C’è un mondo maya sotto la giungla

Un gruppo di ricercatori ha sorvolato in elicottero la foresta del Belize, sopra il complesso archeologico di Caracol. Grazie ai fasci laser, è tornato alla luce (è il caso di dirlo!) un paradiso perduto e in gran parte inesplorato della civiltà precolombiana

CRONACA – Hanno appeso il machete al chiodo, dopo 25 anni di estenuanti ricerche portate avanti aprendosi un varco, ora qua e ora là, in mezzo alla fittissima vegetazione che ammanta quasi completamente l’antico complesso Maya di Caracol, in Belize. Stanchi di procedere come Indiana Jones, gli archeologi dell’Università della Florida Centrale, guidati da Arlen e Diane Chase (marito e moglie, uniti sotto il segno dell’antropologia), sono montati su un velivolo bimotore, muniti di un’apparecchiatura laser sviluppata dalla NASA e chiamata LiDAR (Light Detection and Ranging). In quattro giorni, per un totale di 24 ore di volo, hanno scoperto più di quanto abbiano rinvenuto in tutti questi anni. Senza torcere una foglia.

I raggi laser (che proprio quest’anno festeggiano i 50 anni dalla loro rivoluzionaria invenzione) sono in grado – rimbalzando a terra e tornando indietro – di penetrare la spessa calotta di alberi e fronde che copre le rovine Maya, producendo una mappa molto dettagliata dell’antico insediamento di una delle più affascinanti e studiate civiltà precolombiane.

La città di Caracol era estesa per circa 177 chilometri quadrati e popolata, all’apice del suo splendore, da circa 115 mila abitanti intorno al 650 d.C. Finora, a colpi di machete, era stato possibile esplorare una frazione di circa 23 chilometri quadri. La tecnologia spazialedella NASA ha permesso per la prima volta di penetrare sotto questa densa giungla e gettare uno sguardo panoramico sull’intera città di Caracol. Sono venuti alla luce migliaia di nuove strutture, 11 viali selciati sconosciuti, decine di migliaia di appezzamenti agricoli terrazzati e molte caverne nascoste. Risultati, dicono gli scienziati, che superano l’immaginazione.

Le immagini laser in 3D hanno rivelato in modo nitido la topografia della città, che aveva un centro deputato alle cerimonie, con ampie piazze e un’architettura monumentale. Un sistema stradale organizzato per le comunicazioni e i trasporti collegava il centro con i quartieri popolari, dove gli abitanti svolgevano le attività lavorative fino alla zona sub-urbana popolata di case, mercati e terrazzamenti agricoli.

“Siamo stupefatti”, ha esclamato Diane Chase. “Credo che l’uso del Lidar rivoluzionerà l’archeologia Maya allo stesso modo in cui lo hanno fatto la datazione al carbonio negli anni ’50 e l’interpretazione dei geroglifici Maya negli Ottanta e Novanta”. Secondo i ricercatori, l’applicazione del laser nell’archeologia (per quanto non sia il primo tentativo di questo tipo), promette di approfondire le conoscenze e risolvere i misteri che ancora avvolgono l’impero Maya, la sua ascesa e la sua caduta.

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