giovedì, Dicembre 3, 2020
ATTUALITÀ

La pandemia vissuta da chi sta in laboratorio

Continui straordinari, ma c'è un limite strutturale. Ne parliamo con Marianna Ferruzzi, segretaria nazionale di Cisl Funzione Pubblica.

Si parla giustamente di aumentare il numero di tamponi, di intensificare il contact tracing, spesso senza tenere conto che per farlo sono necessarie risorse in termini di macchinari e di personale non da poco. Se all’inizio della pandemia di COVID19 il problema principale dei laboratori, che causava il collo di bottiglia, era la mancanza di reagenti, oggi il tema è un altro. Una categoria professionale di cui si è parlato poco è quella dei tecnici di laboratorio biomedico, le persone che materialmente analizzano i tamponi, che in questi mesi si sono trovati a doversi sobbarcare una mole di lavoro di molto superiore alla capacità produttiva determinata dai loro contratti di lavoro.

“Incrementare il numero di tamponi è importantissimo, ma questa necessità si sta scontrando con i problemi strutturali che ci sono a livello territoriale” racconta a OggiScienza Marianna Ferruzzi, segretaria nazionale Cisl Funzione Pubblica. “Abbiamo assistito a un raddoppio della capacità complessiva dei laboratori, che sono strutturati per processare circa 300 tamponi al giorno. In questa fase se ne fanno anche 750 al giorno e, in tutti i laboratori che stiamo monitorando, i professionisti sono allo stremo per le ore di straordinario che stanno facendo, anche 10-12 ore di lavoro al giorno tutti i giorni. Anche volendo, attualmente non ci sarebbe personale per svolgere un’attività 24 ore su 24.”

Non è un problema solo di personale

Per l’analisi di un tampone sono necessari dei macchinari specifici, che di certo non tutti i laboratori analisi possiedono e devono essere effettuate in condizioni di sicurezza massima, per esempio in presenza di cappa con pressione negativa. “Il primo imbuto è questo: se si aumenta il personale senza strumentazione aggiuntiva, la capacità del laboratorio rimane grossomodo la medesima e a oggi non c’è stato un investimento strutturale a tappeto in tutte le regioni tale da poter consentire un aumento di capacità produttiva”.

E allora compriamo dei macchinari più rapidi, viene da dire. “Una macchina che consentirebbe di accelerare l’analisi dei tamponi c’è, ed è prodotta negli Stati Uniti. Consente di esaminare un tampone in un’ora e mezza, al posto delle due e mezza di un estrattore manuale” spiega Ferruzzi. “Il problema è che data la situazione, l’azienda ha chiuso esportazioni al di fuori del paese”.

Non dobbiamo dimenticare poi che questa attività straordinaria si somma a quella ordinaria. “Per ovviare al problema si sta dando l’autorizzazione a laboratori privati già esistenti ma devono avere determinate caratteristiche: non è detto che il laboratorio analisi che può fare l’esame sierologico, che è un esame del sangue, possieda il macchinario giusto.”

Finanziamenti per arginare il problema

La pandemia, lo sappiamo, si è abbattuta su un Sistema Sanitario interessato da una carenza di organico pesante. Il cosiddetto decreto “Cura Italia” (decreto legge 18/2020, convertito dalla legge 27/2020) ha previsto un incremento del livello del finanziamento del settore sanitario per l’anno 2020, pari a 1.410 milioni di euro destinati in particolare all’assunzione di personale e al riconoscimento al personale stesso di incrementi salariali legati alle particolari condizioni di lavoro determinatesi nella fase di emergenza, all’acquisto di beni e servizi, all’acquisto di prestazioni da erogarsi da parte di strutture private accreditate in caso di necessità, all’istituzione delle Unità speciali di continuità assistenziale (USCA) ovvero di strutture territoriali (in numero di una ogni 50.000 abitanti) che garantiscano l’assistenza ai malati che non necessitano di ricovero ospedaliero.

Il decreto “Rilancio” invece, (decreto legge 34/2020, convertito dalla legge 77/2020) ha introdotto ulteriori interventi per complessivi circa 3,5 miliardi (*) di euro per l’anno 2020, per interventi strutturali e quindi non legati esclusivamente all’emergenza sanitaria in corso: potenziamento della rete ospedaliera con l’incremento a regime di 3.500 posti letto di terapia intensiva e 4.225 posti letto di terapia semi-intensiva.

“In realtà però non sappiamo quante persone siano state assunte a livello nazionale per categoria quindi è presto per fare un bilancio” conclude Ferruzzi. “In parte sono state fatte delle assunzioni in questa fase d’emergenza, ma in alcune zone, specie al sud, la situazione di partenza era drammatica per la mancanza di personale, e paghiamo lo scotto in termini di tempistiche di analisi. Ciò mette in evidenza la più importante delle carenze che riguarda, più in generale, tutte le figure professionali e non che operano nel comparto ospedaliero italiano: quella del personale.

Non è un problema che si presenta oggi con il Covid ma lo vivono da anni, in prima persona, tutti gli operatori che si sono ritrovati, come conseguenza del blocco delle assunzioni, a coprire i fabbisogni con orari e turni che hanno determinato le insorgenze di patologie da stress-lavoro correlate. Una situazione che non poteva che divenire insostenibile con l’insorgere dell’emergenza COVID, nonostante sia stato reclutato personale aggiuntivo per far fronte alla domanda di salute dei cittadini.”


Leggi anche: Come si trasmette davvero il coronavirus della Covid-19

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

(*) dato corretto il 23 ottobre 2020

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Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.
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