CRONACA

Le multinazionali petrolifere attaccano la California (a colpi di referendum)

Il due novembre in California si vota un referendum che potrebbe annullare gli sforzi di questo Stato nella riduzione delle emissioni di CO2

NOTIZIE – Com’è verde la California. A differenza della maggior parte degli stati USA qui la sensibilità per la causa ambientale è radicata nella cosicenza dei cittadini e delle amministrazioni. Tanto che in controtendenza assoluta rispetto alla Nazione, nel 2006 è stata varata una legge – L’Assembly Bill 32 – che prevede per il 2020 una riduzione delle emissioni antropiche di anidride carbonica ai livelli del 1990 (il che significa, rispetto a oggi, un taglio del 25%). Per il 2050 la legge prevede addirittura di arrivare all’80% delle emissioni misurate nel 1990. Stato virtuoso, la California – in media ogni cittadino consuma la metà dell’energia dell’americano medio, senza alcun detrimento sulla qualità di vita – ma non immune dagli aggressivi attacchi delle compagnie petrolifere.

Fra qualche settimana infatti i cittadini californiani saranno chiamati  a rispondere a un referendum per approvare o respingere la Proposition 23, una legge che intende “congelare” l’AB 32.

Sarà che sono italiana ma quando leggo la parola “referendum” mi viene istintivamente da pensare a proposte che nascono dal basso, dalla volontà popolare. Possibile che la popolazione del soleggiato stato americano per qualche motivo gradisca respirare smog e contribuire al riscaldamento globale?

Negli Stati Uniti però le dinamiche politiche sono parecchio diverse da quelle del nostro paese.

In genere le campagne politiche negli Usa sono aggressive, molto aggressive, e prevedono l’investimento di ingenti quantità di denaro, parecchio denaro in più che da noi. Questa azione “pro-Prop 23” in particolare pare essere una delle più costose di ogni tempo in California. Sapere questo è importante per capire le dinamiche che hanno portato all’approvazione di questo referendum. Un dato su tutti: secondo le informazioni diffuse dall’ufficio della segreteria di stato della California, scrive Kate Sheppard sul giornale Mother Jones, più del 98% (!) dei contributi alla campagna di sostegno alla Prop 23 provengono dalle compagnie petrolifere (e, aggiunge la giornalista, l’89% dei contributi arriva non dalla California ma da fuori).

Ecco svelato l’arcano. Le grandi compagnie petrolifere stanno facendo una gran pressione sull’opinione pubblica californiana perché la AB 32 venga abolita. E come non comprendere la loro posizione… il provvedimento, i cui meccanismi dovrebbero entrare in moto nel 2012, darebbe una gran mazzata ai loro business, è dunque comprensibile che il sistema immunitario di questi mastodonitici organismi entri in funzione per eliminare ogni minaccia esterna.

Quel che è bene per questi mostri (come li definisce Rebecca Solnit in un esauriente articolo che potete trovare qui) non è altrettanto bene per i cittadini. Che le compagnie petrolifere non siano così attente al bene della comunità non è certo un fatto difficile da scoprire. Tanto per fare un esempio, i cittadini statunitensi sono ancora esausti dal grave danno provocato dall’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel golfo del Messico, disastro provocato da una gestione carente della sicurezza da parte della BP, e aggravato da una gestione ne efficiente ne limpida della situazione di emergenza successiva alla perdita.

Ma anche senza chiamare in causa situazioni di emergenza come questa, l’impatto di queste grandi compagnie sulla salute e qualità di vita dei cittadini è enorme. Senza nemmeno entrare in merito alla questione climatica (che nonostante i tentativi  degli scettici vede il 97% dei più importanti scienziati mondiali d’accordo sul fatto che l’attuale trend di riscaldamento globale ha origine antropica) basta solo nominare la raffineria della Chervron (la più grande corporazione petrolifera del mondo) nella baia di San Francisco: ciclicamente nell’area dove sorge lo stabilimento, dove abitano parecchie persone, partono le sirene per segnalare perdite (solo quelle ritenute eccessive, naturalmente) di sostanze chimiche, come l’ammoniaca. Nel 1999 un’esplosione nell’impianto (e cosa può esserci di più esplosivo di una raffineria?) ha riversato nell’atmosfera 8.000 chili di anidride solforosa (così aggressiva che i locali raccontano che gli scoiattoli della zona hanno perso il pelo)

Naturalmente la campagna pro-Prop 23 mostra la carota ai cittadini: la legge proposta infatti intende congelare la AB 32 fino a che, “almeno per quattro trimestri il tasso disoccupazione nello Stato non sarà sceso sotto il 5,5%”. Nobile intento, peccato che un fatto del genere dal 1980 in poi si sia verificato solo 3 volte. Un po’ come dire “quando gli asini voleranno”.

È ovvio che queste compagnie si giochino la carta dell’occupazione: grandi aziende=tanto lavoro. Quello che però non viene forse comunicato molto efficacemente ai cittadini è che anche la green economy è in grado di dare posti di lavoro (lo ha ripetuto allo sfinimento anche Obama). In ogni caso, è lecito sacrificare, sempre e comunque, la salute e la qualità dell’ambiente in cui viviamo nel nome del dio denaro? Il problema è sempre quello: la difficoltà che noi esseri umani abbiamo a pensare sul lungo periodo. Tendiamo sempre  preferire l’uovo oggi, senza renderci conto che non solo rischiamo di non avere la gallina domani, ma che potrebbe anche darsi che non ci saranno più galline in assoluto, nemmeno per fare le uova.

È dalle elementari (parecchi anni fa, dunque) che sento dire che prima o poi le scorte mondiali di combustibile fossile si esauriranno. Il fatto che non sia ancora successo non vuol assolutamente dire che non succederà mai. Non è una fonte rinnovabile, e proprio come ognuno di noi un giorno senza ombra di dubbio morirà anche il petrolio e i suoi affini si esauriranno. Queste compagnie (e anche noi tutti) continuiamo a comportarci come se non fosse così.

Gli sforzi aggressivi delle grandi multinazionali  per mantenere viva questa devastante economia basata sui combustibili fossili hanno un che di idiota. I soldi investiti per campagne come la pro-Prop 23 potrebbero invece essere usati per una riconversione graduale di queste aziende, per la ricerca verso fonti alternative, possibilmente rinnovabili e a basso impatto ambientale. Può darsi che non sia al momento la strategia più vantaggiosa nel breve termine, ma di sicuro nascondersi dietro a un dito facendo finta che questo andazzo potrà continuare per sempre mi pare una strategia suicida sul lungo periodo.

Non ci resta che attendere la reazione della cittadinanza californiana. Il referendum si terrà infatti il 2 novembre. In Italia, e non solo, in quella data si celebra la festa dedicata ai morti. Coincidenza?

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

2 Commenti

  1. E brava Federica! Finalmente un post appassionato e arrabbiato.
    E’ da un po’ di tempo che penso che le grandi aziende petrolifere (come le altre che si approvvigionano di materie prime non rinnovabili) stiano arraffando il più possibile senza badare al futuro, anche prossimo, anche dei propri dipendenti, dirigenti e proprietari. Davvero un comportamento idiota. Idiota e miope. Solo i governi possono contrastare questa attività: i cittadini sono -purtroppo- manipolabili, come dimostrerà -sempre purtroppo- l’esito del referendum in California.
    O no?…

  2. Salve, stavo cercando di capire come fosse finita, ma il corriere e il NY times riportano solo il risultato del referendum sulla marijuana. Si sa qualcosa in proposito?

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