mercoledì, Novembre 20, 2019
STRANIMONDI

Stranger Things 3: nuovi personaggi, Russia e adolescenza

Dopo una seconda stagione fin troppo simile alla prima, alla terza restava il compito di dare nuova consistenza alla storia. Ci è riuscita?

Il 4 luglio Netflix ha pubblicato la nuova stagione di uno dei suoi prodotti più seguiti e amati, Stranger Things. Ideata dai fratelli Matt e Ross Duffer, la serie era attesa al varco dopo una seconda stagione che aveva lasciato molti dubbi sulla sua reale capacità di sviluppare storie, risultando più una copia carbone della prima che una vera prosecuzione. Il compito della terza stagione era quindi dare consistenza a una storia che si concludeva con un’immagine molto chiara su chi sarebbe stato il rivale dei protagonisti: ricordate il Mind Flayer placidamente appollaiato sulla scuola di Hawkins nel Sottosopra? 

La stagione del cambiamento? No, ma…

Lo schieramento tattico che i due registi e creatori Matt e Ross Duffer mettono in campo è sempre quello: utilizzando termini calcistici, propongono un modulo mostri-ragazzini-nostalgia che è fortemente confermato anche nella nuova stagione. Squadra che vince non si cambia, ma anche se giocano ancora all’interno di questa solida e consolidata ricetta, stavolta i Duffer riescono a produrre un gioco migliore rispetto a quello della seconda stagione.

Il terzo capitolo della saga si avvale di nuovi personaggi particolarmente riusciti: su tutti Erica Sinclair (Priah Ferguson), la tostissima sorella minore di Lucas, una vera rivelazione della stagione, e anche l’intelligente e coraggiosa Robin (Maya Hawke). Molto valida anche l’idea di valorizzare il personaggio di Billy (Dacre Montgomery), il fratello di Max, uno con il physique-du-rôle ideale per incarnare un personaggio tormentato e complesso. Eleven (Undici nella versione italiana, interpretata da Millie Bobby Brown) si conferma un personaggio straordinario, un’autentica fuoriclasse, ma stavolta meno solista e più talento al servizio della squadra. Non più deus ex machina, ma personaggio con poteri e debolezze che la rendono ancora più interessante.

Inoltre, i Duffer stavolta tratteggiano linee narrative multiple che si intrecciano meglio rispetto alla stagione precedente, tenendo sempre alta la tensione soprattutto dalla quarta puntata in avanti. I protagonisti vengono divisi in piccole squadre, ognuna con i suoi rivali e con i propri ostacoli da superare. Le linee narrative partono da un paio di strani eventi legati a mostri e mondi paralleli, come nelle precedenti stagioni. Ma c’è di più: questa volta la parte dei cattivi umani tocca ai russi, o “Commie”, come spesso e volentieri i protagonisti ripetono durante la serie.

La Guerra Fredda arriva a Hawkins

I Duffer calano di forza uno dei temi più caldi degli anni Ottanta: la guerra fredda. Lo fanno a modo loro. I russi di Stranger Things non sono furbi, spietati, invisibili e inafferrabili come quelli di The Americans, anzi, a dire il vero (a parte un paio di personaggi meglio caratterizzati) fanno la figura di nemici un po’ stupidi e grossolani. L’idea di inserire la minaccia sovietica sul suolo americano è valida e alcune scene nella base sovietica segreta ricordano un po’ le battaglie stealth di Solid Snake in Metal Gear Solid, solo che qui gli agenti segreti infiltrati sono Erika, Robin, Dustin e Steve Harrington, uno dei personaggi principali della stagione e apparso incredibilmente a suo agio nel ruolo di James Bond Junior vestito da marinaretto per ragioni professionali (lavora alla gelateria “Scoops Ahoy!”, che è a tema navale).

Su questo versante la serie scivola anche verso un filoamericanismo di maniera fin troppo marcato, tenuto conto anche che gli eventi di questa terza stagione avvengono tutti a ridosso e durante la festa dell’Indipendenza del 4 luglio 1985. Per il resto, come era logico aspettarsi, i cambiamenti dei protagonisti sono inevitabili anche solo per l’età anagrafica degli attori: Eleven, Mike, Lucas, Dustin, Will e Max non sono più bambini e hanno un aspetto sempre meno infantile che consente l’inserimento nella trama di conflitti amorosi e sociali più marcati all’interno del gruppo di amici.

C’è sempre spazio per la scienza

Stranger Things ha sempre avuto un occhio di riguardo per la scienza, l’ha sempre usata sia come fonte di ispirazione che come universo di citazioni, easter eggs e riferimenti capaci di valorizzare l’animo nerd dei protagonisti ma anche dei fan, soprattutto quelli della primissima ora. Nelle stagioni scorse ci sono stati riferimenti alla fisica quantistica e ai multiversi, alle neuroscienze e al caso di Phineas Gage. Dalla scienza arriva l’idea del Sottosopra, dalla scienza arriva la capacità del Mind Flyer, uno dei mostri del mondo parallelo, di controllare le menti degli esseri umani.

Non è facile familiarizzare con questi concetti, sia per gli spettatori sia per i personaggi: in questo senso arriva in soccorso nostro e dei ragazzini di Hawkins il professore di scienze della scuola, il signor Clark (Randy Havens). Nemmeno in questa stagione al professore viene negato lo spazio di approfondimento scientifico, uno dei passaggi ormai classici della serie: Mr. Clark indossa i panni del divulgatore e nella seconda puntata spiega con la solita aria bonaria e compiaciuta questioni di elettromagnetismo, solenoidi e calamite. Davanti alle domande incalzanti di Joyce Byers (Winona Ryder) che ha già intuito il legame fra gli strani eventi che si succedono, Mr. Clark ha il ruolo dello scettico: “Apofenia”, risponde il professore, utilizzando una parola coniata negli anni Cinquanta dal neurologo Klaus Conrad.

La signora Byers è confusa, e Mr. Clark spiega come l’essere umano tenda a legare insieme eventi indipendenti ma che ci appaiono correlati. Ovviamente siamo a Hawkins e nel mondo dei Duffer per l’apofenia non c’è posto: che siano calamite che cadono dal frigo, blackout e luci intermittenti, energumeni russi nello studio del sindaco, ratti che esplodono o incidenti stradali nel cuore della notte, tutto è connesso poiché frutto delle cose più strane, che di stagione in stagione strane lo diventano sempre di più.
Chiaramente la serie ha un’anima citazionista e nerd da sfamare continuamente, anche a costo di risultare simpaticamente surreale. In uno dei momenti più tesi della stagione, i Duffer riservano un colpo di scena atteso sin dalla prima puntata e lo fanno seguire con una “Neverending story” cantata a squarciagola mentre tutti sono in attesa di sapere le cifre della costante di Planck.

Il futuro della serie potrà certamente beneficiare ancora una volta degli spunti narrativi e fantastici forniti dalla scienza (in un’alleanza letteraria e culturale ottimamente indagata da Michele Bellone in Incanto) per dare una risoluzione a eventi che al momento appaiono impossibili e più strani che mai.  


Leggi anche: Black Mirror 5: addio inquietudine, benvenuta nostalgia

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.    Immagine: Netflix

Enrico Bergianti
Giornalista pubblicista. Scrive di scienza, sport e serie televisive. Adora l'estate e la bicicletta.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: