martedì, Ottobre 22, 2019
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Tabagismo: psicologia e genetica dietro la dipendenza

Perché fumiamo e perché è così difficile vincere la dipendenza da fumo? Esploriamo i meccanismi che portano all'assuefazione e rendono complesso smettere definitivamente.

Foto: Pixabay

Perché fumiamo? E quante persone fumano oggi? L’abitudine al fumo è ancora molto diffusa in Italia. I dati relativi al 2018 del Rapporto nazionale sul fumo, presentato dall’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga dell’Istituto Superiore di Sanità, ci dicono che in Italia fuma il 23,3% della popolazione, in lieve aumento rispetto al 2017; fuma inoltre un ragazzo/a su cinque nella fascia 13-15 anni. Tra i dati che è più interessante analizzare, c’è quello che esamina le ragioni che inducono a cominciare a fumare: la maggior parte dei fumatori (il 59,4%) dichiara di aver iniziato per influenza di compagni e amici in contesti di svago. In pratica, ci si trova in un gruppo dove gli altri fumano e si accende la sigaretta per non sentirsi esclusi.

È solo quando l’abitudine al fumo è radicata che ci si rende conto di quanto sia difficile liberarsene. In occasione della Giornata Mondiale senza Tabacco promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, OggiScienza ha voluto approfondire la questione con l’aiuto di chi si dedica alla ricerca in questo campo.

I meccanismi psicologici del tabagismo

Quali sono i meccanismi psicologici che favoriscono l’instaurarsi dell’abitudine al fumo? E quali i fattori che rendono così difficile la disassuefazione? OggiScienza lo ha chiesto a Gabriella Pravettoni, che dirige la divisione di Psiconcologia dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

«Dobbiamo, innanzitutto, esplorare i complessi meccanismi che facilitano la creazione del legame tra individuo e sigaretta», sottolinea Pravettoni. «La componente fisiologica è principalmente legata alla nicotina contenuta nelle sigarette, che è in grado di creare, in un breve arco temporale, un’importante dipendenza a livello fisico», aggiunge la dottoressa. Ma la dipendenza fisiologica non esaurisce assolutamente la questione: le componenti psicologiche dell’abitudine al fumo sono un ostacolo molto difficile da superare. Quali sono le ragioni che spingono a fumare?

«La sigaretta ricopre diverse funzioni», ricorda Pravettoni.  «Da un lato può rappresentare un modo per gestire lo stress correlato agli eventi di vita e più in generale le emozioni negative.  Si tratta di quello che gli psicologi definiscono ‘meccanismo di coping maladattivo’, cioè un modo per fronteggiare un problema che, però, in ultima analisi, peggiora la situazione. Allo stesso tempo la sigaretta può avere anche una funzione attivante, in quanto può essere usata dalla persona che fuma per favorire la concentrazione durante lo svolgimento di un compito, per aumentare la propria performance o per contrastare la sensazione di noia».

C’è poi la sigaretta che, come dicevamo, si accende in compagnia, per evitare di sentirsi esclusi dal gruppo dei pari. «Si tratta di un meccanismo che si può notare soprattutto nei giovani fumatori, nei quali il consumo di sigarette può essere anche favorito dalla tendenza a privilegiare i benefici immediati del fumo, come la percezione di sentirsi grandi, il piacere percettivo e gestuale legato alla sigaretta, perché si ha difficoltà a rappresentarsi le conseguenze future che il fumo ha sulla salute», sottolinea la dottoressa.

Percezioni distorte

Remano a favore dell’instaurarsi di questa insana abitudine anche alcuni meccanismi tipici del nostro modo di percepire la realtà, che ci inducono a valutazioni errate: i cosiddetti bias cognitivi. Tra questi, vi è la tendenza all’ottimismo irrealistico, che porta il fumatore a sottostimare i danni che subirà per via dell’abitudine al fumo. «In termini più semplici e generali, potremmo dire che si tratta di un modo per gestire la paura delle conseguenze del fumo», aggiunge Pravettoni.

