giovedì, Marzo 21, 2019
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Abbandonare la carriera da ricercatore

Oggi un ricercatore su due abbandona la carriera accademica entro cinque anni. Negli anni '60, accadeva dopo 35 anni.

RICERCA – La metà delle persone che vorrebbe intraprendere una carriera da ricercatore abbandona il settore dopo cinque anni. Il numero è in grande contrasto con quanto accadeva negli anni ’60, quando la stessa situazione si verificava dopo 35 anni. L’osservazione proviene da uno studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, guidato da Stasa Milojevic dell’Indiana University. La ricerca, dal titolo “Changing demographics of scientific careers: The rise of the temporary workforce” ha analizzato l’avanzamento professionale di decine di migliaia di persone nel corso di 50 anni.

Lo studio

Lo studio ha seguito il percorso di più 71.000 ricercatori nel campo dell’astronomia, quasi 21.000 nel settore dell’ecologia e 17.000 in quello della robotica. Il tasso di abbandono è risultato maggiore per i ricercatori che lavorano nel campo della robotica. Secondo Milojevic, il dato è dovuto alla presenza di alternative nel settore privato, che per questa categoria di scienziati possono rivelarsi economicamente vantaggiose. Il tasso più basso si è invece registrato in astronomia, dove le possibilità fuori dall’università sono scarse.

Lo studio ha, inoltre, rilevato un aumento del 35% nel numero di ricercatori che non compaiono mai come primi autori di un articolo scientifico. Un dato sorprendente, in un settore in cui l’avanzamento di carriera dipende dal principio del “publish or perish” (letteralmente, pubblica o muori). L’analisi ha cioè evidenziato un aumento della “forza lavoro temporanea” da parte di tecnici di laboratorio, ricercatori associati e post doc. Tra il 1960 e il 2010 il numero di scienziati che ha trascorso l’intera carriera in una di queste posizioni “di supporto” è passato dal 25% al 60%.

Quali le possibili spiegazioni?

Oggi l’università non è organizzata per fornire opportunità che favoriscano carriere a lungo termine, aggiunge la ricercatrice. Una buona parte del lavoro che in passato era svolto da studenti laureati oggi è nelle mani dei post doc. Una figura che prima degli anni ’50 in pratica non esisteva, e che oggi è diventata un prerequisito fondamentale per accedere a una posizione accademica stabile.

Parte del problema è quindi legato alla presenza di post doc permanenti, i “permadocs“, come a volte sono chiamati. “L’esistenza di post doc ha cambiato le dinamiche di laboratorio” – spiega Milojevic. “Molti ricercatori rimangono a lungo in questo ruolo, nella speranza di ottenere una posizione stabile”. Ma il numero di PhD è di molto superiore a rispetto al numero di posizioni “tenure-track” (cioè, che consentono, se confermate dopo un certo numero di anni, l’acquisizione di un incarico a tempo indeterminato).

L’università funziona tradizionalmente secondo il modello del tirocinio, in cui ogni ricercatore cerca di trasmettere le proprie conoscenze e di “replicare se stesso”. Questo sistema non è però in linea con il nuovo “modello industriale” della scienza, che richiede un aumento della divisione del lavoro e grande numero di figure altamente specializzate. Queste figure, sostengono gli autori, sono oggi fondamentali per la produttività della scienza. Il suggerimento è quello di modificare la struttura del percorso accademico, tenendo conto di questi cambiamenti. Un modello che oggi è più simile a quello di colonie di insetti sociali piuttosto che a quello genitori-figli, come avveniva in passato.

Il problema non è nuovo e, secondo l’autrice, deve essere affrontato a livello politico. Altri esperti hanno suggerito di modificare le metriche utilizzate come riconoscimento per le performance universitarie o di istituire strutture governative basate sulla ricerca pura. Questo studio non fornisce una soluzione, ma evidenzia come la diminuzione del numero di scienziati che abbandona l’università non stia rallentando.

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Francesca Camilli
Comunicatrice della scienza. Produco contenuti e oggetti multimediali per università, enti di ricerca, case editrici e testate giornalistiche. Collaboro con l’agenzia di comunicazione formicablu e con il magazine online OggiScienza. Ho una laurea in biotecnologie mediche e un master in giornalismo scientifico digitale.

1 Commento

  1. “Questo studio non fornisce una soluzione, ma evidenzia come la diminuzione del numero di scienziati che abbandona l’università non stia rallentando.”

    Forse non sto capendo l’articolo. Da questa frase si direbbe che gli scienziati che abbandonano l’universita` sono in diminuzione. Giusto?

    La frase sembra in contrasto con la frase di apertura dell’articolo:

    “La metà delle persone che vorrebbe intraprendere una carriera da ricercatore abbandona il settore dopo cinque anni. Il numero è in grande contrasto con quanto accadeva negli anni ’60, quando la stessa situazione si verificava dopo 35 anni.”

    Forse sono solo un po’ AF io 😀

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