martedì, Settembre 17, 2019
RICERCANDO ALL'ESTERO

Un GIS per valutare l’impatto ambientale e sociale dell’acquacoltura

La Norvegia è un paese all’avanguardia nel settore acquacoltura, sia per quanto riguarda il volume degli allevamenti sia per quanto riguarda la ricerca scientifica, anche perché attorno a questa attività si è sviluppato un grandissimo business economico.

L’acquacoltura consiste nell’allevamento di organismi acquatici (pesci, molluschi, alghe, …) nelle zone costiere o nell’entroterra. Negli ultimi anni, la continua crescita della popolazione mondiale e il conseguente aumento della richiesta di cibo hanno sostenuto il rapido sviluppo di questo settore alimentare. Secondo l’ultimo rapporto FAO, l’acquacoltura oggi fornisce la metà del pesce per il consumo umano e si prevede che, entro il 2030, la produzione raggiungerà i 109 milioni di tonnellate.

Veduta aerea di un fiordo norvegese. In evidenza, vicino alla costa, gabbie circolari per l’acquacoltura.

Elisa Ravagnan è ricercatrice al NORCE di Bergen (Norvegia) ed è a capo del progetto AquaAccept che si propone di valutare la sostenibilità dell’acquacultura lungo le coste norvegesi. In Norvegia, l’industria dell’acquacoltura ha raggiunto dimensioni paragonabili a quella del petrolio e ciò ha spinto le autorità (locali e nazionali) a riflettere sui rischi ambientali e di accetabilità sociale, e sulla necessità di nuove teconologie per l’allevamento di pesci.


Nome: Elisa Ravagnan
Età: 49 anni
Nata a: Mestre (VE)
Vivo a: Bergen (Norvegia)
Dottorato in: scienze ambientali (Venezia)
Ricerca: Transdisciplinarità nella gestione ambientale
Istituto: NORCE, Norwegian Research Centre AS (Bergen)
Interessi: viaggiare, visitare paesi nuovi, leggere, lavorare l’argento
Di Bergen mi piace: l’atmosfera, è una città vitale e internazionale, il paesaggio è bellissimo
Di Bergen non mi piace: il clima
Pensiero: Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare finché arriva uno che non lo sa e la realizza. (Albert Einstein)


Quali sono i problemi legati all’acquacoltura?

Possono riguardare sia l’ambiente sia la competizione con altre attività costiere, come la pesca, il turismo, le altre industrie. È bene specificare che stiamo parlando di marino-coltura, quindi di gabbie aperte posizionate in mare con all’interno anche 200 mila pesci. Con tanti pesci assieme nello stesso posto le sfide riguardano l’aumento dell’inquinamento, la fuga, la diffusione di malattie. Per esempio, se un pesce viene attaccato da un parassita, la probabilità che venga contagiata tutta la gabbia è piuttosto alta e c’è il rischio che vengano colpiti anche i pesci selvatici; inoltre, se nel fiordo c’è più di un impianto, l’infezione si può propagare a tutta la zona.

Un altro problema è l’accumulo di cibo non mangiato e di feci sul fondale. Con questi volumi di pesci, gli scarti si sovrappongono e finiscono per disturbare l’ecosistema marino, causando carenza di ossigeno, decomposizione della materia e concentrazione di sostanze tossiche per altri organismi. In quest’ultimo caso, giocano un ruolo centrale le infezioni da Lepeophtheirus salmonis, il comune pidocchio di mare, che negli allevamenti sono frequentissime e molto dannose. Per debellarle si ricorre a composti chimici che uccidono i pidocchi ma, una volta metabolizzati dai pesci ed espulsi con le feci, possono diventare tossici per gamberi, granchi o aragoste che vivono sul fondo.

Avere una panoramica completa sullo stato dell’ambiente è molto importante per capire la sostenibilità degli impianti di acquacoltura, soprattutto in un ecosistema fragile come quello norvegese, fatto di fiordi dall’orografia complessa e frastagliata, correnti interne, isole, strutture aperte o chiuse.

