CRONACA

Impianti retinici: lo stato dell’arte

Dalla tecnologia grandi speranze per le persone afflitte da patologie a danno delle retina

NOTIZIE – La prostetica (la scienza che grazie alle protesi artificiali studia come restituire alcune funzioni dell’organismo umano perse a causa di traumi o malattie) fa passi da gigante, anche per quel che riguarda la vista. Gli impianti retinici (per aiutare le persone afflitte da malattie degenerative della retina, lo strato di cellule fotosensibili dell’occhio) sono ormai in una fase di sperimentazione avanzata, e fra non molto tempo potrebbero essere disponibili sul mercato.

Gli esempi più all’avanguardia al momento stanno infatti entrando in fasi cliniche finali. Si tratta in particolare dei dispositivi di due aziende, la Retinal Implant AG e la Second Sight Medical Products. La prima azienda, che ha presentato i risultati dei trial clinici qualche giorno fa alla conferenza ARVO in Florida, ha messo a punto un impianto cosiddetto “subretinico”, che cioè viene impiantato chirurgicamente sotto alla retina. Si tratta di un chip (3 millimetri per 3 millimetri, spesso 0,1 millimetri) che contiene 1.500 fotodiodi che assorbono la luce  e la convertono in segnale elettrico che va a stimolare le cellule bipolari (cellule nervose che stanno sotto alle cellule fotosensibili della retina e che servono da ponte per il passaggio del segnale elettrico), ancora funzionanti.

Eberhart Zenner, cofondatore della Retinal Implant e direttore dell’Istituto di ricerca oftalmica dell’Università di Tubinga, spiega: “ci vogliono uno o due giorni perché il sistema visivo si adatti al chip, e generalmente quello che si ci si può aspettare di vedere inizialmente sono linee.” Gli scienziati comunque hanno osservato che il cervello si adatta velocemente a interpretare le linee e le forme di diverse gradazioni di grigio in immagini sensate.

Il secondo tipo di impianto, quello della Second Sight, invece è “epiretinico”, cioè viene piazzato sopra alla retina. In questo caso il dispositivo è più complicato e richiede l’utilizzo di speciali occhiali. Sugli occhiali è montata un telecamera che manda il segnale a un videoprocessore (sempre montato sugli occhiali) che converte le immagini in segnale elettrico. Il segnale è poi inviato a un rice-trasmettitore nascosto dentro alla congiuntiva dell’occhio che manda a sua volta il segnale a un foglietto di elettrodi che vanno direttamente a stimolare le fibre del nervo ottico, che infine invia l’informazione visiva al cervello.

Entrambe le tecniche hanno i loro problemi da superare. Per la prima l’alimentazione è più difficile e potenzialmente stimola la retina di meno della seconda tecnica, che però ha l’inconveniente di essere piuttosto invasiva (anche solo per la presenza degli occhiali). Gli impianti epiretinici per ora hanno dimostrato alcuni successi significativi: qualche mese fa per esempio un uomo di 73 anni (cieco da 30) ha ricevuto un impianto (l’operazione è stata eseguita al Moorfield Eye Hospital di Londra) riacquistando parzialmente l’uso della vista. Attualmente circa 30 persone stanno testando l’impianto subretinico della Retinal Implant (alcune da ben tre anni) e l’azienda intende lanciare commercialmente il prodotto entro la fine dell’anno.

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

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