FUTURO

Scienziati e divulgazione

FUTURO – La rivista “Science” ha condotto negli scorsi mesi un sondaggio rivolto ai giovani scienziati: la domanda era  “Quanto tempo dovrà dedicare la prossima generazione di scienziati ad attività non di ricerca?”

In particolare la rivista ha posto l’attenzione sulle attività di comunicazione:

“Negli anni a venire probabilmente assisteremo a una crescita di attenzione nei confronti della comunicazione della scienza; agli scienziati verrà chiesto di spiegare le loro ricerche e il processo scientifico al pubblico e ai policy maker. Quanto tempo dovrà dedicare la prossima generazione di giovani scienziati in queste attività non di ricerca?”

Hanno risposto più di 3000 lettori da più di 60 paesi diversi. I risultati sono questi:

meno dell’1% = 4.07%

1–10% = 26.07%

10–25% = 45.19%

25–50% = 18.89%

oltre il 50% = 5.79%

voti totali = 3023

E voi che cosa ne pensate? Dite la vostra rispondendo al sondaggio qui sopra

2 Commenti

  1. La comunicazione scientifica è molto importante , è fondamentale al pari della ricerca. Fare capire su cosa si studia, i veri sviluppi, le prospettive effettive è un modo per avvicinare l’uomo comune al mirabolante mondo scientifico. Il problema spesso è che il ricercatore crede che l’uomo comune non possa capirlo, che ignora i termini scientifici e quindi esiste l’incomunicabilità. Inoltre, sempre secondo il nostro buon ricercatore, l’uomo comune non può capire l’importanza della sua ricerca e quindi che senso ha metterlo al corrente? Parlare di scienza, oggi, è vero è molto complicato perchè interviene la tecnica che a molti appare fantascienza e quasi non ti prendono sul serio quasi che gli parlassi di asini che volano. Poi c’è il discorso etico che travolge molte ricerche e allora in quel caso si preferisce non parlarne ma andare avanti nel silenzio del dibattito, o quando si è calmato e tutti hanno dimenticato, per non urtare qualche sensibilità… insomma il discorso non è così facile ma bisogna iniziare. Iniziare a dare un’informazione corretta e non portare acqua al proprio mulino! E’ questo, credo, l’obiettivo più arduo da raggiungere.

  2. La domanda posta nel questionario dà per scontato che le attività di comunicazione non rientrino nelle pratiche professionali vere e proprie degli scienziati. Rimarca una separazione che appartiene certamente all’immaginario della stragrande maggioranza dei ricercatori ma che è molto discutibile dal punto di vista storico ed è ancor più discutibile nella contemporanea società mediatizzata.
    La produzione di conoscenza è connessa in modo inestricabile con le attività di comunicazione, sia con quelle cosidette “interne” che con quelle “esterne”. Anche questa distinzione peraltro non è una categoria naturale stabilita una volta per tutte. La linea di confine tra esterno ed interno cambia a seconda del momento storico e a seconda delle discipline.
    Detto questo, dando per scontato che sempre di più gli scienziati dovranno dedicare sempre più tempo all’interazione con diversi portatori d’interesse, una domanda interessante può forse essere: cosa significa fare scienza e che tipo di conoscenza viene prodotta come conseguenza dell’esposizione della scienza in contesti sempre più diversi e per motivazioni differenti?

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: