martedì, Luglio 16, 2019
AMBIENTE

Se il clima impazzisce, le disuguaglianze aumentano

Molti Paesi in via di sviluppo hanno già pagato dazio sui cambiamenti climatici con una crescita economica mutilata: un nuovo studio ha incrociato 50 anni di temperature medie annuali con il PIL di 165 Paesi.

Il clima che cambia ha favorito la crescita economica di Paesi come Canada e Svezia, frenando quella di altri come India e Nigeria.

Parafrasando il celebre adagio popolare, latitudine è mezza bellezza. Almeno per quanto riguarda l’economia. Non è un caso che la maggioranza delle nazioni più floride si concentri nelle zone temperate invece che ai poli oppure ai tropici. Le temperature miti sono le più congeniali sia alle coltivazioni sia al benessere degli esseri umani. Non deve perciò stupire che il cambiamento climatico possa modificare, tra le altre cose, i rapporti di forza tra le nazioni, amplificando la già ampia disparità tra il Nord e il Sud del mondo.

Opportunità o danno?

Come dimostra uno studio pubblicato su PNAS da Noah Diffenbaugh e Marshall Burke dell’Università di Stanford, dagli anni ’60 a oggi la febbre planetaria ha aumentato significativamente le disuguaglianze economiche, favorendo la crescita nei Paesi freddi come Canada e Svezia e frenando al contempo quella in Paesi caldi come India e Nigeria. Gli autori hanno applicato una ventina di differenti modelli climatici alle stime ottenute in precedenza dallo stesso Burke, incrociando mezzo secolo di temperature medie annuali con il prodotto interno lordo di 165 Paesi. Per ciascuno di essi, i ricercatori hanno ipotizzato quale sarebbe potuta essere la produzione economica in assenza di cambiamento climatico, calcolando oltre 20 mila possibili traiettorie di crescita economica.

“Per la maggioranza delle nazioni le conseguenze del cambiamento climatico sono inequivocabili. Per esempio, non c’è alcun dubbio che esso abbia danneggiato i Paesi tropicali, intensificando temperature già lontane da quelle ottimali per la crescita” ha dichiarato Burke in un comunicato. Meno chiaro è il ruolo del riscaldamento nella crescita dei Paesi a latitudini intermedie, per i quali l’analisi rivela impatti economici inferiori al 10%. “Alcune delle più grandi economie mondiali sorgono in luoghi dove la temperatura è ideale a sostenere la produzione economica” riprende Burke. “Per il momento il cambiamento climatico le ha interessate solo marginalmente. E in molti casi le ha addirittura favorite”.

Disuguaglianze

Sebbene negli ultimi decenni la disuguaglianza economica globale sia diminuita, i risultati suggeriscono che in assenza di cambiamento climatico il divario si sarebbe assottigliato più in fretta. Centesimo di grado dopo centesimo di grado, tra il 1961 e il 2010 l’aumento delle temperature medie ha contribuito ad allargare di quasi 25 punti percentuali lo scarto tra le nazioni poste agli estremi dei livelli di produttività. Il cambiamento climatico ha ridotto la possibile ricchezza pro capite dei Paesi più poveri di una forbice compresa tra i 17 e i 30 punti percentuali mentre quella dei Paesi più ricchi è cresciuta di circa 10 punti.

“Le serie storiche mostrano chiaramente che le colture sono più produttive e le persone più sane con temperature né troppo fredde né troppo calde. Ciò significa che qualche grado in più nei Paesi freddi può essere d’aiuto mentre è l’esatto contrario in quelli già caldi” riassume Burke. Emblematico è il caso dell’economia dell’India, risultata di quasi un terzo più piccola di quanto sarebbe stata in assenza della febbre planetaria. Uno sproposito in tutto e per tutto paragonabile, secondo gli autori, alla Grande Depressione che nel 1929 mise in ginocchio gli Stati Uniti.

Responsabilità

Il cambiamento climatico è un processo fatto di piccoli e inavvertibili mutamenti che tuttavia, nel lungo periodo, generano guadagni ingenti e perdite drammatiche. “Per certi versi funziona come un conto deposito: minuscole fluttuazioni del tasso di interesse possono generare in 30 o 50 anni grandi differenze del saldo” commenta Diffenbaugh. In un momento storico in cui i negoziati sul clima si arenano regolarmente sul chi debba farsi carico delle mitigazioni, l’analisi offre un inedito punto di vista: molti dei Paesi in via di sviluppo hanno già pagato dazio attraverso una crescita economica mutilata.

“Il nostro lavoro offre una stima di quanto ciascun Paese sia stato influenzato economicamente dal riscaldamento globale in relazione alle sue emissioni di gas serra” prosegue Diffenbaugh, ricordando come le nazioni industrializzate, divenute tali bruciando combustibili fossili, siano paradossalmente quelle meno danneggiate. Ecco perché i ricercatori sottolineano l’importanza di promuovere l’accesso all’energia sostenibile anche nei Paesi in via di sviluppo. “Oggi sappiamo che il riscaldamento globale inasprisce le disuguaglianze, motivo per il quale vi è un’altro vantaggio economico nella transizione alle fonti di energia rinnovabile:  più i Paesi poveri si riscaldano, più il loro sviluppo verrà frenato” conclude Diffenbaugh.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   Fotografia Pixabay

Davide Michielin
Indisposto e indisponente fin dal concepimento, Davide nasce come naturalista a Padova ma per opportunismo diventa biologo a Trieste. Irrimediabilmente laureato, per un paio d’anni gioca a fare la Scienza tra Italia e Austria, studiando gli effetti dell’inquinamento sulla vita e sull’ambiente. Tra i suoi interessi principali vi sono le catastrofi ambientali, i fiumi e gli insetti, affrontati con animo diverso a seconda del piede con cui scende dal letto.

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