venerdì, Settembre 17, 2021
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Breve storia di una controversia edibile

La lunga marcia del Golden Rice, il riso OGM sviluppato per combattere la malnutrizione infantile, continua con l’approvazione al commercio dopo 30 anni di studi, ricerche, paure, dibattiti. Perché ci è voluto così tanto?

Alla fine di luglio il governo delle Filippine ha autorizzato la coltivazione e il commercio del Golden Rice, varietà geneticamente modificata e arricchita con β-carotene, un precursore della vitamina A, bioregolatore indispensabile nell’età infantile.

È la prima volta e accade in un paese del Sud-est asiatico, ma probabilmente la decisione verrà adottata anche dal Bangladesh. Già nel 2017 l’Australia e la Nuova Zelanda avevano dichiarato il Golden Rice un alimento sicuro per il consumo umano e l’ambiente, alla pari del riso non-OGM, seguiti nel 2018 anche da Canada e Stati Uniti, dove l’approvazione di sicurezza aveva compreso i mangimi animali.

L’autorizzazione del Dipartimento dell’Agricoltura filippino (DA) riguarda un preciso evento di ricombinazione avvenuto nella cellula vegetale usata per generare la pianta transgenica e denominato GR2E, commercialmente noto come Golden Rice, e coltivato poi su due qualità locali dall’Istituto filippino per la ricerca sul riso (PhilRice), insieme all’Istituto internazionale di ricerca sul riso (IRRI), a sua volta consorziato con il CGIAR – Consultative Group on International Agricultural Research – network globale, indipendente e non-profit di ricerca su alimenti sicuri con lo scopo di ridurre la povertà rurale attraverso una gestione sostenibile delle risorse naturali.

Un piatto di riso contro la malnutrizione

Come può una porzione di riso salvare milioni di vite umane? La malnutrizione ha un’origine qualitativa oltre che quantitativa: il WHO stima che il 45% dei decessi infantili sia correlato alla malnutrizione, e ogni anno 190 milioni di bambini vanno incontro a patologie connesse alla carenza di vitamina A. La VAD – Vitamin A Deficiency – provoca cecità, difficoltà nel processo di crescita dell’organismo e sviluppo cognitivo, deficit del sistema immunitario, morte, le cui vittime sono lattanti, bambini fino a 5 anni, donne in gravidanza o allattamento. Nelle Filippine, il paese che per primo ha approvato il riso OGM, ne soffre un bambino su 5 delle comunità più povere.

La carenza di vitamina A è una condizione sconosciuta in Europa e nei paesi industrializzati, ma spesso si riscontra in paesi poveri o in via di sviluppo, dove il riso è anche l’alimento base della dieta. Ingo Potrykus, scienziato tedesco esperto in biotecnologie vegetali e “papà” del Golden Rice, sa che la pianta di riso contiene carotenoidi nelle foglie ma non nell’endosperma, il chicco lavorato e ottenuto alla fine del processo di macinatura. Nell’ultimo decennio degli anni ’90 insieme allo scienziato Peter Beyer sviluppa una tecnica che modifica geneticamente la pianta con l’introgressione nella parte edibile di β-carotene, precursore della vitamina A e responsabile del colore giallo del chicco.

Negli anni successivi si susseguono rigorosi test e analisi in campi confinati per valutare la sicurezza ambientale e alimentare del riso OGM. Nel 2005 viene “rilasciato” il Golden Rice 2, versione migliorata con una quantità di provitamina A 23 volte maggiore.

Quanto riso bisogna mangiare per prevenire la VAD? Il Golden Rice è stato concepito come alimento suppletivo e non sostitutivo, ma studi recenti affermano che il GR2 contiene livelli di β-carotene sufficienti ad apportare tra l’89-113% della dose giornaliera raccomandata di vitamina A nei bambini del Bangladesh e tra il 57-99% nei coetanei filippini. Altrimenti detto, una porzione di 100 grammi di GR2 crudo garantirebbe tra il 30% e il 40% dell’apporto giornaliero raccomandato per i bambini e tra l’11-13% nelle donne adulte.

20 anni di controversie

Alle latitudini europee le conversazioni sul Green Pass e l’estate olimpica hanno oscurato la notizia. Tuttavia, il Golden Rice è stato il grande protagonista del dibattito sugli OGM e al centro di una controversia scientifica che divide ambientalisti, scienziati e opinione pubblica da oltre 20 anni.

