venerdì, Settembre 20, 2019
ATTUALITÀ

Quando la ricerca presta il fianco all’editoria predatoria

Una ricerca mette in luce il ruolo delle riviste predatorie in Italia. Ne parliamo con uno degli autori e con Jeffrey Beall, che il termine "predatory publisher" lo ha inventato.

OMICS International, Scientific Research Publishing, Center for Promoting Knowledge, Jacobs Publishers: sono alcuni dei famosi predatory publisher, gli editori di riviste predatorie che possono essere incluse in Scopus, uno dei più importanti database internazionali, utilizzato sia dai ricercatori per scegliere dove pubblicare i loro studi sia da chi valuta i ricercatori.

Una ricerca pubblicata su Research Policy e condotta da Mauro Sylos Labini del dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa, con Manuel Bagues dell’Università di Warwick, in Inghilterra, e Natalia Zinovyeva dell’Università di Aalto, in Finlandia, ha fatto il punto sul peso, negativo, delle riviste predatorie nella ricerca scientifica italiana.

Analizzando i curricula di 46.000 ricercatori e professori che hanno partecipato alla prima edizione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale del 2012-13 – una valutazione che serve per partecipare ai concorsi per diventare professore nelle università italiane – “abbiamo rilevato come oltre 2.000 ricercatori, circa il 5% dei partecipanti, hanno pubblicato su riviste potenzialmente ‘predatorie’”, dice a OggiScienza Sylos Labini.  Economia aziendale, organizzazione e finanza aziendale sono i settori più inquinati, ma secondo lo studio lo spreco di risorse economiche raggiunge l’apice nel settore biomedico, dove alcuni ricercatori hanno pagato fino a 2.500 dollari per pubblicare un singolo articolo.

“Per pubblicare circa 6.000 articoli, i ricercatori del campione hanno speso più di due milioni e mezzo di dollari, una media di 440 dollari ad articolo”, continua il ricercatore dell’ateneo pisano. “Parte di questa cifra esce direttamente dalle tasche dei ricercatori, ma parte proviene invece dai loro fondi di ricerca pubblici. Si tratta comunque di una stima che non tiene conto delle spese per la partecipazione a conferenze ‘predatorie’, spesso associate a queste pubblicazioni. Il fatto che molti ricercatori e professori pubblichino articoli su queste riviste e le inseriscano nei loro curricula è un segnale degli enormi problemi nella valutazione della ricerca”.

Quali sono, in concreto, questi problemi?

Nella nostra analisi empirica, la presenza di articoli apparsi su riviste predatorie è più frequente nei curricula dei ricercatori meno esperti. Ma si tratta solo di uno degli aspetti del fenomeno.

Come si può arginare questo comportamento non etico?

Vorrei chiarire due cose: non si tratta di un problema solo italiano e il nostro studio non colpevolizza i ricercatori che in alcuni casi sono le vittime. Le riviste predatorie sono la punta dell’iceberg di un problema più ampio, che riguarda la valutazione della ricerca e il trade-off tra quantità e qualità della produzione scientifica. Problema che diventa più grave quando la valutazione non è fatta bene. Dalla nostra ricerca emerge che due caratteristiche delle valutazioni contribuiscono al successo delle riviste predatorie.

Primo, l’utilizzo automatico di liste bianche di riviste. Per esempio, dalla nostra indagine emerge che Scopus include al suo interno riviste che non rispettano gli standard accademici. Secondo, i nostri risultati indicano che quando le commissioni valutatrici sono di bassa qualità, misurata sulla base dei curricula accademici dei componenti, la probabilità di promozione dei ricercatori che hanno pubblicato su riviste predatorie è più alta. È necessario, quindi, migliorare la qualità delle commissioni di valutazione e non utilizzare in modo automatico liste di riviste, ma utilizzare insieme alle liste la peer-review.

Anche chi valuta dovrebbe essere, a sua volta, valutato?

