ESTERI

Bhopal, inferno senza fine

A 25 anni dal disastro nella Union Carbide, i tassi di inquinamento di acqua e terra sono elevatissimi. 30 mila morti e 100 mila contagiati gridano giustizia

ESTERI – “A Bhopal ho bevuto mezzo bicchiere d’acqua da un pozzo e la mia bocca è rimasta infuocata per cinque giorni”, è la testimonianza di Dominique Lapierre, autore di “Mezzanotte e cinque a Bhopal” e paladino delle vittime della tragedia. Non mente, Lapierre: l’acqua è ancora tossica nella cittadina indiana che esattamente 25 anni fa, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, conobbe l’orrore per la fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile, gas letale prodotto nella fabbrica di pesticidi del colosso chimico statunitense Union Carbide. Uno studio scientifico del Center for Science and Environment (CSE) di New Delhi, reso pubblico nell’anniversario del disastro, rivela che le falde acquifere intorno allo stabilimento presentano insostenibili livelli di contaminanti e metalli pesanti.

“Gli ultimi test hanno dimostrato che l’acqua nei terreni, nel raggio di tre chilometri dalla fabbrica, contiene un tasso 40 volte superiore di pesticidi rispetto agli standard indiani”, ha detto Sunita Narain, direttore del CSE, in occasione delle manifestazioni di commemorazione e denuncia in corso a Bhopal. “Abbiamo anche preso campioni dell’acqua pompata e bevuta dalla popolazione e abbiamo trovato che conteneva altissime dosi di Carbaryl, un pesticida prodotto nella fabbrica, 110 volte più alto degli standard”. Ulteriori analisi hanno riscontrato livelli estremamente elevati di inquinanti organici persistenti. Come il tetracloruro di carbonio, in concentrazioni  oltre mille volte superiori a quelle consentite dall’Organizzazione mondiale della Sanità, il cloroformio in dosi doppie rispetto ai limiti dell’Agenzia per la protezione ambientale USA. E ancora clorobenzene, nichel, mercurio.

Molte disgraziati che vivono a Bhopal continuano a bere l’acqua dei pozzi e a mangiare i prodotti di una terra avvelenata. Questi composti tossici hanno devastanti effetti sulla salute, come tumori, malformazioni scheletriche, danni cerebrali e disturbi psichiatrici. Uno studio recente ha trovato che a Bhopal i neonati con danni cerebrali sono dieci volte più frequenti che nel resto dell’India. Ma le autorità indiane contestano i dati epidemiologici, sostenendo che le conseguenze di quella drammatica esplosione non sono più rilevanti e che il sito dell’ex stabilimento, ormai abbandonato, è sicuro. Per Narain, invece, “l’intero sito è altamente contaminato. I rifiuti tossici immagazzinati nella zona della fabbrica non sono che una piccola parte dell’inquinamento totale presente nel circondario. Per cui l’idea del governo di portare via il materiale tossico dalla fabbrica senza bonificare tutta la zona non risolverebbe il drammatico problema ambientale”.

Agghiaccianti le cifre del peggior incidente industriale della storia. Quella notte di 25 anni fa, quasi quattromila persone morirono sul colpo e i tre quarti delle donne incinte ebbero un aborto spontaneo. Nelle successive 72 ore, i decessi raddoppiarono. Migliaia si presentarono in ospedale con segni di soffocamento, dolori lancinanti al ventre, occhi infiammati, senza che i medici potessero far nulla per aiutarli. Ad oggi, si contano 30.000 vittime per le conseguenze persistenti della propagazione nell’atmosfera e nel suolo dell’isocianato di metile e 100.000 sono le persone residenti nelle vicinanze della fabbrica che si sono ammalate in modo irreversibile. Le cause dell’incidente? La multinazionale aveva deciso di risparmiare sulle misure di sicurezza, abbassando la refrigerazione delle cisterne piene di isocianato di metile, micidiale componente del nuovo insetticida che la multinazionale stava producendo. Il gas doveva essere conservato a una temperatura non superiore a zero gradi. Per un risparmio di elettricità pari a circa 50 euro al giorno, la multinazionale provocò il più grave disastro industriale di tutti i tempi.

Un crimine per cui nessuno ha ancora pagato. Nessun responsabile è stato condannato. Come unico indennizzo, nel 1989 la Union Carbide ha pagato al governo indiano 470 milioni di dollari, garantendosi di fatto l’impunità, anche se poco di quei soldi è arrivato alle vittime. La Dow Chemical, società che otto anni fa ha acquistato la Unione Carbide, ha respinto ogni coinvolgimento nella vicenda.

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