E per quanto riguarda l’aspetto sociale?

Abbiamo condotto delle campagne specifiche sia a livello nazionale che locale, in un comune formato da piccole isole fuori Stavanger, per valutare la percezione della popolazione a certe attività, regolamenti, al benessere o non benessere che può derivarne, agli aspetti economici. Molti norvegesi vivono sulla costa, hanno case-vacanza nei fiordi o lavorano come pescatori in piccole imprese familiari e quindi possono avere reazioni diverse nei confronti di nuove industrie. Non per forza negative, acquacoltura vuol dire anche sviluppo economico, posti di lavoro, crescita, ma sono aspetti che vanno indagati per capire lo stato di accettabilità sociale di questa attività.

Come vengono rielaborati in un unico quadro finale i dati ambientali e sociali?

Esistono diversi metodi statistici e modelli di analisi multivariata che permettono di mettere assieme dati con valori diversi, precisioni diverse, frequenze diverse come quelli fisici, chimici, biologici e sociali.

L’obiettivo è ottenere è una rappresentazione il più semplice possibile di questi dati, per aiutare chi deve prendere decisioni (policy maker, amministratori locali, legislatori) a farlo con il maggior numero di informazioni possibile. Per AquaAccept abbiamo sviluppato, in collaborazione con l’IRBIM-CNR, un GIS (Geographic Information System) che integra i vari strati di informazione e restituisce una mappa visiva con colori e simboli facili da interpretare. Queste mappe danno il quadro della situazione acquacoltura zona per zona e creano possibili scenari a seguito di una crescita, decrescita, cambiamento delle attività. Sulla base delle conseguenze ambientali rappresentate si può, per esempio, stabilire se accettare la richiesta per una nuova licenza, in che area è meglio farlo o quale tipo di installazione posizionare. A tal proposito, stanno nascendo tantissime soluzioni per risolvere le questioni ambientali delle gabbie aperte: gli impianti chiusi, sempre in zona costiera, evitano gli scambi con l’ambiente, eliminano il problema dell’occupazione di spazio terreste, limitano gli interventi per dragare la costa ma richiedono molta manutenzione e grossi investimenti. Molto promettenti sono anche gli impianti offshore, gabbie aperte in mezzo al mare, estremamente più grandi di quelle costiere, che entrano meno in competizione di spazio con le altre attività e facilitano la dispersione di cibo, feci, ecc.

Recentemente sono partiti diversi progetti pilota per valutare il benessere dei pesci in questi sistemi di allevamento e il loro impatto economico sui piccoli imprenditori locali.

Quali sono le prospettive future del tuo lavoro?

Vorremmo raccogliere ulteriori dati in altre località della Norvegia per vedere se il nostro sistema di analisi funziona anche in zone meno antropizzate e con poche attività come quelle subartiche. Inoltre, vorremmo allargare lo studio anche ad altri Stati: finora abbiamo usato come termine di paragone l’Irlanda, paese della Comunità Europea ma con un volume di produzione completamente diverso dalla Norvegia. Ora pensiamo di coinvolgere Sudafrica, Brasile e Argentina.

Infine stiamo portando avanti dei progetti sulla circolarità della produzione acquatica, in particolare sulle alternative ai mangimi per sfruttare gli scarti della lavorazione di pesci o di altre lavorazioni (es. della birra).


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Leggi anche: Oceani e acquacoltura possono salvare la pesca

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Luisa Alessio
Biotecnologa di formazione, ho lasciato la ricerca quando mi sono innamorata della comunicazione e divulgazione scientifica. Ho un master in comunicazione della scienza e sono convinta che la conoscenza passi attraverso la sperimentazione in prima persona. Scrivo articoli, intervisto ricercatori, mi occupo della dissemination di progetti europei, metto a punto attività hands-on, faccio formazione nelle scuole, ho una rubrica su Radio Punto Zero Tre Venezie. E adoro perdermi nei musei scientifici.

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