mercoledì, Dicembre 11, 2019
AMBIENTE

La dieta vegana inquina meno di quella onnivora? Un racconto in numeri

La dieta vegana è sempre più diffusa per ragioni legate all’animalismo e alla sostenibilità ambientale. Ma la produzione degli alimenti non è mai a impatto zero, anche con questo tipo di regime alimentare.

Molte persone che seguono una dieta vegana sostengono di avere uno stile di vita più sostenibile di chi segue altri tipi di alimentazione, ma è davvero così? Vediamo in un racconto in numeri quanto inquina la produzione dei vari alimenti che compongono le diete onnivora, vegetariana e vegana.

Produzione di carne e inquinamento

La popolazione mondiale continua ad aumentare. Secondo le Nazioni Unite saremo 9,8 miliardi nel 2050 e 11,2 nel 2100. Più persone sul pianeta significa più cibo necessario: il consumo sempre maggiore di carne dei paesi sviluppati e il crescente aumento di questa tendenza nei paesi in via di sviluppo rende il modello attuale assolutamente non sostenibile sul lungo periodo.

61,5 kg pro capite di carne l’anno nel 1964 contro i 95,7 kg del 2015 per i paesi industrializzati e 10,2 kg pro capite l’anno del 1964 contro i 31,6 kg del 2015 per i paesi in via di sviluppo: si tratta di un aumento decisamente significativo dei consumi di carne in tutto il mondo.

Se sempre più persone popoleranno questo pianeta e, se queste persone vorranno mangiare sempre più carne, la Terra ne risentirà molto dal punto di vista ambientale. Più carne significa infatti più terra dedicata alla coltivazione dei vegetali necessari a nutrire gli animali allevati prevalentemente in modo intensivo; significa più consumo di acqua; significa crescenti emissioni di metano nell’atmosfera. La carne, infatti, è fonte di poche calorie a fronte di un vasto spreco di risorse: circa l’83% dei terreni coltivati del nostro pianeta sono utilizzati per produrre carne e latticini, che però forniscono solo circa il 18% delle calorie consumate. Uno studio sulle emissioni di metano da parte del bestiame (in particolare dei bovini) afferma che essi “hanno contribuito in modo importante ad aumentare i livelli di emissioni di metano dal 2007” e, secondo la FAO, “l’allevamento contribuisce alle emissioni di gas serra per il 14,5% delle attività umane.”

Di pochi giorni fa è la notizia che la Harvard John A. Paulson School of Engineering and Applied Sciences è riuscita a ricreare in laboratorio una carne sintetica che ha la consistenza della carne vera. Se si riuscisse a produrla su larga scala e a darle lo stesso sapore a cui siamo abituati forse non sarà più necessario allevare e macellare animali ma, per il momento si tratta solo di uno studio pionieristico ancora non applicabile.

Waterfootprint, tramite uno strumento interattivo, ci mostra quanta acqua viene usata per produrre gli alimenti che mangiamo. Per esempio, per produrre un chilo di carne di manzo servono 15400 litri d’acqua, per un chilo di burro ne servono 5553. Per produrre le verdure i numeri si riducono. Occorrono 353 litri d’acqua per un chilo di cetrioli, 237 per un chilo di insalata, 214 per un chilo di pomodori. Siamo di fronte a due grandezze estremamente diverse, tanto che sembra quasi scontato che essere vegani, o almeno vegetariani sia l’unica via per nutrirsi sfruttando il minor numero possibile di risorse. Secondo uno studio dell’Università di Oxford se tutti diventassimo vegani:

  • Si ridurrebbe del 49% l’emissione dei gas serra per la produzione di cibo,
  • ci sarebbe una riduzione del 76% dei terreni utilizzati per produrre cibo,
  • si verificherebbero una riduzione del 49% dell’eutrofizzazione, per cui i nutrienti dei fertilizzanti si riversano in laghi e fiumi, danneggiando gli ecosistemi e riducendo la biodiversità e
  • una riduzione del 19% dei prelievi di acqua dolce.

I prodotti vegetali

La dieta vegana esclude completamente la carne, il pesce e tutti i derivati animali, quindi anche formaggi, uova, miele. Secondo la PETA, ci sono fondamentalmente due ragioni per diventare vegani: se tutti fossimo vegani non sarebbe più necessario allevare animali facendoli vivere e morire in modo orribile negli allevamenti intensivi. Inoltre, come abbiamo visto, sarebbe un ottimo modo per inquinare meno. Ma seguire la dieta vegana è davvero meno inquinante che mangiare carne e derivati animali?

Secondo Isabella Tree, scrittrice e giornalista britannica che da vent’anni lavora con il marito coltivando campi in maniera biologica la risposta non è così scontata. Tree ha scritto in merito per il Guardian: “Non c’è dubbio che dovremmo tutti mangiare meno carne. Allo stesso tempo, certamente le azioni per smettere di produrre carne in modo inquinante, non etico e intensivo sono lodevoli. Ma se in quanto vegani ci si preoccupa dell’ambiente, del benessere degli animali e della propria salute, allora non si può far finta che sia semplicemente non mangiando più carne e latticini che si risolverà la questione. Sebbene possa sembrare controintuitivo, aggiungere occasionalmente alla dieta carne prodotta in modo biologico e di animali alimentati al pascolo, potrebbe essere la strada giusta per far quadrare le cose”, afferma Tree.

