sabato, Gennaio 16, 2021
ANIMALISCOPERTE

Il favoloso relitto della Bom Jesus e la genetica degli elefanti

L'analisi dell'avorio trasportato dalla caracca portoghese ha permesso di ricostruire la genetica delle popolazioni di elefanti di 500 anni fa. Le zanne provengono da 17 branchi diversi.

Per quasi cinque secoli, il relitto della caracca portoghese Bom Jesus ha alimentato le fantasie più sfrenate dei cacciatori di relitti. Tra i suoi tesori, rinvenuti una decina di anni fa al largo della Nambia, il più ricco carico di avorio antico mai rinvenuto: analisi chimiche e genomiche delle zanne hanno permesso di ricostruire l’ecologia e il destino delle popolazioni di elefanti ma anche i traffici commerciali del XVI secolo.

Per capire la portata della scoperta, bisogna però fare un passo indietro. La caracca portoghese, salpata da Lisbona con destinazione le Indie orientali, scomparve nel 1533 al largo dell’Africa sudoccidentale insieme all’intero equipaggio. La distruzione dell’archivio della Casa da Índia nel terremoto che colpì nel 1755 la capitale porotghese fece inoltre tabula rasa di mappe, lettere e registri di navigazione delle imbarcazioni, rendendo ancora più ardua la caccia al tesoro.

Un bottino incredibile

Il ritrovamento del relitto, avvenuto solamente nel 2008 durante una prospezione diamantifera al largo della costa namibiana, ha riportato alla luce un colossale bottino costituito da monete, avorio, lingotti d’oro, di argento e di rame, divenuto immediatamente oggetto di contesa tra i governi di Namibia e Portogallo. Una serie di circostanze ambientali fortunate hanno infatti preservato l’integrità del carico, rendendo la scoperta di valore incalcolabile, anche dal punto di vista scientifico.

Le oltre cento zanne di elefante stivate nella Bom Jesus sono state premute dal peso dei lingotti sovrastanti nei sedimenti marini, salvandole dalla dispersione e dall’erosione, mentre la fredda corrente locale ha permesso la conservazione del DNA nella metà di esse. L’eccezionale integrità dell’avorio ha consentito a un gruppo multidisciplinare di ricerca, coordinato da Alfred Roca dell’Università dell’Illinois a Urbana–Champaign e da Ahley Coutu del Pitt Rivers Museum dell’Università di Oxford, di sottoporle ad analisi chimiche e genomiche, i cui risultati sono stati pubblicati nella rivista Current Biology.

I ricercatori hanno analizzato gli isotopi stabili di carbonio e azoto, il cui rapporto varia a seconda delle piante consumate nella dieta e e della quantità di pioggia nell’ambiente, di 97 zanne ed estratto il DNA da 44 di esse. Il materiale genetico ha rivelato innanzitutto che l’avorio apparteneva a elefanti africani di foresta (Loxodonta cyclotis) e non a elefanti africani di savana (L. africana). Il confronto del DNA mitocondriale estratto dalle 44 zanne con le sequenze presenti nei database esistenti ha permesso di stabilire la loro origine geografica: tutti gli individui della Bom Jesus erano vissuti nell’Africa occidentale e non in quella centrale come inizialmente ipotizzato.

Zanne da 17 branchi diversi

Gli elefanti vivono in gruppi familiari matriarcali e tendono a rimanere nella stessa area per tutta la vita. Secondo gli autori, la sorprendente provenienza delle zanne può essere spiegata dall’esistenza di numerose basi commerciali portoghesi lungo la costa dell’Africa occidentale all’epoca del naufragio della caracca. Tuttavia, non è chiaro se i mercanti portoghesi avessero reperito l’avorio in diversi porti lungo la rotta oppure in un unico centro che faceva da collettore per una vasta rete di scambi. L’avorio rappresentava infatti un tassello fondamentale del sistema commerciale transcontinentale che collegava Europa, Africa e Asia attraverso le rotte marittime. Le analisi mitocondriali hanno inoltre stabilito che, nella stiva della Bom Jesus, finirono le zanne di 17 diversi branchi di elefanti, dei quali solamente 4 hanno lasciato traccia nelle popolazioni attuali. Secondo gli autori, gli altri lignaggi potrebbero essersi estinti a causa del bracconaggio o della distruzione degli habitat.

Per quanto riguarda il responso isotopico, gli esami hanno rivelato che gli elefanti vivevano in ambienti forestali misti e non nel cuore della foresta pluviale. “Al giorno d’oggi, gli elefanti africani di foresta si spostano abitualmente tra le foreste e le savane. Tuttavia, si riteneva che questo comportamento si fosse instaurato solamente nel XX secolo, quando molti branchi di elefanti di savana furono spazzati via dai bracconieri e gli habitat originari degli elefanti di foresta vennero distrutti. Il nostro studio dimostra invece che è così da sempre” ha dichiarato Coutu in un comunicato stampa.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: National Museum of Namibia

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Davide Michielin
Indisposto e indisponente fin dal concepimento, Davide nasce come naturalista a Padova ma per opportunismo diventa biologo a Trieste. Irrimediabilmente laureato, per un paio d’anni gioca a fare la Scienza tra Italia e Austria, studiando gli effetti dell’inquinamento sulla vita e sull’ambiente. Tra i suoi interessi principali vi sono le catastrofi ambientali, i fiumi e gli insetti, affrontati con animo diverso a seconda del piede con cui scende dal letto.
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