domenica, Settembre 26, 2021
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Balene, una storia di commercio ed estinzione

Negli ultimi secoli l’industria baleniera ha decimato numerose popolazioni di cetacei, portandole quasi alla scomparsa e rendendo necessaria una regolamentazione. Ma la caccia alle balene ha origini molto più antiche.

“Le balene sono a rischio di estinzione” è una frase che tutti noi abbiamo sentito spesso nella nostra vita. La necessità di tutelarne le popolazioni è nata solo recentemente, nel corso del XX secolo, quando ci si rese conto per la prima volta della minaccia costituita dalla caccia indiscriminata delle industrie baleniere. Da allora i gruppi ambientalisti hanno cercato di sensibilizzare la popolazione sul tema ponendo l’accento solo sulla situazione attuale. Ma cosa spinse per centinaia di anni gli uomini a imbarcarsi in un’avventura così pericolosa? Quali furono gli interessi commerciali ed economici che solo nel XX secolo portarono all’uccisione di 2,9 milioni di cetacei?

Una storia con origini antiche

La carne di balena cominciò a far parte della dieta dell’uomo già in tempi molto antichi, nel Paleolitico. Si presume che a quel tempo, a causa dell’impossibilità di realizzare strumenti adatti alla caccia, gli esseri umani si limitassero a recuperare esemplari arenati sulle spiagge. Si dovrà aspettare il 6000 a.C. per veder nascere una vera e proprio caccia alla balena; inizialmente l’uomo la praticava unicamente in prossimità delle coste e solo in maniera discontinua e per un consumo locale e di sussistenza.

È col IX secolo che questa pratica divenne sempre più rilevante; i baschi, una popolazione stanziata all’estremità nord-occidentale dei Pirenei, ne perfezionarono la tecnica e la caccia alla balena divenne la base della loro intera economia. Sulle coste basche nacquero empori commerciali dove si potevano acquistare la lingua o il grasso, all’epoca prodotti molto richiesti.

Nel XVI secolo la caccia alla balena cominciò ad essere praticata anche da inglesi e olandesi. Iniziò così una concorrenza spietata che portò alla nascita di numerose stazioni baleniere, fornite di magazzini e centri di lavorazione e commercializzazione dei prodotti ottenuti. La caccia indiscriminata di quel periodo provocò un impoverimento delle zone di caccia tradizionali che videro l’allontanamento delle balene dal Nord Atlantico e il declino dell’industria baleniera olandese.

Il XIX secolo e lo sviluppo dell’industria baleniera americana

Nel XIX secolo la caccia alle balene iniziò a svilupparsi anche sulla costa nordoccidentale dell’Oceano Atlantico. New Bedford, nel Massachusetts, per circa un secolo fu uno dei porti più importanti per l’attività baleniera. Nel 1830 gli Stati Uniti divennero infatti la prima nazione al mondo per la caccia alle balene, grazie anche alla crescente domanda di prodotti di derivazione.

L’olio di balena veniva ottenuto bollendo strisce di grasso attraverso un processo chiamato “purificazione” (trying out). Nonostante una volta bruciato emanasse un forte odore, era molto richiesto come combustibile per le lampade; la luce che produceva era infatti più chiara di quella prodotta dalle candele e sporcava meno del fuoco di legna. Dalle balene si ricavavano anche altri prodotti, come la carne, il sapone, i lubrificanti per macchinari e l’olio usato come base per i profumi. Con le stecche ricavate dai fanoni si fabbricavano invece corsetti, ombrelli e canne da pesca.

L’avvento del cherosene

La crescente richiesta di olio di balena spinse gli imprenditori alla ricerca di alternative. Fu negli anni ’50 del 1800 che si scoprì come raffinare il cherosene dal petrolio. Rispetto all’olio di balena, questo sottoprodotto della lavorazione del petrolio era più a buon mercato, più efficiente e più duraturo. Le sue caratteristiche, insieme alla scoperta di vasti giacimenti petroliferi, fecero sì che il cherosene si imponesse rapidamente sul mercato americano come combustibile per l’illuminazione. In un solo giorno un pozzo petrolifero in Pennsylvania produceva lo stesso quantitativo di combustibile di una campagna baleniera di tre o quattro anni.

Il successo del cherosene fu tale che nel 1861 Vanity Fair pubblicò una vignetta in cui un gruppo di capodogli vestiti in abito da sera, brindavano con lo champagne all’avvento dei pozzi petroliferi e alla conseguente fine della caccia alle balene. La didascalia recitava “Gran ballo organizzato dalle balene per festeggiare la scoperta dei giacimenti petroliferi in Pennsylvania”.

La crisi di fine secolo e la ripresa del ‘900

Verso la fine del XIX secolo l’industria baleniera era in declino. La produzione americana era meno del 10% rispetto al suo momento di apice, in parte anche a causa dell’affondamento di numerose navi baleniere ad opera dei confederati durante la guerra civile americana (1861-1865). Sebbene in calo, la caccia alle balene non era però stata del tutto abbandonata. Da un lato, le innovazioni tecnologiche come la nave a vapore la rendevano ancora economicamente conveniente; dall’altro persisteva una continua richiesta di stecche di balena, molto apprezzate per la loro flessibilità. All’epoca i chimici non avevano ancora inventato la plastica, altro derivato del petrolio, che col tempo le avrebbe sostituite.

