venerdì, Ottobre 30, 2020
DOMESTICIRUBRICHE

Come impariamo a capire le emozioni dei cani

Loro ci leggono benissimo: tono sguardo, espressioni. Per noi invece è più complicato, e capire le emozioni canine non è una capacità innata. Richiede esperienza.

I cani sono bravi a capirci. Tono, sguardo, espressioni, vocaboli e gesti sono tutti indizi che possono gestire per capire cosa vogliamo (o non vogliamo) da loro. Diversi studi hanno anche mostrato che sono in grado d’interpretare le nostre emozioni – ben più di altri animali. E noi? Siamo altrettanto bravi a riconoscere le emozioni canine? Questo è un aspetto che ha ricevuto minor attenzione dalla ricerca scientifica. In particolare, gli studi condotti per capire quanto la capacità di riconoscere le emozioni dei cani sia innata hanno avuto risultati contrastanti. Ma secondo una delle ricerche più complete condotte finora e pubblicata su Scientific Reports, quest’abilità non è innata bensì frutto, almeno in parte, dell’esperienza. Soprattutto, un grande peso sembra averlo l’ambiente culturale.

Che muso ho?

Qualche tempo fa abbiamo raccontato delle difficoltà che la maggior parte di noi ha a riconoscere le espressioni facciali dei gatti. Per i cani sembra tutto più facile: chi non distinguerebbe un ringhio con i denti in bella vista da un inchino per l’invito al gioco? Le cose potrebbero però non essere così semplici, soprattutto per quanto riguarda altri tipi di emozione e quando si prende in considerazione il solo muso. Lo studio su Scientific Reports ha valutato quanto giochi l’esperienza nella capacità di riconoscere le emozioni canine; esperienza intesa sia come “avere un cane” sia come “essere in un ambiente positivo nei confronti dei cani”: in altre parole, in un contesto culturale nel quale i cani sono integrati nelle vite umane e sono in generale visti in modo positivo, come avviene tendenzialmente da noi.

Inoltre, gli autori hanno voluto vedere quanto incida l’età: se la capacità di leggere le emozioni dei cani è innata, infatti, anche i bambini più piccoli dovrebbero riuscirci facilmente.

Ai partecipanti allo studio (89 adulti e 77 bambini di cinque o sei anni) sono state presentate diverse fotografie di volti umani e di musi di cani e scimpanzé. Perché gli scimpanzé? Perché, essendo la specie a noi più vicina, aiutano a capire se l’abilità a comprendere le emozioni sia legata alla storia filogenetica condivisa con gli esseri umani (sebbene, specificano gli autori, le emozioni facciali siano espresse in modo diverso fra le due specie). Le emozioni presentate in foto erano felicità, tristezza, rabbia, paura, cui sono state aggiunte foto neutre. I partecipanti allo studio sono stati divisi a seconda che vivessero o meno con un cane, sulla base dell’età e del contesto culturale. Quindi, a ciascuno è stato chiesto quale emozione fosse espressa nelle foto che gli venivano presentate e le loro risposte analizzate con modelli statistici.

Da piccoli è più difficile

Cosa indicano i risultati ottenuti? Che, nonostante i 30.000 anni di co-evoluzione con i cani, l’abilità a interpretarne le emozioni non è innata: i bambini, infatti, non sono granché abili a riconoscerle, a parte la rabbia e la felicità, e indipendentemente dal fatto che vivano o meno con un cane. Gli adulti, al contrario, riconoscono più facilmente l’emozione espressa. La differenza non si osserva sulle immagini di scimpanzé: in altre parole, scrivono gli autori, è possibile che l’età contribuisca ad aumentare la capacità di riconoscere le emozioni canine. E non solo l’età: sono soprattutto le persone appartenenti a un contesto culturale nel quale i cani sono ben integrati a saper discriminare tra un cane triste e uno felice, tra un cane arrabbiato e uno spaventato.

«Sono risultati notevoli, perché suggeriscono che non è necessariamente l’esperienza diretta con un cane a influenzare l’abilità umana nel riconoscerne le emozioni ma piuttosto il contesto culturale in cui quella persona è cresciuta», commenta in un comunicato Federica Amici, prima autrice dello studio e ricercatrice al Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology. Vivere in un ambiente dove i cani sono integrati nella vita quotidiana potrebbe portare, suggeriscono gli autori, a un’esposizione passiva o a un diverso interesse nei loro confronti. I ricercatori hanno anche osservato che comunque, in generale, siamo comunque più bravi a riconoscere le emozioni dei nostri consimili rispetto a quelle dei cani, e più bravi a riconoscere la felicità rispetto a un’emozione negativa.

Dai limiti alle prospettive

Questi risultati si scontrano in parte con l’ipotesi della co-evoluzione della nostra specie con quella canina, secondo la quale l’abilità a leggere le emozioni dei cani sarebbe una forma di adattamento che dovrebbe essere paragonabile tra chi “ha esperienza” di cani e chi no. Tuttavia, la rabbia e la felicità sono riconoscibili da tutti, anche dai bambini con minor esperienza. Questo dato va invece a supporto dell’ipotesi: l’abilità a riconoscere la rabbia, in particolare, è un tratto adattativo, perché offre il chiaro beneficio di saper riconoscere un possibile pericolo.

Insomma, con i cani abbiamo trascorso tre migliaia di secoli di evoluzione, ma ciò non sembra significare che li sappiamo “leggere” così bene, anche se ci aiuta l’esperienza, intesa anche come contesto culturale. Comunque, come evidenziano gli stessi autori, questo studio presenta alcuni limiti. Tra i partecipanti mancavano, per esempio, persone che pur non avendo un cane trascorrono molto tempo con la specie. Inoltre, le diverse emozioni erano espresse in foto da cani diversi, un elemento che può creare confusione. E ancora, i cani scelti erano tutti di tipo lupoide, per assicurare che il muso fosse ben visibile, ma i risultati potrebbero cambiare se venissero inclusi cani con caratteristiche morfologiche diverse.

C’è quindi ampio spazio per ulteriori studi. «Pensiamo potrebbe essere importante, in futuro, determinare con precisione gli aspetti culturali che influiscono sulla capacità di leggere le espressioni canine, e comprendere anche gli stimoli della vita reale e la postura del corpo», conclude Juliane Bräuer, del Max Planck Institute for Science of Human History.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Fotografia: Pixabay

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Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.
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