CRONACA

La nascita della scrittura

L’analisi comparativa dei simboli contenuti nei dipinti rupestri preistorici rinvenuti in diverse caverne francesi riscrive la storia della cultura

NOTIZIE – È forse troppo presto per dire che ci troviamo sulla soglia di una rivoluzione nelle conoscenze sull’evoluzione della cultura umana. Ci vorranno ancora anni  perché le ipotesi di Genevieve Von Petzinger e April Nowell, dell’Università di Victoria nella British Columbia, abbiano tempo di sedimentare e di essere confermate da altre osservazioni. Certo che a leggere del loro lavoro gira un po’ la testa: in base al confronto dei segni preistorici dipinti sulle pareti di un gran numero di caverne francesi Petzinger e Nowell hanno avanzato l’audace ipotesi che le prime forme di scrittura siano emerse decine di migliaia di anni prima del previsto, e probabilmente nemmeno in Europa.

Nessuno ci aveva mai pensato prima, forse perché distratto dalla magnificenza di dipinti rupestri come quelli delle caverne di Chauvet o di Lascaux: rappresentazioni vivide e colorate di cavalli, rinoceronti, scene di caccia e molto altro ancora. I primi scopritori devono aver creduto di sognare quando si sono trovati di fronte a questi esempi di arte primitiva che nulla hanno da invidiare alla pittura moderna. Normalmente si ritiene che i nostri antenati siano passati attraverso un’”esplosione creativa” fra 30.000 e 40.000 anni fa, proprio l’epoca a cui risalgono le pitture francesi. In questo periodo l’essere umano avrebbe cominciato a pensare in maniera astratta e a produrre le prime forme d’arte, scultura e pittura. La scrittura invece, sempre stando al pensiero corrente, sarebbe apparsa molto più tardi: “solo” 5.000 anni fa.

Eppure un sospetto doveva venire: capolavori dell’intelletto umano come quelli di Lascaux devono essere stati prodotti da menti piuttosto evolute, possibile che la scrittura ci abbia messo almeno altri 25.000 anni per apparire?

Von Petzinger e Nowell non si sono lasciate sfuggire i segni apparentemente insignificanti che spesso appaiono in queste caverne accanto ai disegni più sofisticati. Possibile che nessuno abbia mai fatto un censimento di questi segni e li abbia confrontati da sito a sito, si è chiesta Von Petzinger, ancora studente, qualche anno fa. Insieme a Nowell ha dunque deciso di compilare un censimento completo dei simboli presenti in ben 146 siti francesi.

Il risultato del censimento potrebbe segnare un punto di svolta negli studi di paleoantropologia: 26 simboli, tutti dipinti col medesimo stile, appaiono ripetutamente in molti siti. Alcuni sono estremamente semplici, linee rette, cerchi, triangoli, ma altri sono più complessi. Le scienziate hanno iniziato dunque a sospettare che potessero avere un qualche significato, o essere addirittura i primi rudimentali semi della scrittura. Un altro indizio importante è stata la presenza, accanto a quelli più schematici, di altri simboli meno astratti che sembrano rappresentare delle parti del corpo di animali, come per esempio le setole del mammuth (senza il resto dell’animale). Questo tipo di figura è nota come sinedocche (una parte rappresenta il tutto) ed è comune nel linguaggi pittografici. Secondo Von Petzinger questo può significare che i nostri antenati cercavano un modo di rappresentare le idee in maniera simbolica, piuttosto che realistica, e questo avrebbe successivamente portato alla nascita di un vero e proprio alfabeto astratto.

Le due scienziate hanno anche tracciato l’età  e diffusione dei simboli nella regione francese arrivando a conclusioni piuttosto sorprendenti. La valle del Reno, la Dordogna e la regione di Lot sembrano essere i siti da cui si è diffuso l’uso dei simboli. Durante il periodo in cui sono state dipinte le caverne l’espansione dei ghiacci a nord deve aver spinto le popolazioni a muoversi verso sud, portando con sè l’uso dei simboli, forse utilizzati per demarcare i territori, o a scopo rituale/religioso. Il fatto più sorprendente resta comunque la datazione di molti simboli che risalgono addirittura a 30.000 anni fa.

