domenica, Settembre 27, 2020
LIBRI

Canapa: pianta e farmaco del futuro?

Mario Catania è l'autore del libro "Il futuro è verde canapa" che racconta molti aspetti legati a questa pianta, dagli usi del passato alle attuali normative che ne regolamentano produzione e utilizzo.

Il futuro è verde canapa (2019, Diarkos editore) è il titolo dell’ultimo libro scritto da Mario Catania, giornalista che da molti anni si occupa del controverso mondo della cannabis, collaborando con Ilfattoquotidiano.it e Fanpage.it e, da ultimo, fondando un’agenzia di comunicazione rivolta a questo specifico settore economico. Ma non solo. Nella prima parte del libro, in una forma quasi narrativa, l’autore racconta la sua personale esperienza di uno dei momenti più importanti della storia recente delle sostanze psicotrope, ossia la legalizzazione della cannabis per uso ricreativo avvenuta negli Stati Uniti. Nel 2016, Catania vola in California per lavorare in diverse farm come trimmer (dall’inglese to trim, tagliare, spuntare) durante la stagione della raccolta della canapa. Si scopre così il mondo variegato dei raccoglitori, che provengono da tutte le parti del mondo e accettano una vita pressoché nomade per assecondare sia le necessità del raccolto sia le diverse regolamentazioni nei vari stati americani, a seconda che la pianta possa essere utilizzata per uso medico piuttosto che ricreativo. È un’economia vera e propria sulla quale fanno affidamento, e investono, imprenditori e lavoratori. Catania descrive come avvengono la raccolta e la selezione delle varie componenti della pianta: un po’ come avviene in agricoltura per le altre piante, che siano ortaggi o frutta, con la differenza che della cannabis, dall’infiorescenza alle foglie e dallo stelo alle radici, nulla viene buttato.

Ed è questo, tra i vari, uno degli aspetti più interessanti su cui si sofferma l’autore. Ovvero come possano venir utilizzate le diverse parti di una pianta che da millenni fa parte della cultura dell’uomo. Per fare un esempio molto vicino a noi, fino a pochi decenni fa l’Italia era uno dei maggiori produttori mondiali di canapa indiana: la pianta veniva coltivata nella Pianura Padana e in Campania per la realizzazione di tessuti, pregiati peraltro, e nel settore marittimo per la produzione di corde navali. Successivamente, da una parte il proibizionismo, dall’altra il conseguente calo di investimenti in questo settore, e l’avvento del petrolio e delle fibre sintetiche, hanno fatto sì che la coltivazione della cannabis venisse rapidamente soppiantata da altre colture. Solo dal 1998, grazie ad alcuni contributi dell’Unione europea, la coltivazione di canapa per uso industriale ha ripreso attività.

Ma quello che ha definitivamente spinto l’autore scrivere questo libro è stata la raccomandazione al Segretario Generale delle Nazioni Unite da parte della WHO Expert Committee on Drug Dependence di rivedere la classificazione della Cannabis all’interno dell’elenco delle sostanze stupefacenti. “La reale portata di questa decisione me l’ha spiegata il professor Giuseppe Cannazza, ricercatore di chimica farmaceutica per l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia” afferma Catania nel libro. E prosegue riportando le parole del docente: «[…] si tratta della prima revisione scientifica e in particolare nelle raccomandazioni è stato riconosciuto il valore medico della cannabis». Cosa implica? «Che mentre prima era inserita non solo nella tabella I, quella delle sostanze potenzialmente pericolose, ma anche nella tabella IV, e cioè quella delle sostanze che non hanno alcun valore medico». Significa che qualora queste raccomandazioni venissero accettate, «la cannabis rimane in tabella I ma viene eliminata dall’altra, venendo paragonata sostanzialmente alla morfina, il cui valore medico è indiscutibile». La ri-classificazione verrà valutata nel 2021 dall’ONU per rispettare l’orientamento dell’Organizzazione mondiale della Sanità, che vuole venga considerato l’utilizzo della cannabis e delle sostanze correlate nell’ambito delle preparazioni farmaceutiche.

