CRONACA

Venere bollente

Due nuove osservazioni rivelano i segni del vulcanismo venusiano


NOTIZIE
– Due ricerche recentissime offrono un’immagine più precisa del nostro “vicino” di sistema Solare (vicino sia per distanza che per massa e dimensioni). Già da tempo gli scienziati parlano di una tettonica venusiana, che seppur diversa da quella terrestre (per tettonica si intendono i movimenti delle masse che compongono gli strati geologici del nostro pianeta, movimenti causati dalle intense temperature raggiunte da nucleo e mantello terrestri) dimostrerebbe che sotto la superficie il pianeta più caldo del Sistema Solare sia tutt’altro che morto. Ora in uno studio pubblicato qualche giorno fa sulla rivista Science, Susanne Smekar, del Jet Propulsion Laboratory della NASA, a Pasadena, e colleghi grazie alla radiazione infrarossa rilevata con gli strumenti a bordo della sonda Venus Express dell’ESA (in orbita intorno a Venere dal 2006) ha scoperto i segni di quello che ritiene essere della recente attività vulcanica.

La superficie di Venere è caldissima: in media 480°, e per questo emette una forte radiazione infrarossa. Le rocce vulcaniche più antiche tendono comunque a emettere una radiazione inferiore (l’anidride carbonica  e solforosa dell’atmosfera venusiana col passare del tempo “lavano” le rocce e ne cambiano la composizione). Osservando queste variazioni nell’emissione infrarossa in tre aree specifiche – le regioni Imdr, Themis e Dione – (che la spedizione Magellan della NASA, del 1990, aveva suggerito potessero essere aree di grandi depositi di rocce vulcaniche) Smekar ha notato che brillavano più delle altre, facendole sospettare che fossero particolarmente recenti. Questa complessa metodologia di osservazione della superficie è necessaria perché il pianeta è costantemente coperto da una spessissima coltre di nubi che ne impediscono l’osservazione diretta.

Smekar comunque sottolinea che per ora una datazione precisa delle rocce è molto difficile. La scienziata è sicura che siano più recenti di 2,5 milioni di anni fa, anche se la sua ipotesi è che siano molto più giovani, potrebbero addirittura avere solo poche centinaia di anni.
Il secondo lavoro che porta dati in favore di un vulcanismo venusiano sarà a breve pubblicato su Geology. Si tratta di una mappa basata sulle osservazioni radar della sonda Magellan, a opera di Vicky Hansen, dell’Università del Minnesota a Duluth, che ha rianalizzato i dati disponibili, individuando una struttura tettonica (di forma ovale) chiamata Artemis. In quest’area era già nota la presenza di un grande rilievo montuoso (del diametro di 2.400 chilometri) circondato da un avvallamento circolare.

Hansen ha osservato la presenza di lava e strutture vulcaniche che si estendono ben oltre all’anello che circonda Artemis, corrugamenti causati dal raffreddamento e  dalla contrazione del materiale lavico. La struttura nel complesso si estende per un diametro di addirittura 13.000 chilometri, coprendo così circa un terzo della superficie di Venere. Queste dimensioni renderebbero Artemis il più grande vulcano dell’intero sistema solare creato, secondo le ipotesi degli scienziati, da un pennacchio di materiale minerale ad altissima temperatura proveniente addirittura dal bordo fra il nucleo e il mantello del pianeta. Gli scienziati comunque ritengono che oggi questo vulcano sia ormai inattivo.

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

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