giovedì, Ottobre 21, 2021
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Un tassello mancante nel puzzle dell’evoluzione del linguaggio

Il processo di domesticazione, e nel caso della nostra specie di autodomesticazione, può favorire la complessità del linguaggio. E avere effetti "collaterali" positivi sulle capacità di gestire lo stress e sull'aggressività.

La domesticazione è un processo che si è svolto nel corso di migliaia di anni e, con tutte le specificità climatiche, territoriali, e sociali, aveva l’obiettivo di rendere gli animali più mansueti e adatti alla convivenza con l’essere umano. Anche Homo sapiens è stato oggetto, e al contempo soggetto, di questo processo: nel nostro caso di parla di autodomesticazione. In ogni modo, se da un lato ben conosciamo il successo di questa pratica tipicamente umana, dall’altro le conseguenze collaterali da essa prodotte possono sorprenderci. Un’affascinante eterogenesi dei fini sembra infatti aver plasmato gli individui addomesticati, rendendoli degli abili e sofisticati comunicatori.

Un team interdisciplinare dell’Università di Barcellona ha recentemente pubblicato su Trends in Cognitive Sciences uno studio che mostra come il processo di domesticazione, e di autodomesticazione, abbia favorito l’emergere di complessità comunicativa e linguistica. Sembra infatti che la presenza di minore stress e aggressività reattiva, tipica degli individui addomesticati, consenta tanto agli uccelli quanto agli esseri umani di comunicare o parlare in maniera più articolata. Nel concreto, Kazuo Okanoya, uno degli autori dell’articolo, ha studiato il comportamento del fringuello bengalese addomesticato e di quello selvatico, constatando che il primo produce un cinguettio più complesso e articolato rispetto al secondo. Allo stesso tempo mostra anche una risposta più debole allo stress e minore aggressività.

Gli autori concordano nel ritenere che tali dinamiche rappresentano “il tassello centrale nel puzzle dell’evoluzione del linguaggio umano”. Portano quindi evidenze anche di carattere neurofisiologico; pare infatti che sia gli umani moderni che gli altri animali addomesticati presentino una mutazione nel funzionamento di specifici geni, in particolare di quelli responsabili della regolazione della dopamina: il neurotrasmettitore implicato, tra gli altri, nello stato di stress.

Cooperazione alla base del linguaggio umano

Stando a questo studio, quindi, la tendenza alla tolleranza e alla cooperazione potrebbe aver svolto un ruolo chiave nello sviluppo del linguaggio umano. Un minor livello di competizione e di aggressività si sarebbe tradotto in uno scambio comunicativo o linguistico sempre più articolato.

Sulla base di tale considerazione possono trovare terreno fertile molte delle teorie già formulate sull’origine del linguaggio, in particolare quelle che attribuiscono un peso primario al radicamento sociale della comunicazione. Michael Tomasello, ad esempio, afferma che le abilità linguistiche derivano dall’abilità umana di “leggere” nella mente dei conspecifici, ossia di capire le loro intenzioni e di interpretarle. Una tale capacità non può non trarre giovamento da un ambiente pacifico, in cui l’aggressività, la minaccia esterna e lo stress si mantengono a livelli bassi.

La possibilità di mettersi nei panni dell’altro, di cogliere e comprendere le sue intenzioni e i suoi desideri non può verificarsi con semplicità in un ambiente ostile. Le energie sono destinate allo stato d’allerta continuo: bisogna scrutare l’orizzonte con sospetto onde evitare di essere azzannati da un felino affamato, se si è maschi è necessario prestare attenzione al simile che cerca la zuffa per assicurarsi il successo riproduttivo con una femmina ambita, eccetera, eccetera.

Molti studiosi ritengono poi che la necessità dei primi sapiens di riunirsi in piccoli gruppi e di coordinarsi per la caccia, impegnandosi in un compito quindi altamente cooperativo, sia stata una delle spinte propulsive più importanti allo sviluppo del linguaggio. Per la gran parte degli studiosi dell’evoluzione umana, in sostanza, la cooperazione e gli atteggiamenti prosociali hanno svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo delle abilità linguistiche.