“Sono rimasta molto sorpresa della scoperta,” ha commentato Petzinger. Se l’esplosione creativa è avvenuta fra 30.000 e 40.000 anni fa ci si aspetterebbe che l’emergere di un sistema riconoscibile di simboli debba per forza esser successivo, e invece i dati delle due scienziate dicono il contrario. Secondo Petzinger e Nowell questo significa che forse dobbiamo rivedere la linea temporale della storia umana. “Questa incredibile diversità e continuità d’uso suggerisce che forse la rivoluzione simbolica abbia avuto luogo prima dell’arrivo degli esseri umani moderni in Europa.”

In effetti un certo numero di ritrovamenti africani e mediorientali sarebbero in accordo con quest’ipotesi. Recentemente per esempio nelle caverne di Blombo in Sud Africa è stato ritrovato un pezzetto di ematite, un minerale, inciso con segni astratti e risalente ad almeno 75.000 anni fa. Nella grotta di Skhul in Palestina invece sono state ritrovati degli ornamenti fatti con conchiglie (prove di comportamento simbolico) di almeno 100.000 anni fa.

Von Petzinger e Nowell credono che il sistema simbolico di segni abbia viaggiato con gli esseri umani. Altri scienziati invece non sono convinti che esista un origine comune per il sistema simbolico che invece sarebbe nato più volte in diverse parti del mondo (Ian Davidson, dell’Università del New England, in Australia ha individuato 18 dei simboli francesi nei dipinti rupestri australiani). I risultati di Von Petzinger e Nowell sono stati presentati la prima volta lo scorso aprile al meeting della Società di Paleoantropologia americana a Chicago e saranno pubblicati in due articoli sulle riviste Antiquity e il Journal of Human Evolution.

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

4 Commenti

  1. Finalmente una ricerca che sistematizza una mia vecchia intuizione cioè che i disegni delle caverne abbiano una triplice valenza:

    – dichiarazione di proprietà (questo disegno attesta che l’antro è mio, cioè del mio gruppo)

    – scopo didattico cioè illustrare ai giovani del gruppo (che potrebbe anche essere multifamiliare) le tecniche di caccia, i tipi di animali, i rapporti gerarchici, manifatture specifiche, i pericoli da evitare, etc.

    – ambito mistico cioè il pantheon di divinità e la cattura “sacrale” dell’animale attraverso la sua rappresentazione, magari la richiesta di protezione da parte degli dei,…

    Infatti suggerisco che i simboli ritrovati sano raggruppati secondo questi tre gruppi funzionali, magari facendo delle comparazioni tra siti sia vicini sia lontani, specie dove compaiano immagini simili (ovvero solo animali, animali con uomini, solo umani, strumenti, parti del corpo e cosi via).

    Infine penso una malignità: ci sono delle cose analoghe alla base della Sfinge (le quali potrebbero attestare che quel monumento è molto più antico delle piramidi) in modo da giustificare il rifiuto da parte di Zahi Hawass di consentire studi approfonditi sul “Leone”?

    Buon lavoro e Cordiali saluti

  2. Ipotesi anche mia, ma bisogna sostituire “arte” e “mistico-religioso-rituale” con POLITICO, come insegna l’antropologia culturale.
    L’aggettivo “simbolico” non mi piace, io parlerei di sistemi di comunicazione, preceduti sicuramente da sistemi MATERIALI più labili – es tacche su alberi, segni sul terreno, legnetti o pietre posti in un determinato modo, gesti, indispensabili per la caccia – che si sono progressivamente trasferiti e semplificati.

    Gli ornamenti fatti con conchilglie, denti di cani, etc, come sanno gli antropologi culturali, erano “cambiali”, indispensabili quando si scambiano “merci” non in simultanea, per esempio donne.

  3. A parer mio non è del tutto corretto prendere la scrittura a parametro rivelatore della storia della cultura, come siamo portati a fare unicamente perché la scrittura ha rivestito e riveste un carattere predominante nella nostra cultura. Può darsi benissimo ch’essa abbia in altri contesti un’importanza del tutto marginale, pur in presenza di elevati standard culturali e sapienziali, rivelati eventualmente da altri “indicatori”. Va bene quindi stupirsi, riconoscendo o credendo di riconoscere forme embrionali di scrittura, ma non attribuire a quegli eventuali riconoscimenti un metro esclusivo di giudizio evolutivo.

  4. Complimenti all’intelligenza ed intuizione delle ricercatrici, grazie per aver dato questa informazione. Questo è il metodo della conoscenza, l’indagine comparativa che serve ad attivare moltissimi giovani studiosi !

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