È chiaro quindi che ridurre (se non eliminare) il consumo di carne sia un ottimo modo per rimpicciolire la propria impronta ambientale. Tuttavia, ci sono alcuni prodotti vegetali (in teoria accettati quindi dal veganesimo) che sono altamente inquinanti. Per esempio la produzione di caffè o semi di cacao ottenuta dopo la deforestazione può risultare addirittura più inquinante della carne di animali allevati non in modo intensivo e macellati localmente oltre ad essere, come nel caso del cacao, fonte di sfruttamento dei lavoratori più poveri nei paesi in via di sviluppo.

L’impatto della coltivazione intensiva

Non solo, secondo la FAO anche l’impatto ambientale dell’aratura dei terreni è spesso sottovalutato: per consumare cibi a basso impatto ambientale sarebbe necessario cibarsi di prodotti coltivati in maniera “no-dig”, ovvero ottenuti senza aratura. Il terreno infatti contiene al suo interno grandi scorte di carbonio, che vengono rilasciate nell’atmosfera sottoforma di CO2 tramite l’aratura intensiva. Per non parlare poi dei mezzi motorizzati (e delle relative emissioni) utilizzati per arare grandi aree di terreno e della terra persa a causa dell’erosione, che globalmente interessa tra i 25 e i 40 miliardi di tonnellate di terra l’anno.

Invece di cambiare la propria alimentazione da onnivora a vegana senza tenere conto delle colture industriali, secondo Tree sarebbe più appropriato “incoraggiare forme sostenibili di produzione di carne e latticini basate sui tradizionali sistemi di rotazione, il pascolo permanente e conservativo”. Tree ha sperimentato lei stessa l’impatto che questi sistemi tradizionali possono avere. Dopo circa 20 anni di coltivazione diretta di 1400 ettari con metodi tradizionali, ha visto rinascere nel suo terreno specie di piante, funghi, e anche insetti come scarabei e lombrichi non presenti prima del passaggio alla coltivazione non intensiva: “Non solo questo sistema di coltivazione naturale aiuta l’ambiente in termini di ripristino del suolo, biodiversità, impollinazione, qualità dell’acqua e controllo delle inondazioni, ma garantisce vite sane agli animali”, afferma.

Anche Forbes ha un pensiero affine: per quanto gli sforzi singoli di vegani e vegetariani siano apprezzabili e anzi nobili, purtroppo finché non ci saranno serie policies di riduzione di allevamento e agricoltura intensivi potrà fare ben poco l’impegno individuale.


Leggi anche: Dieta veg per i bambini: cosa dice la scienza

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

Francesca Zanni
Ho frequentato un corso di Giornalismo Culturale e tre corsi di scrittura creativa dopo una laurea in Storia Culture e Civiltà Orientali e una in Cooperazione Internazionale. Ho avuto esperienze di lavoro differenti nella ricerca sociale e nella progettazione europea e attualmente mi occupo di editoria. Gattara, lettrice accanita e bingewatcher di serie TV.

5 Commenti

  1. Dopo circa 20 anni di coltivazione diretta di 1400 ettari con metodi tradizionali, ha visto rinascere nel suo terreno specie di piante, funghi, e anche insetti come scarabei e lombrichi non presenti prima del passaggio alla coltivazione non intensiva.

    Oltre ai lombrichi ci sono anche i nematodi, che portano alla perdita di interi raccolti. Perché Tree non ne accenna?
    Ho letto l’articolo che Repubblica ha dedicato alla Tree.
    La sua iniziativa ricorda quella di Cascine Orsine della Signora Giulia Maria Crespi, dove si pratica l’agricoltura biodinamica, quella del cornoletame e del cornosilice. Sono iniziative a bassissimo rendimento, che funzionano solo perché esistono sognatori che amano trascorrere il fine settimana in un ambiente considerato naturale, ma artificiale quanto lo hameau di Maria Antonietta. La vista di papaveri in fiore fa ricordare Monet, ma è indizio di raccolti magri contaminati da semi nocivi e di campi di grano da mietere con la falce a schiena bassa.
    L’argomento agricoltura è complesso e dovrebbe essere trattato da specialisti per non dare luogo a speculazioni.

  2. Che significa può fare ben poco l’impegno individuale?? Dove lo avete letto?? TUTTO nasce dall’impegno individuale. Il mercato esiste grazie ed è orientato solo dall’individuo.
    Se oggi si parla di veg, multinazionali provano a seguire questa tendenza e la cosa avanza è grazie alla posizione di singoli INDIVIDUI. Ma perché incitare con un articolo ad essere una pecora di branco, chi ve lo fa fare?!
    I problemi bisogna risolverli da soli o con l’aiuto di altri INDIVIDUI, se no non funziona.
    Sconcertato, quasi affranto… Ciao

  3. Un articolo utile solo per far arrabbiare chi è informato e confondere chi non lo è. Il mondo è un posto con dinamiche complicate. A volte per raggiungere qualcosa che si trova a dx la strada giusta è quella di sx. Ma questo articolo rischia solo di insinuare dubbi con argomentazioni a dir poco inconsistenti, forsee volontariamente fuorvianti. Vergogna!

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