CRONACA

Cultura, l’ultima forza evolutiva

L’essere umano plasma la propria evoluzione attraverso la cultura

NOTIZIE – Per decenni i biologi hanno sostenuto che la cultura è un fattore che tende ad attutire gli effetti della selezione naturale (un esempio fra tanti: l’uso degli abiti rende meno necessario sviluppare attraverso le generazioni una resistenza alle basse temperature). Le cose non starebbero però esattamente così, come emerge da una recente rassegna pubblicata su Nature Reviews Genetics: se la cultura ci ha protetto da una serie di fattori ambientali rallentando l’evoluzione di certi tratti,allo stesso tempo ha guidato (forse ancor più velocemente) la selezione di altri. In pratica come scrive Kevin Laland, autore della rassegna e biologo evoluzionista dell’Università di St. Andrews in Scozia, l’uomo sarebbe in grado di plasmare certi aspetti della propria evoluzione attraverso l’evoluzione della cultura stessa (cultura intesa in senso lato come qualsiasi comportamento appreso, tecnologia inclusa).

Già da diversi anni alcuni biologi (come Robert Boyd, dell’Università della California di Los Angeles, e Peter Richerson, dell’Università della California di Davis) hanno cercato di sensibilizzare la comunità scientifica su questo argomento, ma solo ora la comunità scientifica sembra essersi accorta della questione. Oggi, grazie alle moderne tecniche di screening genetico, è noto che circa il 10% dei geni umani (intorno a 2.000) sta subendo un processo di selezione. Di questi una parte (generalmente geni legati al sistema immunitario, o altri come quelli che regolano il colore della pelle, probabilmente influenzati da variazioni climatiche e geografiche) risponde a normali pressioni di tipo ambientale.

Un’altra parte però sembra legata a fattori culturali. La prima mutazione di questo tipo a essere individuata è quella legata alla tolleranza al lattosio in età adulta. Nel mondo la maggior parte degli individui infatti perde la capacità di digerire questo zucchero presente nel latte poco dopo lo svezzamento, ma alcune popolazioni (dell’Europa del nord, ma anche tre distinti gruppi di allevatori africani) mantengono questa capacità anche in età adulta. È probabile che il vantaggio dal punto di vista della nutrizione abbia fatto sì che gli individui che possedevano questo tratto lasciassero una discendenza più nutrita degli altri. La cosa singolare è che in queste quattro popolazioni la mutazione che garantisce la capacità di digerire il lattosio è diversa, pur portando allo stesso risultato.

Un’altra mutazione è la capacità di produrre l’amilasi nella saliva L’amilasi è un enzima che spezza le catene degli amidi e facilita la digestione di pane, pasta, patate, cereali, e  di tutti gli amidi in genere. Il gene che produce questo enzima è molto più comune nelle popolazioni dedite all’agricoltura (meno in quelle che si occupano più di allevamento, pesca e  caccia). Altre mutazioni si osservano sul lato sensoriale: soprattutto gusto e odorato mostrano segni marcati di pressioni selettive di origine culturale (anche queste probabilmente collegate a cambiamenti nella dieta). Anche i geni che regolano certe funzioni cognitive mostrano segni di pressione culturale e anche se le origini di questi mutamenti sono ancora in larga parte sconosciuti alcuni scienziati ipotizzano che derivino dalla transizione verso una socialità più marcata.

Le pressioni che hanno portato a queste mutazioni sono relativamente recenti se osservate da un punto di vista evolutivo. Sono probabilmente a pieno regime solo da 10.000-20.000 anni. Le dinamiche che di queste forze culturali (che secondo alcuni darebbero luogo a un’evoluzione accelerata) hanno fatto anche formulare ad alcuni un’ipotesi ambiziosa: lo studio di questi segni di “evoluzione in corso” nel nostro genoma potrebbe addirittura offrire informazioni sugli eventi salienti che hanno segnato la storia dell’essere umano, come per esempio grandi migrazioni o grossi cambiamenti culturali, come per esempio l’invenzione dell’agricoltura.

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

2 Commenti

  1. Questo tipo di indicazioni, soprattutto di quelle inerenti la relazione col cibo, sono discusse da qualche tempo. Ad esempio in “A Qualcuno Piace Piccante” (Codice Edizioni) Gary Nabhan ne parla diffusamente, fornendo una bella carrellata di esempi in forma discorsiva ed il suo libro rappresenta senza dubbio la miglior porta di ingresso per chi vuole addentrarsi in questa dinamica abbastanza complicata. In teoria, differenze più fini in questo tipo di evoluzione possono giustificare anche differenze nella metabolizzazione dei farmaci, nella risposta ad alcune terapie e nella differente sensibilità nei confronti di varie patologie legate all’alimentazione.

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