A fasi alterne, i movimenti anti-OGM si sono opposti in maniera anche violenta alla sperimentazione del Golden Rice. I motivi sarebbero diversi: non è provato che la maggiore presenza di β-carotene nell’endosperma favorisca un apporto reale di vitamina A nell’organismo, poiché una dieta bilanciata necessita anche di frutta, verdura, grassi e carne, raramente presenti nell’alimentazione dei paesi più poveri. Inoltre, la proprietà intellettuale apparterrebbe a un’azienda biotech privata che costringerebbe i contadini a un monopolio economicamente insopportabile. Infine, nonostante siano già passati 20 anni dalla pubblicazione della tecnica a DNA ricombinante sviluppata da Potrykus e Beyer, ancora manca un progetto di commercializzazione sostenibile che coinvolga l’intera filiera agricola e alimentare.

Non sarebbe meglio stimolare le microcolture familiari – home gardening – o l’utilizzo di cereali e piante tradizionali a più alto contenuto di vitamina A? Ripetono in molti, da GreenPeace all’attivista indiana Vandana Shiva.

D’altra parte, dire no all’innovazione agricola costa. L’opposizione sistematica all’uso del Golden Rice ha un valore economico (e sanitario) che due economisti hanno provato a quantificare. Nel 2014 il tedesco Justus Wesseler del Politecnico di Monaco e David Zilberman dell’Università di Berkeley hanno elaborato un modello che stimava il costo del mancato uso di questa tecnologia applicandolo poi al caso dell’India nel decennio 2000-2010: ogni anno sarebbero stati persi 199 milioni di dollari e un totale di 1.4 milioni di anni di vita, tra malattie, disabilità e decessi.

Storia di un chicco di riso

Anche se le battaglie anti-OGM hanno contribuito a polarizzare l’opinione pubblica, non sono responsabili del tempo impiegato da un’innovazione scientifica a diventare un alimento sicuro e commercializzabile per scopi umanitari.

I motivi vanno cercati altrove: soluzione di un problema scientifico, riconoscimento pubblico, sfruttamento di brevetti e della proprietà intellettuale, trasferimento tecnologico ai paesi poveri, regolamentazione internazionale. Una storia raccontata dallo stesso Ingo Potrykus e che vale la pena di ripercorrere perché rappresenta un importante cambio di paradigma nei rapporti tra pubblico e privato nella condivisione della proprietà intellettuale.

Erano i primi anni ’90. Il professore e ricercatore dell’Istituto federale di Tecnologia di Zurigo inizia a lavorare sul riso e la sicurezza alimentare nei paesi in via di sviluppo. Per finanziare il progetto di ricerca si rivolge prima alla Nestlé, che non è interessata (e sarà un bene), e poi alla Rockfeller Foundation. Insieme a Peter Beyer, della vicina Università di Friburgo, mettono a punto la tecnica che riesce a biofortificare l’endosperma attraverso l’introduzione di un gene di mais e un batterio.

Lo studio, iniziato 8 anni prima, viene pubblicato da Science nel 2000. Nello stesso anno Potrykus riesce ad attirare l’attenzione mondiale anche grazie alla copertina del TIME e alla partecipazione al Nature Biotechnology Conference di Londra. Adesso bisogna fare in modo che il riso dorato raggiunga gli agricoltori dei paesi più poveri, senza restrizioni  o costi aggiuntivi.

Entrambi gli scienziati intendono favorire l’uso gratuito dell’applicazione per scopi umanitari. Ma come? Secondo Potrykus sarebbe possibile donare il chicco OGM perché la ricerca è avvenuta con finanziamenti pubblici, la Rockfeller Foundation si dimostra disponibile, l’Istituto di Tecnologia supporta il progetto. Si oppone invece la Commissione Europea, dichiarando che i partner industriali che avevano cofinanziato il lavoro di Peter Beyer, ne detengono anche i diritti commerciali. Lo scienziato critica apertamente la posizione europea, perché con il suo asservimento rischia di togliere indipendenza alla ricerca pubblica di base, “in favore di problemi a esclusivo interesse industriale”.

Potrykus cerca allora un partner forte e lo trova in Zeneca, oggi la biotech Syngenta, che deteneva anche i diritti legali del progetto europeo, e che attraverso Adrian Dubock negozia la “libertà di agire”, in inglese FTO – Freedom to Operate, sulle 70 proprietà industriali e intellettuali usate negli esperimenti e appartenenti a 32 diverse compagnie.

