FUTURO

Cloud computing: diventa fan

Definire Internet come un (il)  mezzo di comunicazione di massa, è da molto tempo una definizione riduttiva, e ai limiti del ridicolo.

“Rete” è anch’essa una espressione che non rende l’idea della portata di Internet: il flussi di dati che rimbalzano da un server all’altro, trascinandosi dietro i nostri stati Facebook, le nostre e-mail e le nostre chat, sono più simili a una sorta di nuvola, un miscuglio eterogeneo dove le risorse hardware e software sono condivise in uno spazio multidimensionale.

Non si tratta di teologia cyberpunk, ma di un dato di fatto che non manca di disturbare, probabilmente per impossibilità di comprensione, molti neoluddisti.

E questa nuvola, in barba alla prima “legge di Moore“, se adeguatamente addomesticata, offre una potenza di computazione irraggiungibile off-line.

Questa potenziale risorsa, allo stato grezzo, è di tutti e di nessuno, ma se si è in grado di offrire un servizio in grado di imbrigliarla, allora la si può far pagare.

Questi, in sintesi, i presupposti “filosofici” del cloud computing: aziende private che forniscono servizi internet (providers) permettono, a una modica somma, di sfruttare la nuvola. Come in una griglia elettrica, il servizio erogato non è legato a una particolare centrale, a un determinato luogo o a una determinata tecnologia, e nemmeno a uno specifico erogatore di servizi: quello che importa è che è possibile affittare tutto ciò per elaborare vastissimi datasets.

Proprio quello di cui oggi la biologia ha sempre più bisogno: proteomica e genomica sono parole che nemmeno esisterebbero senza il massiccio utilizzo di computer.

Ma per utilizzare la nuvola, occorre comunque un certo know-how che permetta l’implementazione di programmi ad hoc per queste discipline, che non sempre il singolo ricercatore può possedere. Per fortuna, esistono però delle piattaforme gratuite tramite le quali i biologi possono immettere nella nuvola i loro dati e ottenerli computati in un tempo variabile a seconda del contratto con il provider, che di solito è pay-for-use: ad esempio, un’ora di computazione con Amazon, il colosso dell’e-commerce, si può avere per meno di un dollaro.

Una di queste piattaforme è BioGps. È interessante da segnalare perché uno dei principi su cui si basa è familiare a tutti: quello del social networking.

Il problema dei progetti genomici, è che creano una quantità di dati talmente ingente che sono difficili anche solo da maneggiare.

Infatti le sequenze grezze devono essere adeguatamente annotate perché possano essere utilizzate in successivi lavori, cioè man mano che una regione del genoma, ad esempio un gene, è identificata deve essere etichettata. Ma la stessa sequenza è presente in molti database diversi, e forniscono una quantità di informazione assolutamente sovrabbondante per le esigenze specifiche del ricercatore X al momento Y.

BioGps risolve il problema “suggerendo” risultati in base ad algoritmi simili a quelli che usano siti come Facebook per proporre pubblicità, pagine e amici, cioè analizzando l’uso che gli utenti fanno del mezzo cercando di “indovinare” i loro gusti e preferenze.

Potrebbe sembrare triviale, ma non lo è affatto. Solo la banca dati GenBank, del NIH (National Institute of Health), contiene a oggi 108.431.692 sequenze per 106.533.156.756 basi, ognuna annotata, e BioGps la può confrontare anche con le altre banche dati del mondo, come quella europea dell’ EMBL (European Molecular Biology Laboratory) e quella giapponese DDBJ (DNA Data Bank of Japan).

In questo caso, la potenza di calcolo non deve nemmeno essere affittata, perché BioGps riceve fondi direttamente dal GNF (Genomics Institute of the Novartis Research Foundation).

Come per qualunque social network o browser che si rispetti, è poi liberamente personalizzabile attraverso appositi plugin, che ottimizzano ulteriormente il lavoro.

Forse, non occorre essere apologeti di Internet, o adepti del culto del Dio Google per riconoscere che, volenti o nolenti, la Rete trascende i concetti più pubblicizzati dai media (privacy, relazioni sociali, libertà di informazione), ma ha una portata molto più ampia.

Persino gli alieni sembrano averlo capito, ma la conferma ce la potrà dare solo Voyager.

 

Stefano Dalla Casa
Giornalista e comunicatore scientifico, mi sono formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrivo abitualmente sull’Aula di Scienze Zanichelli, Wired.it, OggiScienza e collaboro con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione. Ho scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione "Autisti marziani" (Zanichelli, 2014). Su twitter sono @Radioprozac

6 Commenti

  1. Chiedo per cortesia di fare più attenzione all’uso di termini “anglicizzanti” in testi italiani. In italiano “triviale” non vuol dire “banale”.
    Grazie.

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