martedì, Luglio 23, 2019
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Migranti e salute mentale: quando al clinico si affianca l’antropologo

Una chiacchierata con Maria Concetta Segneri, antropologa dell'INMP, unico centro in Italia che fornisce questo supporto ai clinici. Con risultati importanti, che devono farci riflettere

Molto viene detto e scritto sulle condizioni di salute mentale delle persone migranti che arrivano nel nostro paese, il più delle volte banalizzando questioni complesse. Riconducendo i problemi di salute fisica o mentale solo al fatto di aver subito tortura o violenze. “Siamo abituati ad approcciare il problema tramite il nostro sguardo clinico occidentale che considera una certa serie di cause per la malattia mentale e ne lascia fuori altre. Spesso invece i problemi fisici o mentali che le persone migranti si trovano ad affrontare sono legati a fatti o fenomeni appartenuti al contesto di origine, che solo un approccio etnografico può indagare” racconta a OggiScienza Maria Concetta Segneri, antropologa presso l’INMP di Roma, l’unico centro italiano che prevede il supporto antropologico a fianco di quello clinico nell’aiuto alle persone migranti. L’Istituto offre uno sportello dedicato ai richiedenti asilo.

Crediti immagine: Pixabay

Comprendere le altre culture

La presa d’atto che la comprensione di un’altra cultura inizia assumendo il punto di vista di chi la vive è stato un processo lento, iniziato a metà del XIX secolo con personaggi come Edward Tylor, che inizia a parlare di etnocentrismo dell’evoluzione culturale, di James Frazer che introduce un primo metodo comparativo nell’analisi di alcune culture primitive, o Bronislaw Malinovski che comincia a parlare di funzionalismo, cioè di come i bisogni biologici orientino la cultura delle popolazioni. Ci vorrà però oltre un secolo per arrivare a elaborare un approccio alle altre culture davvero svincolato dalla nostra visione del mondo.

Oggi sappiamo che per andare alle cause di un fenomeno che definiamo psicologico è necessario comprendere a fondo il contesto entro cui si svolge, l’intreccio di trama collettiva e ordito privato. “Eppure la pratica clinica è poco allenata a questo approccio, che richiede ricerche storiche e appunto antropologiche prima di capire come orientare l’approccio terapeutico – spiega Segneri – ed è qui che subentro io come antropologa: conosco la persona, faccio dei colloqui, e poi sulla base del racconto del vissuto di quest’ultima compio una ricerca sul contesto culturale e sociale di provenienza per capire qual è l’orizzonte valoriale e spiriturale della persona che ho davanti. In questo modo posso fornire al clinico una prima traccia entro cui impostare il lavoro. Una terapia che sia davvero su misura rispetto alla persona che si ha davanti, che viene quasi sempre da realtà molto lontane dalla nostra appunto come sistema valoriale.

La storia di Umar

Un esempio su tutti: il concetto di “Magico”, a lungo indagato dall’antropologia e dall’etnografia e che riaffiora in molte situazioni vissute anche oggi in alcune culture. Umar è Nigeriano, ha 34 anni e da prima di arrivare in Italia, quando era ancora in Libia, manifesta un intenso prurito alle gambe, che è andato aumentando e che non dà segni di voler cessare. Problemi particolari dal punto di vista clinico non ce ne sono, si suppone si tratti di qualcosa di psicosomatico, dovuto al trauma del viaggio e della detenzione in Libia, ma anche l’approccio psicologico non dà gli esiti sperati. È a questo punto che entra in gioco Maria Concetta, che riesce a ricostruire il rapporto di Umar con la sua famiglia e con il villaggio di origine, scoprendo che il giovane ha compiuto una scelta molto forte: non ha accettato di diventare anche lui un guaritore tradizionale come il resto della sua famiglia e una volta comparso il primo prurito ha subito pensato fosse una sorta di maledizione per aver voltato le spalle al proprio dono, dal momento che diventare guaritore è considerato un dono divino. “Umar addirittura viveva l’ansia di non sapere se questo prurito era stato mandato da qualche avo deceduto o da qualche ente sovrannaturale per punirlo – racconta Segneri – anche se Umar in realtà è cattolico, non legato consapevolmente al pantheon animista. Studiando il contesto sociale e valoriale del suo villaggio siamo riusciti a individuare una linea su cui procedere, quella dell’inadeguatezza di fronte a una scelta pregressa, molto lontana dall’ipotesi di partenza che avevamo considerato mantenendo lo sguardo di noi occidentali sul contesto socio economico di partenza”.

