mercoledì, Dicembre 19, 2018
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L’Unoptanio dell’elettronica?

Un rarissimo elemento potrebbe segnare una svolta nell’evoluzione delle memorie flash

FUTURO – Lo sparuto gruppo di detrattori del film Avatar ha spesso ironizzato sul nome del rarissimo metallo che i terrestri nel film di James Cameron vogliono estrarre su Pandora, l’Unoptanio. Un nome troppo ridicolo, per il cui conio Cameron magari meriterebbe una maratona coatta di stampo fantozziano, a suon di pellicole di Ėjzenštejn e  Bergman.

Invece Cameron non ha colpe: l’Unoptanio esiste davvero. O meglio, esiste nella fantasia degli ingegneri, che con quel nome dai lontani anni ’50 si riferiscono a un materiale che, teoricamente, soddisferebbe ogni loro necessità ma che è, a seconda dei casi, fisicamente impossibile, estremamente costoso o troppo raro. Limitatamente all’elettronica, un team cinese sembra aver trovato un suo degno rivale.

Si tratta dell’Iridio, in assoluto uno dei materiali più rari sulla Terra.

Il gruppo di ricerca che fa capo a Wen-Shou Tseng del Center for Measurement Standards, Industrial Technology Research Institute a Taiwan, ha intuito che l’elemento poteva essere un buon candidato nei loro studi sulle memorie non volatili per due motivi: ha un’alta funzione lavoro, cioè ci vuole molta energia per strappare a un atomo uno dei suoi elettroni, e ha un punto di fusione di circa 2.500 gradi centigradi.

La prima caratteristica è importante perché la funzione lavoro è collegata alla capacità di memorizzazione, la seconda perché si elimina totalmente il problema della temperatura nel processo di produzione dei semiconduttori, sulle cui proprietà si basano tutti i chip, perché questa raggiunge “appena” 900 °C.

I ricercatori, che hanno pubblicato lo studio su Applied Physics Letters, hanno testato le proprietà di nanocristalli di Iridio in matrici di Silicio, e hanno concluso che potrebbero essere perfetti per fabbricare il gate flottante delle memorie flash. Semplificando al massimo, il gate flottante è un transistor senza il quale la vostra pennetta USB, una volta disinserita, perderebbe ogni dato poco prima presente.

L’interesse dell’industria per le memorie a stato solido, che appunto utilizzano la tecnologia flash, è in vertiginoso aumento. Le troviamo ovunque: macchine fotografiche, videocamere, cellulari, tablet, navigatori satellitari (oltre, ovviamente, alle immancabili pen drive) e ora, grazie all’avvento dei netbook, anche come disco fisso dei Personal Computer,

Ne è una prova il lancio ufficiale, pochi giorni fa, del beta test di Chrome OS, il sistema operativo web-centrico e open source targato Google. Per l’occasione l’azienda mette a disposizione un laptop appositamente costruito il CR38, che addirittura non ha nessun hard disk, poiché la filosofia dell’azienda è che sia i dati che le applicazioni debbano essere cloud per assicurare velocità e portabilità (cosa su cui, tuttavia,  proprio il Santone del software libero, Richard Stallman, non sembra essere d’accordo).

Nonostante questo approccio “drastico” nella sezione riservata agli sviluppatori del sito di Chrome OS si legge nelle FAQ riguardo ai dischi fissi.

[…] per quanto riguarda l’hardware, stiamo chiedendo ai nostri partner di prevedere per Google Chrome OS dischi a stato solido (SSDs) invece che dischi rigidi (HDDs) per ragioni di performance e affidabilità.

Fortunatamente, pare che di Iridio ne serva solo una piccola quantità: appena un miliardesimo di miliardesimo di grammo per ogni gate. Anche tenendo contro che questi sono nell’ordine dei milioni e che sono destinati ad aumentare (basta che diamo un’occhiata alle rispettive “collezioni” di schedine SD, che vanno dalle poche decine di MB a qualche decina di GB) è improbabile che, almeno per il momento, si debba invadere un altro pianeta per procurarci il nostro unoptanio.

Stefano Dalla Casa
Giornalista e comunicatore scientifico, mi sono formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrivo abitualmente sull’Aula di Scienze Zanichelli, Wired.it, OggiScienza e collaboro con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione. Ho scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione "Autisti marziani" (Zanichelli, 2014). Su twitter sono @Radioprozac

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