mercoledì, Dicembre 11, 2019
VITE PAZIENTI

Avere un figlio dopo un cancro al seno

Sara ha 31 anni e dalla diagnosi ha un pensiero fisso che l’accompagna: la possibilità di diventare mamma.

Quando riceve la diagnosi di cancro al seno è il luglio del 2007; Sara ha 31 anni. Carcinoma alla mammella non ormono responsivo. All’epoca è una ricercatrice in Oncologia molecolare presso l’Università di Tor Vergata e sa che cosa significa trovarsi da un giorno all’altro dall’altra parte del vetrino. E sa anche che cosa vuole dire quando aggiungono che il cancro è in metastasi perché si è già diffuso nei linfonodi ascellari.

In un paio di settimane Sara inizia la chemioterapia, viene sottoposta a quadrantectomia, un intervento conservativo che viene proposto in alternativa alla mastectomia. Inizia per Sara il normale iter terapeutico per le donne con tumore al seno, che in lei ha da subito un effetto molto benefico, in particolare grazie all’utilizzo di un farmaco, un anticorpo monoclonale, che all’epoca si usava da appena nove mesi mentre oggi è prassi nel caso di tumori di questo tipo. Già dopo la prima infusione il gonfiore ascellare originato dal cancro si dimezza e Sara inizia il percorso che la porterà fuori dal tunnel.

Tumore al seno e maternità

È il 2007, lei è giovane, e ha un pensiero fisso che l’accompagna dalla diagnosi: la possibilità di diventare mamma, dopo il cancro. “Avevo la certezza di guarire, non so perché, nel senso che i medici stessi non si erano sbilanciati in una sicurezza al 100%, ma io non avevo dubbi” mi racconta mentre ci sentiamo al telefono in una mattina grigissima di novembre. Lo stesso tipo di mattina novembrina di 12 anni fa in cui Sara era ritornata dal ginecologo, perché nonostante le rassicurazioni quel bozzolo non la faceva stare serena. Mentre mi parla, tra me e me decido di non rimandare più e penso a quante volte si discute – giustamente – di quale sia la “giusta dose” di prevenzione per evitare che lo zelo si trasformi in spreco per i sistemi sanitari o in iper medicalizzazione, e penso che sia molto difficile dare una risposta onesta basandola solo sulle statistiche.

“Vado dal mio oncologo e gli pongo direttamente la domanda se la chemioterapia mi renderà probabilmente sterile, e lui mi risponde che probabilmente sarà così. Bam. Per me è una botta enorme, perché desideravo molto diventare mamma, ma al tempo stesso da ricercatrice sapevo bene che non essendoci letteratura medica sull’argomento all’epoca, nessun medico si sarebbe preso la responsabilità di seguirmi. Oggi fortunatamente c’è parecchia letteratura su come preservare la fertilità dopo il cancro, e c’è un protocollo europeo che dice ai medici che cosa consigliare alle donne operate al seno”.

“Io sono stata fortunata perché il mio oncologo nonostante i dubbi non mi scoraggia. Ci sediamo insieme dietro la scrivania a cercare articoli scientifici su PubMed, il portale di studi scientifici in ambito biomedico. Ne troviamo uno, piccolo, pubblicato da una ricercatrice AIRC di Genova, che nel 2015 diventerà la base dell’attuale protocollo europeo. Lo studio proponeva di indurre la menopausa in modo che il chemioterapico non riconoscesse più le cellule del follicolo (che protegge le uova) come target. Ho deciso di provare, e per sei mesi ho fatto una puntura ogni 15 giorni, anche se non sapevamo se avrebbe funzionato”.

Mentre Sara racconta mi sto immaginando facilmente la scena: una giovane donna di 31 anni, l’età che anche io ho adesso, che si trova davanti al medico, uomo, più anziano, che la guarda con lo sguardo di chi sta pensando “ma davvero ragazzina ti pare una cosa importante questa in confronto al cancro?”. Glielo dico, e mi conferma che la sensazione è stata proprio quella. Mi tornano alla mente anche tante storie che in questi anni ho sentito raccontare dalle mie amiche sul disagio provato davanti al ginecologo o alla ginecologa con le domande più invasive e violente fatte davanti allo speculum, del tipo “ci sta pensando ai figli alla sua età, si?” oppure “ce l’ha un compagno fisso?” senza peritarsi di chiedere se c’è un compagno, o prima ancora un desiderio di maternità.

Quello che serve è mettere assieme ginecologia e oncologia

Due anni dopo l’iter terapeutico, l’oncologo dice a Sara che se lo desidera ancora può provare ad avere un bambino, e qui si apre un altro enorme calvario: nessun ginecologo a cui si rivolgeva voleva seguirla, appunto perché non c’era sufficiente letteratura medica per consigliarla al meglio. “I ginecologi mi ascoltavano e spesso con dolore mi dicevano che non se la sentivano di seguirmi perché il rischio di consigliare qualcosa che poteva far ritornare il cancro li spaventava troppo, e io li capivo. Il mio errore fu che cercavo un ginecologo, quando invece avrei dovuto da subito cercare una figura diversa, cioè un ginecologo-oncologo”.

Rischi evidenti non ce n’erano, mi spiega, perché il tumore di Sara non era ormonoresponsivo. Il punto è che essendo i tumori fenomeni complessi, non si poteva escludere che fra i miliardi di cellule non ce ne fossero anche di ormonoresponsive, che potevano scatenarsi con il boom ormonale che accompagna l’inizio della gravidanza. Oltre al fatto che i tumori possono mutare.

Finalmente Sara trova un ginecologo-oncologo che si prende la responsabilità di seguirla in questa sua scelta, sulla base della letteratura che conosceva.
A distanza di soli otto anni, oggi le cose sono cambiate: quello che ha fatto Sara non solo è pratica diffusa, ma viene proposto dai medici stessi alle donne giovani con diagnosi di tumore al seno.

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Le chiedo perché non ha provato con la conservazione degli ovuli, oggi molto diffusa. “Prima di tutto perché non avevo tempo. La conservazione degli ovuli richiede un iter di stimolazione ovarica che dura un mese e mi avrebbe ritardato la chemioterapia. Se l’avessi fatto probabilmente oggi non sarei qui. Inoltre anche oggi questa è una pratica che si sconsiglia a chi ha avuto un tumore al seno, proprio per il discorso dell’ormonoresponsività”.

Sara dal 2011 a oggi ha avuto 4 gravidanze, senza bisogno di ricorrere a fecondazione assistita, due andate male e due che oggi sono due bambine sane: Agnese e Agata, di 7 e 4 anni. In entrambi i casi le gravidanze hanno richiesto qualche controllo in più: ogni due mesi si sottoponeva a visita per analizzare i marcatori tumorali, qualche ecografia al seno e periodici controlli al cuore del feto perché la chemioterapia anche a distanza di tempo potrebbe avere conseguenze di questo tipo.

“In ogni caso oggi una donna che decida di provare a essere mamma dopo il cancro è supportata e aiutata, ed è il medico a proporti le varie opzioni, non come accadeva a noi dieci anni fa. Oggi l’oncofertility è una branca dell’oncologia presente ai convegni, nei corsi di formazione. L’aspetto cruciale è la prevenzione, anche prima dell’età in cui viene proposto lo screening. Statisticamente una donna su 40 prima dei 40 anni si ammalerà di cancro (dati AIOM 2019). Sta a noi controllarci il seno, da specialisti preposti che sono i senologi, esattamente come andiamo periodicamente dal ginecologo”.


Leggi anche: 35 anni: il cancro, la mastectomia, la ricostruzione

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

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