giovedì, Agosto 6, 2020
ATTUALITÀ

Resto ancora a casa. I risvolti psicologici della riapertura

Un Bates Corner un po' particolare, glossario minimo di psicologia in formato intervista anziché video. A lockdown totale finito, siamo quasi tutti richiamati a una nuova normalità. Quale stato d’animo ci aspetta in questa nuova fase?

In questi mesi di lockdown totale a causa della COVID-19, si è parlato spesso delle reazioni psicologiche che l’isolamento sociale potesse provocare. Allo stesso modo, con l’inizio della fase 2, ci si è domandato che cosa sarebbe accaduto con il deconfinamento, quali sarebbero state le ripercussioni psicologiche e se con la riapertura sarebbe dilagata una sensazione di euforia o di paura.

Le recenti stime provenienti dalla Società Italiana di Psichiatria suggeriscono che anche chi ha vissuto più serenamente la quarantena può manifestare, con la fase 2, frustrazione e ansia per il ritorno alla normalità. Sarebbero oltre un milione gli italiani che stanno sviluppando questa sorta di paura per il deconfinamento, chiamata sindrome della capanna.

Che cos’è la sindrome della capanna

La sindrome della capanna è l’insieme delle conseguenze fisiche, emotive e psicologiche che alcune persone si trovano a fronteggiare, quando devono riprendere la loro quotidianità dopo un lungo periodo di chiusura e confinamento.

Per definire la sindrome della capanna si è preso spunto dalla Sindrome Post-Incarcerazione (Post-Incarceration Syndrome – PICS), che è una severa condizione mentale, caratteristica delle persone rilasciate dalla prigione. L’esperienza dell’incarcerazione è difficile e degradante, ma anche gli effetti legati alla scarcerazione possono essere altrettanto faticosi e invalidanti. Le conseguenze di questa sindrome si sono estese anche ad altri tipi di confinamento, come per esempio le lunghe degenze in ospedale o appunto la quarantena che da poco ci siamo lasciati alle spalle.

“Con la quarantena, ognuno di noi è stato chiamato a fronteggiare una storia di stress” – ci racconta Antonella Montano, Fondatrice e Direttrice dell’Istituto A.T. Beck per la Terapia Cognitivo-Comportamentale di Roma e Caserta – “in base al proprio vissuto personale, alle proprie convinzioni e alle proprie caratteristiche individuali, abbiamo affrontato il lockdown in modo diverso. E in modo altrettanto diverso affrontiamo l’uscita da questa situazione di confinamento”.

Le emozioni tipiche della sindrome della capanna

La ripresa della quotidianità, seppur ancora diversa da quella pre-pandemia, ci mette di fronte all’evidenza che qualcosa è cambiato, se non altro nella percezione di quella che consideravamo normalità. “È possibile dover far fronte al disagio di lasciare il posto sicuro, un luogo che ci ha fatto sentire al riparo dalle minacce esterne”, specifica la Montano, “poi ci sono l’ansia e la paura, che non sono solo legate alla possibilità di contagio, ma anche alla ripresa di una vita che prima svolgevamo in automatico e che ora, invece, il rallentamento ci ha costretto a rivedere”.

E dunque i dubbi che possono sorgere da questa sensazione di incertezza sono rivolti sia allo svolgersi della quotidianità sia alla reale capacità di affrontarla nuovamente, dopo questa lunga pausa.

“Le altre emozioni frequenti conseguenti al deconfinamento – continua Antonella Montano – sono la tristezza e la nostalgia per questi tempi più dilatati e per una calma, a cui la frenesia dei nostri ritmi prima della quarantena non ci aveva abituato”. Oltre allo sforzo mentale della ripresa, anche il nostro corpo potrebbe manifestare sintomi di disagio e di fatica al nuovo cambiamento come l’insonnia, la difficoltà di mantenere la concentrazione, la sindrome del colon irritabile, etc… .

L’identikit di chi soffre della sindrome 

Il deconfinamento non è fonte d’ansia solo perché può essere sinonimo di un potenziale contagio. “La persona affetta da sindrome della capanna ha difficoltà a riprendere in mano la sua vita per come l’aveva lasciata prima della quarantena” – ci racconta Antonella Montano – “e teme di non riuscire più ad avere le forze e le risorse personali sufficienti per poter sostenere quei ritmi”.

Ma chi è più soggetto a sviluppare questa sindrome? “Se dobbiamo pensare ad alcune variabili psicologiche che mettono più a rischio gli individui, potremmo annoverare l’intolleranza all’incertezza, una pervasiva tendenza alla preoccupazione, insieme a un temperamento pessimistico e introverso, con spiccate tendenze all’evitamento”, specifica la direttrice dell’Istituto Beck.

L’evoluzione della sindrome

Il quadro sintomatologico della sindrome della capanna non è complesso e grave come quello della Sindrome da Post-Incarcerazione. L’evoluzione di questa condizione è compresa in un arco temporale limitato e non presenta strascichi particolarmente significativi.

“La sindrome, nella maggior parte dei casi, evolve da sola, con il tempo che serve per riabituarsi a riprendere i ritmi di sempre. Anche se lo stile di vita della quarantena aveva dei ritmi più naturali, la ripresa ritornerà a essere la nuova normalità”, ci specifica Antonella Montano. Come ci siamo adattati, ciascuno con i propri ritmi e tempi, alla quarantena, così sarà per la ripresa, ognuno con le proprie caratteristiche.

L’atteggiamento positivo verso il futuro

Guardare al futuro più immediato potrebbe voler dire anche fare tesoro di ciò che abbiamo appreso durante il lockdown e costruire la nostra nuova normalità con altri occhi e con inedite risorse.

È possibile che alcuni di noi maturino la consapevolezza di non voler tornare affatto alla “normalità” precedente e che approfittino del segno lasciato da questo periodo per trasformarlo in cambiamento e forza. È possibile che questo periodo lento, dilatato e svuotato ci abbia fatto sentire costantemente l’esigenza di riempirlo oppure, al contrario, di sentire il vuoto e di goderlo, risparmiando al corpo e alla mente l’esaurimento al quale siamo sempre sottoposti.

“Potremmo iniziare a mettere più spazio tra le cose della nostra vita” – suggerisce in chiusura Antonella Montano, Fondatrice e Direttrice dell’Istituto A.T. Beck per la Terapia Cognitivo-Comportamentale di Roma e Caserta – “aiutandoci, per esempio con la mindfulness. Nell’immediato, possiamo prenderci più cura del nostro benessere fisico e psicologico in tutti i modi possibili, partendo da un’alimentazione corretta, passando attraverso un’adeguata igiene del sonno, una buona attività fisica e una sana dose di divertimento”.


Leggi anche: I tanti volti della solitudine

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

Giulia Rocco
Pensa e produce oggetti multimediali per il giornalismo e l’editoria. L’hanno definita “sperimentatrice seriale”.

2 Commenti

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: