SALUTE

Dolore e tumori: la cura c’è, ma non la usiamo

Uno studio europeo fotografa una situazione positiva, in Italia, per la disponibilità e la facilità di prescrizione dei potenti farmaci oppiodi per la terapia del dolore. L’oncologa Carla Ripamonti dell’Int di Milano ci spiega perché allora rimangono forti resistenze al loro impiego

SALUTE – “In Italia abbiamo tutto quello che ci serve per gestire bene la terapia del dolore oncologico: i farmaci sono disponibili e non è più difficile come un tempo prescriverli. Il problema è che non li usiamo, e le ragioni sono soprattutto culturali ed economiche”. Sbotta così Carla Ripamonti, oncologa e farmacologa dell’Istituto nazionale tumori (Int) di Milano, quando le chiediamo un commento su uno studio europeo appena pubblicato, che ha fatto il punto della situazione su disponibilità di mercato e accesso alla prescrizione dei farmaci oppiodi – morfina e simili – in Europa .

L’Italia esce decisamente a testa alta dall’indagine, voluta dalla società europea di oncologia medica (Esmo) e dall’associazione europea di cure palliative (Eapc) e pubblicata sull’ultimo numero della rivista Annals of Oncology: di oppioidi sul mercato ce ne sono anche tanti e prescriverli è diventato piuttosto semplice. Anzi, per quanto riguarda questi parametri il nostro paese risulta decisamente avanzato, anche se in generale tutta l’Europa occidentale se la cava bene (non così quella orientale, dove l’accesso a questi farmaci è ancora molto difficile).

Sulla carta, le condizioni perché sia rispettato il diritto dei pazienti oncologici a vedere alleviato il proprio dolore ci sono tutte. Eppure, il dolore rimane ancora una realtà troppo presente nella vita di molti, troppi, malati di cancro. La brutta notizia, infatti, è che – nonostante un costante ma lieve incremento negli ultimi anni – rimaniamo sempre agli ultimi posti nella classifica dei consumi di farmaci oppioidi, e in particolare dei due più comuni, efficaci (ed economici): morfina e metadone.

“Fino a pochi anni fa per le prescrizioni dei farmaci oppioidi occorreva un ricettario speciale per stupefacenti, il che poteva costituire un deterrente al loro impiego. Oggi però non è più così: gli specialisti, ma anche i medici di base, possono prescriverli sul comune ricettario rosso della mutua”, afferma Ripamonti, che lavora alla Divisione di riabilitazione e terapie palliative dell’Int ed è stata referente italiana per lo studio europeo. “Fanno eccezione solo quattro formulazioni, tra cui morfina in fiale e metadone orale, che devono essere prescritti con il vecchio ricettario”.

In generale, insomma, il nostro ritardo sul consumo di morfina e simili in terapia del dolore non è dovuto a un problema normativo. E a cosa, allora? “Intanto c’è in gioco una questione culturale e di formazione”, chiarisce l’oncologa. “Molti medici non sono preparati a utilizzare questi farmaci, in particolare gli oppioidi cosiddetti forti, e temono che possano dare dipendenza, cosa che non è affatto vera. Basta usarli al momento giusto e nella dose giusta, interrompendeli poi gradualmente. Come del resto si fa con molti altri farmaci, dagli psicofarmaci al cortisone”.

Il risultato di questo atteggiamento è che si preferisce usare gli oppioidi deboli, spesso inadeguati alla gestione del dolore difficile, oppure gli antinfiammatori non steroidei, farmaci molto tossici che possono provocare danni allo stomaco, all’apparato circolatorio e soprattutto ai reni. “Gli oppioidi forti li si lascia ai terapisti del dolore che si occupano di pazienti terminali, mentre dovrebbero essere un patrimonio di tutti: oncologi ma anche altri specialisti (per esempio gli internisti) e pure i medici di base”, sottolinea Ripamonti.

E continua: “Il punto è che non c’è una preparazione universitaria adeguata in terapia del dolore: la formazione è lasciata quasi esclusivamente nelle mani delle aziende farmaceutiche, che spingono verso certi farmaci – i più costosi ma non necessariamente i più efficaci – e non verso altri, come il metadone, che costa pochissimo ma è potentissimo”. Al punto che è il farmaco di scelta in centri d’eccellenza internazionali come il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York e l’MD Anderson Cancer Center di Houston.

Questo limite formativo, unito alla difficoltà residua nella prescrizione di morfina e metadone – ma le cose potrebbero cambiare con la nuova legge sulla terapia del dolore, attualmente in discussione in parlamento – determinano nei nostri medici quella che Ripamonti non esita a definire morfinofobia. Un miglioramento della situazione, però, è possibile, purché si decida di investire in una sorta di rivoluzione culturale. Nel frattempo, anche il paziente può fare qualcosa: “Essere informato sul fatto che il suo dolore può – e deve – essere alleviato. E sul fatto che, usati nel modo corretto, i farmaci oppioidi non danno dipendenza”.

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

1 Commento

  1. è chiaro che vi sono delle ragioni economiche ma , non di meno, culturali; in una visione cattolica(rectius ecclesiastica) la sofferenza è quasi un dono, un tributo che corrobora e supporta la fede da condividere con Gesù Cristo

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