita alla National Gallery di Dublino, colpì apparentemente senza ragione “Il bacino di Argenteuil” di Claude Monet, risalente al 1874 e del valore di 10 milioni di euro. Ancora più lungo, poi, è l’elenco delle opere danneggiate o distrutte dalle imprese di pulizia, che hanno scambiato pezzi d’arte per sporcizia o spazzatura, consegnandoli agli addetti per il ritiro dei rifiuti o “ripulendoli” con grande perizia. Il pericolo, insomma, si nasconde dietro i visitatori, ma non solo. Come tutelare le opere d’arte?

I ripetuti tentativi di danneggiare la Gioconda hanno reso necessarie misure di sicurezza straordinarie per poterla preservare (Cortesia immagine: Pixabay).

I curatori sono perfettamente consapevoli dei rischi, che possono essere intenzionali o accidentali. Il primo caso è il più complicato da gestire: lo dimostrano i danni inferti dal colpo di pistola del 1987 – malgrado fosse protetto da un vetro stratificato di sicurezza – al Cartone di sant’Anna (Sant’Anna, la Madonna, il Bambino e san Giovannino) di Leonardo da Vinci, conservato nella National Gallery di Londra. I danni incidentali sono più semplici da prevedere, essendo spesso il risultato dell’innata curiosità dei visitatori sulla superficie di un materiale. L’utilizzo di cartelli e barriere fisiche e l’impiego di guardiani sono una misura molto diffusa, accompagnata al tentativo di far comprendere l’entità dei danni che potrebbero essere causati. Il taglio dei fondi, però, ha ridotto l’organico all’interno dei musei, con dipendenti che devono ormai supervisionare più di una galleria contemporaneamente, rendendo loro molto difficoltoso controllare il comportamento dei visitatori.

Anche se i danni superficiali possono non essere ovvi o immediatamente visibili, quando migliaia di visitatori seguono lo stesso impulso istintivo che li spinge a poggiare le dita su un oggetto, questo provoca danni cumulativi irreversibili alla caratteristica patina di materiali come il bronzo. Anche se la superficie di un dipinto può non offrire lo stesso fascino dal punto di vista tattile, può soffrire conseguenze simili. Molti musei preferiscono non utilizzare barriere, perché tendono a rovinare l’aspetto di una mostra. In passato c’è chi ha provato a ricorrere alla tecnologia per salvaguardare l’estetica, utilizzando allarmi attivati da laser che scattavano quando un visitatore si avvicinava troppo, per avvertirlo della sua eccessiva prossimità ai dipinti. Un compromesso soddisfacente tra estetica e rumore non sembra essere ancora stato trovato…
Le barriere in corda sono molto utilizzate, ma a causa della loro flessibilità non scongiurano il pericolo che un visitatore possa inavvertitamente o deliberatamente arrivare troppo vicino. Questa è stata la precisa ragione per cui nel museo di Taipei era stata posta una piattaforma davanti all’opera di Paolo Porpora, rimasta danneggiata proprio a causa della struttura che avrebbe dovuto preservarla.

Come proteggere le opere d’arte senza sacrificare troppo l’estetica della mostra? (Cortesia immagine: Pixabay)

Una delle armi più potenti a disposizione dei musei per proteggere lo splendore dei colori delle loro opere, poi, sono… Le finestre. I vetri di protezione non servono solo a evitare pericolose ditate, ma scongiurano che i raggi ultravioletti provenienti dal Sole scolorino dipinti, mobili, sculture o manoscritti. Dal momento che non tutto può essere posto in una teca, la prima difesa è rappresentata proprio dai vetri delle finestre, trattati con uno strato speciale in grado di bloccare i raggi UV – per quanto diversi musei optino per la soluzione di non avere proprio aperture vicino alle proprie opere d’arte. Il danno è visibile anche dopo una singola giornata al Sole.

Per rispondere al bisogno dei visitatori di avere un contatto fisico con l’arte, alcuni musei forniscono una “valvola di sfogo” separata. Il Bowes Museum a Barnard Castle, in Inghilterra, per esempio, offre un exhibit interattivo dove le persone sono incoraggiate a toccare vari materiali e opere: questo offre loro anche una lezione sulla fragilità dell’arte – nella speranza che la ricordino anche all’ingresso di collezioni meno permissive. Questa scelta, però, porta con sé il rischio che per alcuni visitatori l’idea di un rapporto fisico e personale con l’arte diventi accettabile e perciò replicabile ovunque.

Una volta che un’opera è danneggiata, può essere difficile reperire i fondi per restaurarla. Il Leopold Museum di Vienna ha trovato una soluzione curiosa a questo problema: ha creato una collezione, chiamata “Tesori nascosti”, che mette in mostra esclusivamente pezzi d’arte che hanno subito dei danni. La mostra ha fatto il suo debutto all’inizio del 2016, ospitando quasi 200 opere che, altrimenti, sarebbero rimaste chiuse nei depositi. Altri musei spesso le chiedono in prestito, ma prima è necessario il restauro affinché possano sopravvivere al viaggio. Si stima che il costo per riportare tutti i pezzi al loro antico splendore sia di 370 000 euro: un’altra delle ragioni per metterli in mostra è la speranza che qualche generoso appassionato voglia contribuire alla spesa, in cambio di una targa di ringraziamento che accompagni l’opera. Ma c’è di più: il desiderio nel creare questa mostra era proprio quello di mostrare tutto il lavoro e le conoscenze tecniche necessarie per esporre i pezzi in condizioni perfette, oltre a far conoscere come l’arte può degradarsi, senza un’adeguata protezione.

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Giulia Negri
Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.

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