Dovrebbe essere selezionato sulla base del suo curriculum accademico. ANVUR prova a farlo, ma sempre utilizzando in modo automatico queste liste bianche. E in alcuni settori, come l’economia aziendale, sono spesso gli stessi valutatori ad aver pubblicato ampiamente su riviste predatorie.

Ma questo mette in dubbio il sistema dell’abilitazione scientifica nazionale?

La mia posizione personale è che, grazie anche alla sua estrema trasparenza, l’abilitazione scientifica nazionale ha consentito un miglioramento rispetto al passato nel modo in cui vengono valutati i curricula dei ricercatori. Ma si può certamente migliorare: ad esempio, il fatto che i commissari siano persone che non vengono retribuite ha portato forse ad un abbassamento della qualità delle commissioni valutatrici.


La Beall’s List of Journals of Potential, possible, or probable predatory scholarly open-access journals è la fonte dello studio di Mauro Sylos Labini, pubblicato sul numero monografico di Policy Research.

Rispetto a questa situazione largamente diffusa nel mondo della ricerca scientifica, abbiamo chiesto un parere proprio a Jeffrey Beall, inventore del termine predatory publisher (riviste predatorie) e autore della Beall’s List, messa a punto mentre svolgeva il suo lavoro di bibliotecario all’Università di Denver ma oggi non più aggiornata – qualcosa di simile è il servizio dell’azienda Cabell’s, che ha stilato una lista stringente di criteri -. Parliamo con un convinto detrattore del sistema dell’open-acces. Ora Beall è in pensione e la sua lista non è più stata aggiornata.


Jeffrey Beall, lei ha un’opinione sul sistema accademico italiano?

Ho letto l’articolo dei colleghi finlandesi, inglesi e italiani. È molto interessante, ma non sorprendente. Il problema che gli autori documentano non accade soltanto in Italia, ma nella gran parte dei Paesi. Infatti, a mio parere, il problema è molto più grave in molti altri Paesi. Non ritengo che questo articolo sia un giudizio sulla ricerca italiana, ma utilizza la situazione italiana, dove i dati sono disponibili, per documentare e quantificare un problema che ha dimensioni mondiali.

Quando ha iniziato a fare ricerca sui predatory journal e perché? 

Ho lavorato come bibliotecario alla University of Colorado di Denver e ho iniziato a raccogliere dati sulle riviste predatorie, e i relativi editori, a partire dal 2008. Nel 2010 ho coniato il termine predatory publisher e creato, in via informale, un blog. Nel 2012 ho dato il via a un blog con un taglio professionale: elencava le riviste predatorie, gli editori di queste riviste e commentava le ricerche accademiche che venivano pubblicate. Ho continuato a lavoravi fino all’inizio del 2017.

Perché ha smesso?

Sentivo una forte pressione da parte della mia università a lasciare il posto di lavoro e sono andato in pensione nel marzo del 2018. Mi sentivo minacciato e non mi sentivo sicuro nel lavorare in un contesto di quel genere. Ho ricevuto minacce, anche legali e di altro genere. Ad esempio, gli editori inclusi nella mia lista inviavano e-mail alla mia università con false accuse nei miei confronti; i difensori dell’editoria open-access spesso mi attaccavano per aver osato mettere in discussione la ricerca accademica che veniva pubblicata sulle loro riviste. L’anno dopo essere andato in pensione, a 58 anni nelle università americane, mi sono trasferito in una piccola città nel Colorado e ho smesso, nella gran parte dei casi, di partecipare a discussioni online e sui social media sul tema delle pubblicazioni accademiche.

Perché secondo lei il metodo dell’open-access ha facilitato la nascita delle riviste predatorie?

L’open-access è nato con la nobile intenzione di rendere pubblici i risultati della ricerca scientifica evitando la tradizionale sottoscrizione alle riviste scientifiche, ma i sostenitori di questo modello non hanno prestato molta attenzione al fatto che fosse necessario creare un nuovo modo di pubblicare ricerca capace di mantenere inalterata l’integrità scientifica. A mio avviso, l’open-access è stato un movimento miope e naïve: editori criminali hanno approfittato di questo modello, creando una crisi nel mondo delle pubblicazioni accademiche. Ora la scienza è inquinata da articoli che sono soltanto pura fake science. Ritengo ci sia il bisogno di far ritornare il controllo della scienza ai legittimi ricercatori e a legittime società accademiche non profit.