Una serie di eventi all’inizio del XX secolo provocò un drastico aumento nei tassi di cattura dei cetacei. La Prima Guerra Mondiale permise l’avvento di un vasto mercato di esplosivi prodotti con la glicerina derivata dall’olio di balena. Contemporaneamente, nel 1918, si scoprì come solidificarlo eliminandone gusto e odore, consentendone quindi l’utilizzo come base per la margarina. Fu solo in seguito che i chimici industriali riuscirono a produrre margarina usando unicamente olio di palma. A quel punto, la diminuzione del numero di cetacei incentivò il passaggio agli oli vegetali, tanto che nel 1940 il loro utilizzo divenne economicamente più conveniente. Tra il 1938 e il 1951 l’uso di oli vegetali per la produzione di margarina quadruplicò, mentre diminuì di due terzi quello di balena e di pesce.

Come nasce la tutela delle balene

All’inizio del XX secolo divenne sempre più impellente la necessità di una cooperazione internazionale volta alla conservazione dei cetacei. Nel 1925 la Lega delle Nazioni affermò infatti che le balene erano sovrasfruttate e che si rendeva necessaria una regolazione delle attività di caccia. Nel 1930 venne fondato il Dipartimento di Statistica sulla Caccia Internazionale alle Balene con il compito di registrarne le catture. Successivamente, nel 1931, ventidue nazioni ratificarono il primo accordo internazionale: la Convenzione per la Regolamentazione della Caccia alla Balena. Tuttavia alcune delle nazioni con i maggiori interessi nell’industria baleniera non presero parte a questo primo accordo.

Nel 1946 quindici nazioni firmarono la Convenzione Internazionale per la Regolamentazione della Caccia alla Balena (ICRW) e costituirono la Commissione Baleniera Internazionale (IWC) come corpo operativo. Da allora la IWC ha il compito di riunirsi annualmente e adottare regolamenti sui limiti di cattura, i metodi di caccia e sulle aree protette. Nel 1986 la Commissione approvò una moratoria sulla caccia che è valida ancora oggi; ogni anno i paesi membri decidono se e quali specie debbano essere tolte dalla moratoria.

Oggi la Commissione Baleniera Internazionale è composta da 88 stati membri e ne fanno parte paesi balenieri ed ex-balenieri, ma anche paesi che non hanno mai avuto interessi nella caccia alla balena. Attualmente, questa attività è praticata soprattutto per la carne: un prodotto tipico e molto apprezzato in località come l’Islanda, la Norvegia e il Giappone, ma anche da molte popolazioni indigene che vivono negli Stati Uniti e in Canada.

I numeri della caccia

La caccia negli anni ha causato una drastica riduzione del numero di cetacei. Le prime specie a subirne le conseguenze sono state quelle più facilmente catturabili, come i capodogli, le megattere, le balene grigie e le balene franche; in seguito, grazie a tecniche sempre più efficienti, la minaccia si è estesa anche alle balenottere azzurre, alle balenottere boreali e alle balenottere minori.

In uno studio pubblicato su Marine Fisheries Review gli autori ipotizzano che fra l’inizio del 1700 e la fine del 1800 l’uomo abbia catturato circa 300.000 capodogli. Secondo alcune stime, quando la caccia alle balene era al suo culmine, nelle acque della South Georgia, una piccola isola che si trova nell’Atlantico meridionale, venivano catturate e uccise in media circa 3.000 balenottere azzurre ogni anno. Solo fra il 1900 e il 1999 si stima che l’industria baleniera abbia ucciso 2,9 milioni di cetacei: 276.442 nelle acque dell’Oceano Atlantico settentrionale, 563.696 in quelle del nord Pacifico e 2.053.956 nell’emisfero australe.

Le balene sono fuori pericolo?

Fortunatamente le restrizioni alla caccia imposte dall’IWC, unitamente allo sviluppo di sostituti pratici per ciascuno dei prodotti che nei secoli passati si potevano ottenere solo dalle balene, hanno funzionato. Uno studio pubblicato a novembre 2020 su Endangered Species Research dimostra che alcune delle specie di cetacei più a rischio stanno lentamente tornando nei loro habitat originari, ed in particolare nelle regioni polari. Dal 2012 a oggi i ricercatori hanno avvistato 58 nuovi esemplari di cetacei intorno alla South Georgia; le megattere stanno tornando nelle acque della penisola antartica occidentale, le balene della Groenlandia nell’Artico occidentale e le balenottere comuni e quelle minori nel mare dei Ciukci, al largo dell’Alaska.

Sebbene la regolamentazione della caccia abbia permesso il ritorno delle specie a rischio nei loro habitat naturali, ci sono nuove sfide che attendono le balene. Lo scioglimento dei ghiacciai dovuto al riscaldamento globale, l’aumento del traffico navale e l’apertura di nuove rotte nell’Artico rendono necessario lo sviluppo di nuove strategie per la conservazione di questi maestosi mammiferi.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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