Riguardo alla legalizzazione della cannabis, Mario Catania, contattato da OggiScienza, si dichiara “forte sostenitore”. Del resto, lo afferma nel capitolo Se lo dice la Direzione Nazionale Antimafia… riportando il parere del massimo organismo italiano nella lotta alla criminalità organizzata: «Sembra coerente l’adozione di una rigorosa e chiara politica di legalizzazione della vendita della cannabis, accompagnata da una parallela azione a livello internazionale e in particolare europeo, che consenta la creazione, in prospettiva, di una più ampia area in cui il fenomeno sia regolato in modo omogeneo». […] «La legalizzazione, se correttamente attuata, potrebbe portare a una rilevante liberazione di risorse umane e finanziarie in diversi comparti della Pubblica Amministrazione (FFOO, Polizia Penitenziaria, funzionari di Prefettura ecc.)». […] Ma, fatto ancor più importante citato dalla DNA, è la consapevolezza, «sulla base di numeri, fatti, indagini e processi in nostro possesso, del fallimento delle politiche proibizioniste» vista la «dimostrazione dell’inanità di ogni sforzo confermata dal progressivo aumento di consumatori e del giro di affari».

Tuttavia, vi sono studi scientifici che riportano gli effetti concreti, e non solo teorici, di una possibile legalizzazione. Il Colorado è stato il primo stato americano che, nel 2015, ha reso legale la vendita di cannabis per uso ricreativo, ma già dal 2000 era consentito in ambito terapeutico “per pazienti in condizioni mediche debilitanti croniche”. Alcuni studi, come la revisione del 2015 di JAMA, riportano dati poco incoraggianti rispetto alla legalizzazione: “La sperimentazione di nuovi modi di utilizzo e produzione di prodotti a base di THC ha messo in luce alcuni effetti inaspettati” affermano gli autori della revisione, “come scottature, sindrome da vomito ciclico e un aumento di visite mediche a causa degli effetti di sostanze commestibili a base di THC. […] Negli ultimi due anni il centro ustioni dell’Università del Colorado ha registrato 31 accessi al Pronto Soccorso per ustioni legate all’uso di marijuana, alcune delle quali interessavano il 70% della superficie corporea e di cui 21 hanno richiesto l’innesto cutaneo. La maggior parte sono scottature dovute all’estrazione del THC dalla pianta di marijuana con l’uso di alcol butanico come solvente”. L’uso frequente di prodotti ad alto contenuto di THC è responsabile della sindrome del vomito ciclico afferma JAMA e “desta forte preoccupazione soprattutto nei bambini. Nei cinque anni precedenti alla liberalizzazione, i bambini visitati al Pronto Soccorso erano pari a zero, nei due anni successivi erano 14 e altrettanti nel solo 2014, di cui 7 in terapia intensiva. La maggior parte di questi casi è legata all’ingestione di prodotti a base di THC”, riporta la revisione.

Se è dunque vero, come affermava Raphael Mechoulam, lo scienziato bulgaro-israeliano che nel 1963 per primo sintetizzò il CBD (cannabidiolo) e, nel 1964, il THC (Δ9-tetraidrocannabinolo), che la cannabis è “un tesoro farmacologico negletto”, è altrettanto vero che l’uso di questa pianta va assolutamente regolamentato, proprio alla luce dei suoi potenti effetti sul nostro organismo.

Daniela Parolaro, docente di Neurofarmacologia all’Università dell’Insubria, tra le più importanti esperte  a livello mondiale nel campo degli effetti delle sostanze psicotrope sul nostro organismo, contattata da OggiScienza, si dichiara “assolutamente contraria alla legalizzazione, anche della cosiddetta ‘cannabis light’, perché la marijuana diventerebbe più disponibile per gli adolescenti, una delle popolazioni sulle quali i cannabinoidi creano danni irreversibili a livello del sistema neurovegetativo”. Infatti, sul cervello degli adolescenti, ancora in fase di crescita, i componenti presenti nella cannabis “vanno a interferire con l’ultima fase del processo neurale, determinando conseguenze spesso non riparabili”.