«Moltissimi studi evidenziano, poi, come l’attenzione dei fumatori possa essere catturata da stimoli, interni o esterni, collegati alla sigaretta. Questa distorsione a livello attentivo, che prende il nome di attentional bias, sembra favorire un importante aumento del desiderio e dell’urgenza di fumare. Si tratta di un meccanismo particolarmente insidioso quando si cerca di smettere di fumare, perché il fumatore sperimenta una maggiore reattività agli stimoli correlati al fumo, facilitando il ricorso alla sigaretta per ridurre lo stato di tensione e rendendo ostico il mantenimento della sospensione», evidenzia l’esperta.

Ma allora, cosa è possibile e ragionevole provare a fare per uscire da questo circolo vizioso? «Le maggiori evidenze scientifiche degli ultimi anni – sottolinea Pravettoni – confermano l’importanza di un approccio integrato e personalizzato, in base al bisogno del singolo fumatore. Da un punto di vista psicologico è fondamentale individuare quali siano i suoi bisogni e quale il ruolo della sigaretta nel loro soddisfacimento. Questo aiuta la persona che fuma ad acquisire una maggiore consapevolezza riguardo al proprio comportamento di fumo e ai meccanismi che lo hanno innescato e che lo mantengono nel tempo. Le ricerche confermano l’importanza di affiancare alle terapie sostitutive della nicotina e ai nuovi trattamenti farmacologici per la gestione della dipendenza da nicotina percorsi di supporto psicologico-comportamentale», conclude la dottoressa.

Gli studi genetici

Nel frattempo, la conoscenza dei meccanismi che facilitano l’instaurarsi del tabagismo ha posto l’accento sulle componenti genetiche. Non tutti sono ugualmente predisposti a diventare fumatori e le ragioni di questa più o meno spiccata predisposizione sembrano essere legate anche ai geni. OggiScienza ne ha parlato con Francesca Colombo, ricercatrice dell’Unità di Epidemiologia Genetica e Farmacogenomica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, da tempo attiva nella ricerca che riguarda la predisposizione genetica al tabagismo e coordinatrice di uno studio pubblicato su Scientific Reports di Nature.

«Diversi studi – sottolinea – hanno dimostrato che la dipendenza dalla nicotina è geneticamente determinata. In altre parole, alcune varianti genetiche, normalmente presenti nel DNA delle persone, sono associate alla dipendenza dalla nicotina. Le varianti genetiche più rilevanti per tale dipendenza sono quelle presenti all’interno di alcuni geni che codificano per recettori per la nicotina oppure in geni coinvolti nel metabolismo della nicotina. Uno di questi polimorfismi, localizzato nel gene CHRNA5, è risultato associato anche a un aumento della difficoltà a smettere di fumare in pazienti che hanno assunto specifici trattamenti farmacologici e hanno ricevuto supporto psicologico per abbandonare il tabagismo».

Terapie personalizzate

In questo senso, la ricerca permetterà di avvicinarsi sempre di più a un approccio terapeutico personalizzato, che tenga conto delle variabili individuali: «Dato che la capacità di smettere di fumare di un individuo è influenzata dalla sua dipendenza dalla nicotina, – aggiunge Colombo –  molti studi hanno cercato di valutare se le stesse varianti in grado di determinare la dipendenza possano giocare un ruolo anche nel favorire o meno un fumatore nel percorso di cessazione dell’abitudine al fumo. Nel nostro istituto abbiamo identificato una variante genetica nella regione regolatoria del gene CHRNA5 associata a una migliore risposta alle terapie antifumo e nei prossimi mesi inizieremo uno studio clinico, in collaborazione con il nostro Centro Antifumo, diretto dal dott. Boffi, per valutare l’utilità clinica di sapere se un paziente abbia o meno la suddetta variante nel DNA, al fine di ottenere una risposta positiva al percorso di disassuefazione dal fumo».

«Contemporaneamente, – conclude la ricercatrice – cercheremo anche di individuare altre varianti genetiche che possano spiegare ulteriormente la variabilità nella risposta alle terapie antifumo. Il fine ultimo di questi studi è quello di poter giungere a una personalizzazione della terapia antitabagica, per poter ottenere trattamenti più efficaci e con il minor numero di effetti collaterali possibile».

Il tabagismo è un osso duro, ma le strade aperte dalla ricerca, psicologica e genetica, sembrano promettenti.


Leggi anche: Fumo passivo, non facciamoci rubare l’aria

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Anna Rita Longo
Insegnante, dottoressa di ricerca e science writer. Membro del board di SWIM - Science Writers in Italy e socia effettiva del CICAP - Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze

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