martedì, Settembre 22, 2020
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La continuità dei servizi sanitari nell’era Covid-19

105 sono i paesi del mondo che hanno risposto al questionario dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. L'obiettivo? Cercare di capire come sono cambiate le prestazioni sanitarie durante la fase acuta dell'emergenza Covid-19

Il 27 di agosto l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un report dove ha analizzato quanto la pandemia di Covid-19 ha impattato sulla continuità dei servizi sanitari a livello globale. L’indagine ha riguardato 105 Paesi del mondo e ha analizzato il periodo da marzo a giugno 2020, i mesi che hanno messo a dura prova i Sistemi Sanitari di tutto il mondo. È risultato che nel 90% dei casi i servizi sanitari di routine hanno avuto delle sospensioni totali o parziali, e le maggiori difficoltà sono state rilevate nei Paesi a basso reddito. Vediamo nel dettaglio i numeri di quest’indagine.

Il report

Inviato a 159 stati, le risposte sono state recapitate all’OMS nel 66% dei casi, quindi hanno risposto 105 Paesi. Nell’analisi sono stati considerati 25 servizi sanitari essenziali. Le risposte ai questionari da parte degli stati sono state ricevute tra maggio (40%), giugno (55%) e luglio (5%). I Paesi interpellati fanno parte delle cinque regioni: Africana, Sud est asiatica, Europea, del Mediterraneo Orientale e del Pacifico occidentale. Le Americhe non sono comprese nell’analisi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha voluto con questo report sottolineare l’importanza della continuità assistenziale per i servizi sanitari, messi a dura prova dalla pandemia. Sebbene sia ancora troppo presto per avere i dati relativi all’impatto sulla popolazione delle interruzioni e sospensioni dei servizi sanitari, l’OMS mette in guardia ricordando che qualsiasi tipo di riduzione o interruzione dei servizi può potenzialmente portare a un aumento di morbilità e mortalità per le patologie altre rispetto al Covid-19.

I servizi sospesi o interrotti 

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Secondo l’analisi dell’OMS, l’80% dei 105 paesi che hanno risposto aveva stabilito pacchetti di servizi sanitari essenziali prima della pandemia e il 66% di questi paesi aveva già identificato una serie fondamentale di servizi da mantenere durante la pandemia di Covid-19.

I servizi più frequentemente interrotti sono stati i servizi ambulatoriali (nel 53% dei casi l’accesso è stato limitato) così come i servizi ospedalieri.
I Paesi a basso reddito sono stati quelli in cui i servizi sono stati maggiormente interrotti: dallo studio è infatti emerso che per loro si è verificata un’interruzione almeno parziale dell’almeno il 75% dei servizi nel 45% dei casi. Lo stesso tipo di interruzione si è verificato nel 13% dei Paesi a reddito medio-alto e solo nel 4% dei Paesi ad alto reddito.

Interruzioni dei servizi urgenti come quelli di pronto soccorso o terapia intensiva si sono verificate generalmente nel 15% dei casi. Più frequente invece l’interruzione almeno parziale della cura delle malattie non trasmissibili (come i tumori) e della salute mentale (48%).

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Relativamente alle malattie non trasmissibili l’interruzione è stata parziale nel 64% dei casi, grave nel 5%. Le malattie mentali hanno avuto grave interruzione nel 3% dei casi e parziale nel 58%. Per quanto riguarda il trattamento dei tumori (come la chemioterapia) ci sono state gravi interruzioni nel 5% dei casi e parziali nel 50%.

Relativamente all’interruzione dei servizi di pronto soccorso 24 ore su 24, nel 19% dei casi essa è stata parziale, mentre è stata molto grave nel 3% dei casi. Il servizio che ha visto la più grande interruzione grave è stata la terapia intensiva ospedaliera (7%), seguita dalle trasfusioni di sangue urgenti (4%).

Anche i servizi legati alla salute riproduttiva hanno visto delle interruzioni. Le consulenze sulla contraccezione hanno avuto secondo lo studio una parziale interruzione nel 59% dei casi, mentre una grave interruzione nel 9%. Anche le cure prenatali hanno avuto parziali interruzioni (53%) così come le vaccinazioni di routine (50%).

I Paesi a basso reddito

Come abbiamo visto, i Paesi a basso reddito sono stati i più colpiti dall’interruzione dei servizi sanitari a causa della pandemia di Covid-19. È per esempio il caso della la gestione della malnutrizione infantile (46% di interruzioni) e anche delle malattie trasmissibili come la tubercolosi o la malaria. In generale il rilevamento e il controllo delle epidemie (non di Covid-19) si è parzialmente interrotto nel 43% dei casi e gravemente interrotto nel 2%. Per malaria e tubercolosi è invece stato registrato il oltre 40% di riduzione dei servizi di rilevamento e trattamento.

Le ragioni delle interruzioni

Secondo il report dell’OMS, sono diverse le ragioni per cui i servizi sono stati interrotti, parzialmente o gravemente. C’è stato infatti un calo sia nella domanda che nell’offerta di servizi sanitari durante i mesi analizzati.
La principale causa del calo della domanda dei servizi è stata la mancata presentazione dei pazienti ambulatoriali (76%), seguita dalla mancanza di mezzi pubblici per raggiungere le strutture sanitarie a causa del lockdown (48%) e l’insorgere di problemi finanziari (33%).

Relativamente al calo dell’offerta di servizi invece le cause principali sono state l’annullamento delle visite (66%), il ricollocamento dello staff per gestione dell’emergenza Covid-19 (49%), staff insufficiente (29%), chiusura dei programmi di screening (41%), chiusura di cliniche (35%), chiusura di ambulatori per direttive governative (33%), letti non disponibili (9%). E ancora ci sono anche cause materiali, come la mancanza di prodotti sanitari necessari allo svolgimento dei servizi (30%) e insufficienza di dispositivi protettivi per gli operatori sanitari (44%) e infine cambio delle metodologie di cura (33%).

Le strategie messe in atto per supplire alle interruzioni dei servizi sono state diverse. Innanzitutto è stato necessario effettuare un triage per delineare le priorità di chi chiedeva aiuto. Questa strategia è stata messa in atto nel 76% dei casi, e si attesta così come quella più comune tra gli stati che hanno preso parte allo studio. Nel 63% dei casi è poi stata utilizzato internet per le consultazioni medico-paziente evitando così gli incontri di persona, nel 57% sono stati cambiati i ruoli del personale sanitario, nel 54% dei casi la catena di approvvigionamento dei farmaci ha subito dei cambiamenti, nel 52% dei casi i pazienti sono stati indirizzati verso altre strutture. Il 14% dei Paesi ha rimosso le tasse per i pazienti, mettendo a rischio però la continuità dei servizi essenziali.


Leggi anche: Il calvario dei pazienti con la sindrome post-Covid

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Francesca Zanni
Ho frequentato un corso di Giornalismo Culturale e tre corsi di scrittura creativa dopo una laurea in Storia Culture e Civiltà Orientali e una in Cooperazione Internazionale. Ho avuto esperienze di lavoro differenti nella ricerca sociale e nella progettazione europea e attualmente mi occupo di editoria. Gattara, lettrice accanita e bingewatcher di serie TV.
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