L’antropologia che affianca la medicina e la psicologia

Un altro ragazzo del Ruanda invece si era recato allo sportello dell’INMP perché sentiva una difficoltà nell’approccio alla vita, che gli rendeva difficile andare avanti. Essendo omosessuale, i clinici avevano subito immaginato che il ragazzo avesse subito discriminazioni nel proprio paese di origine e che dunque dovesse riacquistare serenità in un paese dove per questo non si è più perseguitati. L’analisi antropologica della dottoressa Segneri ha invece portato alla luce una dinamica molto più complessa e profonda che aveva portato il giovane a non identificarsi addirittura con il proprio popolo, oltre che con il popolo italiano. Appena nato il piccolo aveva un fratello gemello, morto prima di nascere, segno reputato nefasto nella cultura locale. Inoltre, la madre molto povera lo aveva dovuto dare in adozione a una donna più benestante, che però era sieropositiva, che in Ruanda è ancora un fattore di forte discriminazione (un altro). Se sei figlio di sieropositiva automaticamente nella mente delle persone sei sieropositivo anche tu, anche se in realtà non lo sei, come il caso del giovane. Come se non bastasse la famiglia adottiva non desiderava che i propri beni venissero ereditati da un bambino non biologicamente appartenente alla stirpe, portando il giovane a sentirsi rifiutato dal proprio contesto familiare. “Solo dopo aver vissuto queste esperienze di esclusione, il ragazzo ha manifestato di essere omosessuale ed essendo illegale in Ruanda è dovuto andarsene dal paese” spiega Segneri. Approfondendo era emerso che il ragazzo non aveva difficoltà a parlare o scrivere nella propria lingua madre, lui conosceva la lingua, ma non la usava per reazione rispetto a una realtà che lo aveva rifiutato. “È evidente che il nocciolo del disagio non è stato aver fatto outing, ma aveva radici molto più profonde. Una volta capito questo lo psicologo ha elaborato un percorso di recupero della propria identità, che sta aiutando molto il ragazzo.”

Un ultimo esempio significativo di come l’antropologia possa essere la chiave di volta per la comprensione di se stessi in un contesto lontano dal proprio è rappresentato dalla storia di un ragazzo congolese che soffriva di un forte disagio psicologico dovuto a un rapimento che aveva subito. “Il giovane si sentiva di essere stato privato della propria vita, della propria libertà, e di aver subito una forte ingiustizia” continua Segneri. “In realtà ricostruendo con difficoltà la storia di questa regione del Congo negli anni indicati dal ragazzo, dato che sulla stampa non se ne era parlato molto, ho scoperto che l’intera regione era stata oggetto di genocidio da parte dell’altra parte politica, e anche la famiglia del ragazzo era stata trucidata, ma lui non sapeva nulla di questa storia, poiché all’indomani della liberazione era fuggito dal paese per venire in Italia. Una volta che gli ho raccontato, con calma, la verità, abbiamo subito osservato un cambiamento in lui. Ha pianto, molto, cosa che non aveva mai fatto, ma poi ha compreso che quella che lui aveva sempre considerato un’ingiustizia, cioè il rapimento, in realtà l’aveva salvato da morte certa. Ed è ritornato a sentirsi un uomo, appartenente a una comunità.”


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Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

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