mercoledì, Dicembre 11, 2019
SALUTE

Cannabinoidi per le terapie mentali: sempre meno evidenze

Non ci sono evidenze sufficienti per giustificarne l'uso nel trattare disturbi come depressione e ansia. Medici e pazienti devono essere consapevoli di questi limiti e dei possibili rischi per la salute.

Molta ricerca scientifica è stata fatta negli ultimi quarant’anni per capire se medicinali a base di cannabinoidi, tra cui la cannabis medicinale, cannabinoidi farmaceutici e i loro derivati sintetici, come il tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD), possono svolgere un ruolo terapeutico in alcuni disturbi mentali. Da quanto emerge da una revisione pubblicata da The Lancet Psychiatry pare di no: l’uso dei cannabinoidi per le condizioni di salute mentale non può essere giustificato sulla base delle evidenze scientifiche attuali.

La revisione su The Lancet Psychiatry

La revisione, basata su 83 studi di cui 40 randomizzati controllati, mostra che non ci sono prove sufficienti per affermare che i medicinali a base di cannabinoidi possono migliorare lo stato di salute mentale di persone affette da disturbi depressivi, disturbi d’ansia, da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), dalla sindrome di Tourette, da disturbo post traumatico da stress e da psicosi. Esistono prove di qualità molto bassa che il THC farmaceutico porti a un lieve miglioramento dei sintomi di ansia tra soggetti con altre condizioni mediche, come la sclerosi multipla, ma nulla più. I risultati rimangono dunque insufficienti per fornire indicazioni sull’uso dei cannabinoidi per il trattamento dei disturbi mentali in un quadro normativo.

Questa revisione sistematica e meta-analisi ha utilizzato il database Cochrane filtrando gli articoli pubblicati tra il 1 gennaio 1980 e il 30 aprile 2018, oltre a studi non pubblicati o in corso su ClinicalTrials.gov, sul registro delle prove cliniche dell’UE e sul registro delle prove cliniche australiano e neozelandese. Sono stati considerati tutti gli studi che esaminano qualsiasi tipo e formulazione di un cannabinoide medicinale negli adulti per il trattamento di depressione, ansia, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, sindrome di Tourette, disturbo post-traumatico da stress o psicosi, sia come condizione primaria o secondaria ad altre condizioni mediche. I risultati riguardavano la remissione e i cambiamenti nei sintomi di questi disturbi mentali. Gli autori precisano che sono comunque pochi gli studi randomizzati e controllati che hanno esaminato il ruolo del CBD farmaceutico o della cannabis medicinale, la maggior parte guardava al THC, con o senza CBD.

Possibili effetti negativi

In tutto il mondo, questi farmaci sono sempre più resi disponibili per scopi medicinali, incluso per il trattamento dei disturbi della salute mentale. Tuttavia, vi sono preoccupazioni circa gli effetti avversi di questa disponibilità.

“I nostri risultati hanno importanti implicazioni in paesi in cui la cannabis e i cannabinoidi vengono resi disponibili per uso medico, nonostante l’assenza di prove di alta qualità per valutare correttamente l’efficacia e la sicurezza dei cannabinoidi medicinali rispetto al placebo” spiega in un comunicato Louisa Degenhardt del National Drug and Alcohol Research Center (NDARC) presso l’UNSW di Sydney, in Australia, e autrice principale dello studio. “Fino a quando non saranno disponibili prove da studi randomizzati controllati, non è possibile elaborare linee guida cliniche sul loro uso nel trattamento di problemi di salute mentale.”

“Nei paesi in cui i cannabinoidi medicinali sono già legali – Degenhardt – medici e pazienti devono essere consapevoli dei limiti delle prove esistenti e dei rischi dei cannabinoidi. Coloro che decidono di procedere con la somministrazione ai pazienti, dovrebbero monitorare attentamente gli effetti positivi e negativi sulla salute mentale”.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

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