Più protetti dalla spagnola con il vaccino pandemico del 2009

CRONACA – Lo spettro di nuove infezioni con il virus della spagnola, ricostruito in laboratorio nel 2005, si allontana grazie al vaccino contro il virus pandemico A/H1N1. Primi risultati positivi sugli animali.

Avviso ai terroristi: se state progettando un attacco con un’arma biologica a base del temibile virus dell’influenza spagnola (o virus 1918), vi conviene cambiare programma: è infatti possibile che buona parte della popolazione mondiale sia già protetta, grazie al contatto con il suo parente più recente, il virus influenzale pandemico A/H1N1 del 2009, o alla vaccinazione contro lo stesso .

La buona notizia viene da un esperimento condotto – per ora solo sui topi, ma secondo i ricercatori si tratta di indicazioni molto interessanti anche per noi esseri umani – dall’équipe di Rafael Medina, della Mount Sinai School of Medicine di New York. Gli studiosi hanno lavorato con diversi gruppi di topi: alcuni sono stati vaccinati con il vaccino anti A/H1N1 2009, oppure trasfusi con anticorpi contro il virus stess prelevati da uomini che erano stati a loro volta vaccinati. Altri animali sono statai vaccinati con vaccini diretti contro altri virus influenzali e altri ancora sono stati lasciati senza protezione. In seguito, tutti sono stati posti in contatto con il virus 1918: solo quelli del primo gruppo, però, non si sono ammalati (né tanto meno  sono stati uccisi dal contagio). Unico effetto: una leggera perdita di peso in alcuni casi.

Qualche indicazione che l’esperimento potesse funzionare in questo senso c’era già: il virus 1918 e l’A/H1N1 2009 sono molto simili, probabile motivo per cui le persone anziane (che proprio per ragioni anagrafiche possono essere venute in contatto con l’agente dell’influenza spagnola) hanno sofferto meno dei giovani della pandemia dello scorso anno. Ora, però, c’è una prova concreta, almeno sugli animali. I ricercatori hanno in programma di estendere lo stesso tipo di esperimento ad altri organismi modello, per raccogliere informazioni ancora più precise su quello che potrebbe accadere nell’uomo in caso di nuovo contatto con il virus 1918.

Virus pericolosissimo, abbiamo detto, ma comunque estinto in natura. Se non che, alcuni anni fa, alcuni ricercatori americani sono riusciti a farlo “resuscitare”, recuperandolo da un cadavere conservato nel permafrost dell’Alaska e ricostruendo la sua sequenza di DNA in laboratorio. L’operazione è servita a ottenere informazioni sempre più dettagliate sui meccanismi di virulenza dei virus influenzali (informazioni che sono state molto utili anche per caratterizzare in poco tempo il nuovo virus A/H1N1), ma non ha mancato di suscitare polemiche. Due i timori principali: che il virus 1918 possa sfuggire dai laboratori di massima sicurezza in cui è contenuto, e che gruppi di terroristi possano partire dalle informazioni scientifiche pubblicate a proposito della sua ricostruzione per utilizzarlo come arma biologica.

La nuova scoperta di Medina e colleghi, però, fa tirare un sospiro di sollievo: è possibile che siamo tutti più protetti dal killer del 1918 proprio grazie alla pandemia influenzale dello scorso anno. Ed è anche possibile che chi lavora a stretto contatto con quel virus possa disporre a breve di uno strumento in più per proteggersi. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications.

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

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