“Nessuno dice che la cannabis sia innocua, ma è meno pericolosa di molte sostanze legali come nicotina e alcool” afferma nella nostra intervista Catania, “poiché molti studi hanno evidenziato come sia più facile diventare dipendenti da alcool e fumo piuttosto che da cannabis. Uno studio del 2010, condotto in Giappone, evidenziava come l’83% di chi aveva una dipendenza da droghe non aveva iniziato usando cannabis, sfatando il luogo comune per cui i tossicodipendenti inizierebbero la loro storia di abuso di sostanze attraverso la cannabis”. Ma non è solo uno studio che porta dati a favore della cannabis: “Altri studi scientifici identificano la cannabis come sostanza da uscita dalla dipendenza da oppiacei, responsabile nel 2016 di 42.249 morti per overdose da eroina o farmaci a base di oppiacei”.

“Ciò di cui abbiamo bisogno”, continua Parolaro “sono dati scientificamente validi e ripetibili derivati da studi clinici controllati. Da molti studi sappiamo che la cannabis è efficace nel controllo del dolore cronico, mentre su quello acuto non ha alcun effetto. Inoltre, si è visto la capacità di rallentare la progressione di molti tumori”. Tuttavia, per avere una certezza definitiva la scienza ha bisogno di questi studi clinici, che finora abbiamo soltanto per alcuni farmaci già in commercio, come Sativex, usato nella sclerosi multipla per il controllo della spasticità, o Epidiolex, per le crisi epilettiche infantili non gestibili con altri farmaci già in uso.

La canapa è una pianta di cui conosciamo finora soltanto due componenti, il CBD e il THC, “ma ne contiene centinaia di altri di cui non conosciamo ancora assolutamente nulla e che sicuramente interagiscono con il sistema endocannabinoide” prosegue la ricercatrice. “Per questo è importante usare prodotti immessi in commercio sulla base di studi clinici controllati, per avere la certezza della loro stabilità e purezza. Da evitare certamente il prodotto grezzo, di cui non possiamo sapere le percentuali di CBD e THC contenute, oltre alla possibile presenza di sostanze nocive”.

Quindi, se non resta che aspettare il 2021 per sapere che cosa decideranno le Nazioni Unite rispetto alla classificazione della cannabis, possiamo nel frattempo conoscerne tutti gli altri utilizzi – passati, futuri o aspicabili – raccontati nel libro Il futuro è verde canapa.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

2 Comments

  1. Come si può scrivere un articolo citando una studiosa che nella sua opinione va contro l’orientamento generale del mondo scientifico come se fosse l’autorità universale sulle sostanze? Certo che il THC ha un effetto potenzialmente negativo sugli adolescenti, ma da questa considerazione parziale non si può arrivare a una conclusione semplicistica come quella del proibizionismo. È proprio il proibizionismo, di tutte le sostanze, ad aver portato a un peggioramento della qualità della cannabis, ad aver portato alla diffusione dell’eroina, ad aver impedito la ricerca medica, ad aver discriminato e perseguitato milioni di persone. I proibizionisti sostengono quelli che sono a tutti gli effetti dei crimini contro l’umanità. Le sostanze (tutte, anche quelle più dannose come l’alcol) sono destinate a rimanere, perché sono necessarie alla nostra natura di esseri viventi, imperfetti. I moralisti se ne facciano una buona ragione e liberino le loro menti del veleno del pregiudizio, e magari anche del troppo vino che bevono: ne abbiamo avuto abbastanza. Grazie.

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Federica Lavarini
Dopo aver conseguito la laurea in Lettere moderne, ho frequentato il master in Comunicazione della Scienza "Franco Prattico" alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste (SISSA). Sono giornalista pubblicista e scrivo, o ho scritto, su OggiScienza, Wired, La Lettura del Corriere della Sera, Rivista Micron, Il Bo Live, la Repubblica, Scienza in Rete.
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