Lei parla di attivisti dell’open-access, che danneggerebbero la scienza? A che cosa fa riferimento?

Intendo i molti bibliotecari, ricercatori ecc. che vogliono uccidere l’editore Elsevier, e altri editori simili, per rimpiazzarli con i giornali open-access. Si presta molta più attenzione alla tipologia di pubblicazione che alla qualità della ricerca. Vogliono creare una sorta di “utopia open-access”, ma nel fare questo hanno creato un sistema distopico delle pubblicazioni scientifiche. Questi attivisti dell’open-access, la gran parte dei quali è in Europa, sono la parte più grave del problema e fanno pressione sulle istituzioni per cambiare le leggi e forzare i ricercatori a utilizzare l’open-access, nonostante siano disponibili riviste di qualità molto più elevata.

Che tipo di danno ritiene possa essere fatto dalle riviste predatorie al mondo della scienza e, in generale, della conoscenza, anche dal punto di vista economico?

Il danno è importante ed è costantemente presente. Con le riviste open-access, chiunque può pubblicare qualsiasi cosa, anche non necessariamente scientifica. Inoltre, molte persone che lavorano nelle università usano articoli che hanno pubblicato su riviste predatorie per ottenere promozioni da parte del proprio ente accademico. Sono convinto che vi siano migliaia di persone in tutto il mondo, anche qui negli Stati Uniti, che utilizzano le riviste predatorie per avere, ad esempio, la promozione a professore ordinario. La pubblicazione della ricerca accademica è cambiata ma, a livello internazionale, non è cambiato il sistema di valutazione nelle università.

Perché nessuno condanna penalmente i predatory editor?

È di pochi giorni fa la notizia di una causa da 50 milioni di dollari vinta dagli Stati Uniti contro OMICS International. Questo è l’unico caso che io conosca in cui un ente governativo intraprende un’azione legale contro un editore di riviste predatorie. I predatory editor sono soliti a comportamenti penalmente perseguibili: aggiungono persone all’editorial board senza averne avuto il permesso – in alcuni Paesi questo è considerato reato di furto di identità – oppure violano il copyright plagiando ricerche. Sono editori che guadagnano molto, spesso in valuta straniera, e incrementano l’economia del loro Paese: molto probabilmente, in realtà, i governi supportano i predatory publisher, come accade in India, un Paese con moltissimi editori di questo genere.

Ci farebbe un esempio dei danni fatti dalle riviste predatorie o open-access di basso livello?

Le due più grandi domande della scienza a cui non è ancora stata data una risposta sono: “Qual è la natura della materia oscura?” e “Qual è la natura dell’energia oscura?”. Non c’è un consenso scientifico unanime nella risposta a questi due grandi problemi, che rimangono irrisolti.

Tuttavia, nel mondo delle riviste predatorie, a queste domande si è data più volte una risposta. Un esempio è l’articolo apparso su Journal of Modern Physics nel 2016. In una vera rivista scientifica, che pone molta attenzione all’etica e all’integrità accademica, questo articolo di fake science non sarebbe mai stato pubblicato e sarebbe stato rigettato dai peer reviewer. Ma ancora peggio è il fatto che questo articolo è citato in Google Scholar: questo significa che uno studente o chi fa ricerca può pensare che questo sia un vero articolo scientifico. Ancora più pericolosi sono gli scienziati che creano delle false medicine e che si avvalgono dei predatory journal per pubblicare articoli in cui il risultato sarebbe che “la loro medicina è efficace” contro una malattia con l’obiettivo, più volte raggiunto, di riuscire a vendere questo “farmaco” e trarne profitto a scapito della salute dei pazienti.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   Foto: Pixabay

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