domenica, Ottobre 20, 2019
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L’instabilità del reddito danneggia il portafoglio e non fa bene al cervello

Le fluttuazioni del reddito lavorativo possono avere conseguenze immediate sul conto corrente e più a lungo termine sulle performance cerebrali

In Occidente, a partire dagli anni Ottanta, la diminuzione dei redditi lavorativi ha registrato valori da record. Negli ultimi 40 anni la volatilità del reddito non è stata contrastata da significative manovre di arginamento e le conseguenze non si sono solo limitate al disagio economico. Uno studio pubblicato su Neurology, la rivista medica dellAmerican Academy of Neurology, ha riscontrato difficoltà di pensiero e una ridotta funzionalità cerebrale in coloro che hanno sperimentato cali di reddito superiori al 25% da un anno all’altro.

I risultati della ricerca mostrano che la volatilità del reddito o le sue fluttuazioni con segno negativo, registrati durante gli anni di maggior produttività, ovvero nella fascia di età dei giovani adulti, sono correlati a un peggioramento della salute cerebrale nella mezza età. In particolare, è emersa una diminuzione delle performance in risposta a test sul pensiero e sulla memoria e una minore connessione neuronale tra le diverse parti del cervello, stando alle scansioni cerebrali provenienti da risonanze magnetiche.

Lo studio

Lo studio, condotto negli Stati Uniti, ha coperto il periodo tra il 1990 e il 2010 e ha coinvolto 3287 persone di età compresa tra 23 e 35 anni. Con cadenza quinquennale, i partecipanti hanno fornito tutte le informazioni relative al loro reddito familiare annuo al lordo delle imposte. I ricercatori hanno suddiviso il campione in tre gruppi a seconda della variazione o meno del reddito annuo. Al primo gruppo facevano parte coloro che non avevano subito alcuna variazione di reddito, nell’arco temporale analizzato. Questo gruppo era formato da 1780 persone. Il secondo gruppo, invece, era rappresentato da coloro che avevano sperimentato, per tutto il periodo studiato, una sola diminuzione di reddito maggiore o uguale al 25% da un anno all’altro. Questo gruppo contava 1108 persone. Infine, 399 persone costituivano il terzo gruppo, ovvero coloro che avevano subito due o più variazioni dei compensi lavorativi annuali durante tutti i 20 anni di studio.

Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a test specifici per valutare le capacità del pensiero e della memoria. In base alla correttezza e alla rapidità della risposta, i ricercatori sono riusciti a valutare il livello di performance di ciascuno dei tre gruppi. Nello specifico, uno di questi test appaiava i numeri da 1 a 9 a un simbolo e richiedeva al partecipante di indicare, data una lista di numeri, il simbolo corrispondente. Il terzo gruppo ha totalizzato il punteggio minore, mostrando la peggior performance nello svolgimento dell’esercizio.

I risultati dello studio

Sia in termini di risultati ottenuti sia in termini di tempo impiegato per svolgere il test, le scarse performance ottenute dal terzo gruppo sono risultate comunque migliori di quelle che si registrano a causa del normale invecchiamento da un anno a quello successivo. Si sono ottenuti gli stessi risultati anche dopo aver regolato l’analisi in base a quei fattori che possono influenzare la capacità di pensiero, come il livello di educazione, la pratica di una attività fisica, l’abitudine al fumo e l’alta pressione arteriosa.

Oltre ai risultati dei test, i ricercatori si sono basati sulle immagini provenienti dalle scansioni cerebrali mediante risonanza magnetica. Di 707 partecipanti si è misurato, all’inizio dello studio e 20 anni più tardi, sia il volume totale sia il volume di specifiche zone cerebrali. Dalle scansioni, i ricercatori hanno potuto osservare che il volume cerebrale del terzo gruppo, ovvero quello costituito da due o più variazioni del reddito, era inferiore rispetto agli altri gruppi. Inoltre, gli stessi partecipanti hanno mostrato una minore connessione neuronale tra diverse aree del cervello.

L’autrice dello studio, Leslie Grasset, del Inserm Research Center di Bordeaux, commenta: “possiamo elaborare diverse spiegazioni del perché un reddito instabile possa avere conseguenze sulla salute del cervello. Per esempio, le difficoltà economiche potrebbero comportare un ridotto accesso alle cure sanitarie di alta qualità, soprattutto in quei paesi dove il servizio sanitario è privato. Questo potrebbe condurre a una peggiore gestione delle malattie croniche come il diabete, oppure all’abitudine non salutare del fumo e dell’alcol”.  Nonostante non si possa dire che l’instabilità reddituale causi il peggioramento della salute del cervello, i risultati di questa ricerca marcano la futura necessità di esaminare il ruolo che i fattori sociali ed economici giocano nell’invecchiamento del cervello e suggeriscono l’urgenza di definire azioni politiche volte a ridurre la volatilità e l’instabilità dei redditi lavorativi.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

Giulia Rocco
Pensa e produce oggetti multimediali per il giornalismo e l’editoria. L’hanno definita “sperimentatrice seriale”.

2 Commenti

  1. Sono d’accordo con l’articolo, aggiungere soltanto che anche doghe si aggiungo alla lista delle brutte abitudini oltre a alcool e fumo. Tuttavia credo che avendo un’instabilità di reddito induca ad avere un maggiore stress considerando che si deve arrivare a fine mese, pagare le bollette, medicinali e magari figli a carico.. è un problema da prendere in considerazione per in quei casi è piu facile ammalarsi. Comunque un bell’articolo.

    1. Questo articolo è solamente un’altra conferma del mondo in cui viviamo. Il reddito conta è sicuramente influisce sulla nostra quotidianità e sul nostro cervello. Ho notato anche io che nei periodi lavorativamente difficili lo stress aumenta, i problemi si accumulano e la concentrazione cala. Tutto ciò rende le persone insodisfatte e infelici

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