Si forma così il Golden Rice Project, ente non legalmente riconosciuto, che agisce attraverso un accordo di licenza umanitaria i cui elementi essenziali si possono riepilogare in 10 punti, tra cui il reddito massimo e la provenienza di un agricoltore destinatario della tecnologia (<10.000 dollari/anno di guadagno), la possibilità di stoccare e utilizzare i semi per raccolti successivi, il divieto di esportazione del prodotto, il divieto di rilascio nei paesi senza protocolli di regolamentazione sulla biosicurezza.

In sostanza, il Golden Rice diventa un caso di studio esemplare per la collaborazione tra pubblico e privato – sono 60 i soggetti coinvolti nel Golden Rice Project – e per l’ostinata capacità di sfruttare, senza opporsi, la foresta di brevetti, licenze e proprietà intellettuali.

Regolamentare gli OGM

Ma se ci sono voluti 8 anni per sviluppare la tecnologia e solo 6 mesi per definire i termini di licenza, come mai bisogna arrivare al 2021 per la commercializzazione?

Uno dei maggiori vincoli sarebbe la rigida regolamentazione internazionale. Gli OGM, o meglio gli organismi viventi modificati attraverso l’uso delle moderne biotecnologie (in inglese, LMOs) utilizzati per il consumo alimentare umano e animale sia diretto che manipolato, sono regolamentati dal Protocollo di Cartagena sulla Biosicurezza, accordo internazionale sottoscritto nel 2000, entrato in vigore nel 2003, adottato oggi da 173 paesi.

Il protocollo traccia una linea giuridica e definisce le regole per la manipolazione, il trasporto e l’uso degli OGM a scopi alimentari. Allo stesso tempo si rifà al principio di precauzione che limita o impedisce l’utilizzo di OGM in caso di minacce irreversibili per l’uomo e l’ambiente o in mancanza di un’ampia conoscenza scientifica. Inoltre, determina che solo i paesi dotati di un meccanismo regolamentato di biosicurezza possano rilasciare o manipolare OGM. Particolare non di poco conto, dato che esclude molti potenziali destinatari del Golden Rice.

Quanto tempo serve per ottemperare a tutte le procedure richieste dal Protocollo di Cartagena? Nel caso del riso dorato, il Golden Rice Humanitarian Board ha provato a quantificare il tempo necessario per tutti i passaggi e le analisi di valutazione di rischio. Occorrono almeno 3 anni di studi preliminari su tutti gli eventi indipendenti generati dai geni introdotti e dalle loro funzioni; 2 anni di analisi sulle proteine codificate dai geni introdotti per accertare che non ci siano tossicità, intolleranze o allergie; e poi ulteriori studi e analisi, e una valutazione di impatto ambientale che richiede almeno 4 o 5 anni di lavoro e un team dedicato di ricerca.

È scontato che un paese in via di sviluppo non possieda la capacità scientifica né economica per sostenere tale sforzo e che, per quanto concepito come strumento di tutela globale per la salute e l’ambiente, il Protocollo di Cartagena richieda enormi risorse per essere adottato. Aldilà dei pregiudizi, la donazione di una nuova biotecnologia agricola sarebbe impossibile senza la collaborazione internazionale e il coinvolgimento del settore privato.

L’ultimo miglio del riso dorato

Ora che finalmente è arrivato il via libera alla commercializzazione, bisogna costruire “l’ultimo miglio”. Secondo l’antropologo americano Glenn Davis Stone, autore di un recente studio sulle dinamiche di scelta dei coltivatori di riso nelle Filippine, il percorso per raggiungere i consumatori finali è ancora poco chiaro, perché non si è tenuto conto delle abitudini specifiche e delle possibilità di coltivazione delle varie comunità montane e di pianura.

Wendy Craig, ricercatrice e leader del Regulatory Science Group all’ICGEB che da anni supporta i paesi firmatari nell’implementazione dei protocolli di biosicurezza, la pensa diversamente: “Il Golden Rice è stato continuamente osteggiato perché poteva essere un cavallo di Troia per tutti gli altri OGM. Oggi i nuovi scenari vanno dalla fondazione umanitaria che fornirà gratuitamente tecnologia e supporto ai piccoli agricoltori, all’azienda che proverà a trarre profitto, ma questo non riguarda la scienza né la sicurezza. Sarà la capacità del singolo governo nel progettare un percorso commerciale adatto alle esigenze dei propri cittadini, a trasformare davvero il Golden Rice nel prodotto sostenibile ed equo per cui è stato progettato”.


Leggi anche: Api “addestrate” per l’agricoltura del futuro

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Wikimedia Commons, International Rice Research Institute (IRRI)

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