Che questa scoperta specifica rappresenti davvero il tassello centrale di quel complicatissimo puzzle che è il linguaggio umano, non possiamo dirlo con certezza. Le ricerche sono numerose, interdisciplinari e in continua evoluzione. Tuttavia, studi comparati come questo possono ampliare le prospettive di ricerca, ricordandoci sempre che non siamo esseri speciali, e che anche il cinguettio di un fringuello può aiutarci a svelare i più profondi interrogativi sulla nostra specie.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Photo by Lucia Macedo on Unsplash

 

2 Comments

  1. Articolo e studi interessanti. Mi permetto di fare alcune osservazioni e spero di non annoiare.
    Direi che questi studi elencati nell’articolo sono in sintonia con l’intuizione di un personaggio non molto conosciuto dalla stragrande maggioranza delle persone: parlo di L. L. Zamenhof, ideatore della lingua ausiliaria internazionale Esperanto. Cercando in rete si trovano molte informazioni su questo tema r e su di lui.
    In breve, la lingua Esperanto da oltre 130 anni viene parlata con successo di interscambi sociali e culturali, a volte profesionali, in ben oltre 120 Paesi del mondo; essa ha dunque un suo popolo parlante. Come la si potrebbe classificare?
    Zamenhof, che visse durante la sua infanzia ed adolescenza in un ambiente socialmente molto ostile e aggressivo poco cooperante – anche dai punti di vista politico-etnico-religioso – un luogo dove si parlavano ben 4 lingue ma le situazioni di conflitto e di aggressioni anche fatali nelle strade era la quotidianità, pensò che se ci fosse stata la possibilità di una linguaggio comune, le relazioni sociali sarebbero state notevolmente migliorate e la cooperazione sarebbe stata assicurata.

    Che le lingue siano lo specchio dei popoli è verissimo. Inoltre, essendo le lingue – tutte – dei costrutti in continua evoluzione, appresi sin dalla nascita (si impara la lingua del luogo in cui si nasce, non viene scelta) è pure vero, come asseriva il filosofo ed economista Étienne Bonnot de Condillac, che “… se le abitudini influiscono sul linguaggio, questo, dopo una determinazione di regole da parte di noti scrittori [pensiamo a Dante] allo stesso modo influiscono sulle abitudini, conservando delle caratteristiche popolari nel tempo”.
    Se la lingua tiene insieme i gruppi sociali, potrebbe anche essere (non è sicuro) che una lingua internazionale utile e pratica quale è l’Esperanto potrebbe fare da elemento di coesione tra i popoli, che conserverebbero in ogni caso, localmente, le proprie caratteristiche di popolo nativo.

  2. Articolo e studi interessanti, almeno per me che apprezzo le lingue. Questi studi sembrano in sintonia con l’intuizione di L. L. Zamenhof, ebreo, ideatore della lingua Esperanto, che durante la sua infanzia ed adolescenza visse in un ambiente socialmente molto ostile e aggressivo, a Białystok, allora in Lituania sotto il dominio russo, oggi in Polonia. A Białystok vivevano diversi gruppi etnici e si parlavano ben 4 lingue (tedesco, polacco, russo e lingua yiddish) e le situazioni di conflitto di natura politico-religiosa-sociale erano la quotidianità. Egli pensò che se ci fosse stata la possibilità di un linguaggio comune a tutti, forse, le relazioni sociali sarebbero migliorate e la cooperazione possibile.
    Vero che le lingue sono, sin dall’antichità, lo specchio dei popoli, ma è vero anche che, come ebbe a dire Étienne Bonnot de Condillac “… se le abitudini influiscono sul linguaggio, questo, dopo una definizione di regole da parte di noti scrittori, allo stesso modo influisce sulle abitudini, conservando delle caratteristiche di ciascun popolo nel tempo”. A tal proposito mi viene in mente il linguaggio, poetico, di Dante Alighieri che tanto influsso ebbe poi sulla lingua italiana. Il linguaggio umano è davvero complesso, come complesso è l’essere umano del resto e c’è sempre qualcosa da scoprire o imparare….o verificare.

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Simone Chiusoli
Sono laureato in scienze cognitive e mi affascina tutto ciò che ha l'essere umano come oggetto di studio scientifico. Grazie al MCS della SISSA ho scoperto il potenziale incredibile della comunicazione scientifica e quanto essa si riveli indispensabile oggigiorno. Attualmente mi sto dedicando alla comunicazione dell'evoluzione attraverso una prospettiva interdisciplinare, che faccia dialogare biologia e scienze umane.
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