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Capire WikiLeaks

Non si può aprire un giornale, pagina di web-news o accendere la tv senza imbattersi nelle vicende fatte emergere da WikiLeaks. Ma cosa rappresenta per il futuro della comunicazione online (e non solo)? Lo abbiamo chiesto a Ward Cunningham, inventore del concetto “wiki” e a Davide Bennato, esperto in tecno-etica.

NOTIZIE – WikiLeaks. È un termine che in questi giorni è sulla bocca di tutti, anche di chi ha difficoltà a trovare il tasto d’accensione del computer. Dare una definizione di cosa sia WikiLeaks però non è banale: è un’organizzazione, un sito web, un insieme di server, un modo di intendere il giornalismo e la politica… Quel che è certo è che la creatura di Julian Assange sta creando un bel po’ di trambusto internazionale (vero o pilotato che sia), attraverso la pubblicazione di documenti diplomatici considerati riservati.

D’altronde lo dice il nome stesso: leaks, in inglese significa falle, crepe, fughe di notizie, mentre con wiki si intende la modalità partecipata e condivisa del sapere attraverso la rete. L’esempio più famoso in tal senso è Wikipedia, l’enciclopedia collaborativa che ha sostanzialmente decretato la fine della classica concezione enciclopedica cartacea.

WikiLeaks non ha alcun legame formale con Wikipedia o con Wikimedia Foundation (la fondazione senza fini di lucro che gestisce vari progetti collaborativi basati sul wiki), ma l’idea di diffondere liberamente il sapere costituisce la base dell’organizzazione.

Abbiamo chiesto a Ward Cunningham, l’inventore del concetto wiki, un’opinione riguardo le recenti vicende di WikiLeaks. Il commento è stato tanto stringato quanto esplicativo: “Sono soddisfatto che i vari wiki abbiano dato voce ad autori che altrimenti non sarebbero ascoltati. L’onere dell’interpretazione, tuttavia, rimane ai lettori”. La dichiarazione che ci ha dato Cunningham non è affatto di poco conto: in altre parole pare far rientrare a pieno titolo l’attività di WikiLeaks sotto l’ombrello wiki, e di conseguenza anche i valori racchiusi nel termine. Altro che sito pirata.

La strategia portata avanti da Assange, tuttavia, resta da interpretare. In questo caso e in questo momento teorie cospirative, piste false, ideali politici e interessi personali si mischiano in un gran calderone. Sembra però ancora troppo presto per capire se la vicenda potrebbe in qualche modo cambiare l’attuale concezione della libera circolazione di informazioni in rete o rivelarsi un fuoco di paglia. “Bisogna aspettare qualche tempo, soprattutto per vedere se progetti editoriali come WikiLeaks entreranno a far parte delle fonti informative istituzionali usate dalla stampa”, commenta Davide Bennato, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania ed esperto tecno-etica. Secondo Bennato, infatti, per ora non sembra esserci una sufficiente sensibilità nei confronti dell’uso della rete come fonte primaria di notizie giornalistiche. Si tende ancora a privilegiare il gossip o gridare allo scoop, nonostante ci siano diversi progetti editoriali che si sono dimostrati valide alternative ai canali classici di produzione delle notizie.

Nonostante tutto WikiLeaks è considerato un sito pirata dalla maggior parte dei giornalisti. Forse per invidia, per la necessità di apporre un’etichetta accattivante, o semplicemente per la sostanziale incapacità di definire una tipologia di strumenti informativi del tutto particolari.

“WikiLeaks propone una strategia di diffusione delle informazioni a cui il giornalismo contemporaneo non è abituato, una sorta di «gola profonda» in epoca di social media”, spiega Bennato, che fa notare che per poterne apprezzare le dinamiche comunicative non bisogna solo conoscere l’importanza delle fonti riservate (le “gole profonde”, appunto), ma anche le forme innovative per la produzione delle notizie.

Ma in definitiva Assange e colleghi potrebbero dare il colpo di grazia alla vecchia concezione di mass-media o in realtà vicende come questa tendono piuttosto ad aiutare la comunicazione politica?

“Non è facile dirlo. Alla fine di questa vicenda potrebbe crescere la consapevolezza che la rete è in grado di contribuire secondo una propria specificità all’ecologia informativa contemporanea – spiega Davide Bennato – e in quanto tale diventare uno strumento importante per le forme di comunicazione strategica (politica, economica). Quello che mi sembra potrebbe accadere è che le forme comunicative innovative come WikiLeaks, potrebbero ricoprire un ruolo di nicchia nel panorama attuale dell’informazione, senza necessariamente incrinare la concezione corrente di mass media”.

3 Commenti

  1. Concordo appieno; da un certo punto di vista è proprio la tipologia comunicativa di Assange a costituire l’elemento più interessante, forse più dei contenuti dei leaks. Come riporta l’interessante articolo del primo link non ha inventato nulla: il teaser (se ben fatto) è una delle forme pubblicitarie più vecchie (Camel docet), più efficaci e più sottovalutate.

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