LA VOCE DEL MASTER

Io non ho paura

LA VOCE DEL MASTER – “Io non ho paura”. Più ancora che dalle labbra del giovane protagonista del celebre romanzo di Niccolò Ammaniti (che paura provò, eccome), questa frase potrebbe essere uscita da quelle della 44-enne americana che è stata a lungo sotto l’osservazione di alcuni ricercatori dell’Università dello Iowa in virtù – appunto – della sua incapacità a provare paura.

Che le si mostrino ragni e serpenti o scene da film dell’orrore, che la si conduca in un vecchio ospedale adibito a casa del terrore o tra detenuti per omicidi e stupri, che la si minacci finanche di morte puntandole un coltello alla gola: ebbene, in ogni caso la sua reazione sarà l’indifferenza (quando non la curiosità e l’eccitazione!).

È l’insolito quadro clinico tratteggiato sulla rivista Current Biology dal neurologo Justin Feinstein che ha sottoposto la donna a queste estreme prove di coraggio allo scopo di testare l’entità delle conseguenze del danneggiamento dell’amigdala, area celebrale ritenuta responsabile delle risposte emozionali condizionate.

La “cavia” dell’esperimento è affetta dall’età di 10 anni dalla cosiddetta sindrome di Urbach-Wiethe (o proteinosi lipoidea), una rara malattia a carattere ereditario che, causata da mutazioni del gene ECM1, si manifesta per lo più con una serie di sintomi epidermici, risultato dell’inspessimento della cute e delle membrane mucose e – in alcuni casi – con sintomi neurologici legati ad un indurimento del tessuto celebrale.

Proprio un indurimento dell’amigdala per deposito di materiale calcificato ne ha compromesso il normale ruolo di “sentinella” ponendosi all’origine del comportamento straordinariamente impavido della signora S.M.

 

Questa struttura ovoidale sita nella regione mediale del lobo temporale verso la quale il talamo direziona (prima ancora che alla neocorteccia) i segnali provenienti dagli organi sensoriali ha infatti il compito di valutare la pericolosità di una situazione sulla base di elementi di analogia con situazioni pericolose vissute nel passato. In necessità, essa allerta le altre parti del cervello che mobilitano il corpo alla difesa e archivia in memoria le informazioni relative alla gestione dell’emergenza.

La neuroscienziata cognitiva Elizabeth Phelps si dichiara scettica nei confronti di una conclusione tratta a partire da un singolo caso clinico. A prova che la questione possa essere più complessa, ella ricorda uno studio del 2002 da lei coordinato dal quale emerse come persone con l’amigdala dannaggiata non presentassero un’esperienza emozionale sostanzialmente alterata.

Feinstein, d’altra parte, sottolinea l’importanza che le evidenze da lui riportate possono rivestire nel trattamento dei disturbi post-traumatici da stress.

Ma qui, in merito all’eventualità di intervenire sull’amigdala per controllare l’elaborazione della paura, si pone certo una questione etica. Si tratterebbe di eliminare, o pur sempre alterare, una parte delle nostre emozioni. Tra l’altro, proprio quelle emozioni che ci impediscono di mettere continuamente a repentaglio la nostra sopravvivenza esponendoci a situazioni pericolose.

1 Commento

  1. Ho letto il post e ho pensato: Phineas Gage. Nella metà dell’ Ottocento quest’operaio rimane vittima di un grave trauma cranico a carico dei lobi frontali e ciò ha fatto comprendere (dopo la sua guarigione e il suo radicale cambiamento di personalità) il fondamentale coinvolgimento di tale area cerebrale nella costruzione del comportamento umano. Questo fatto ha stimolato il mio interesse per la psichiatria e per la neurochirurgia ma anche la speranza di confrontarmi con una storia altrettanto illuminante, e l’ho trovata nel racconto di questo caso clinico: si tratta di scoperte che aprono la strada alla comprensione di meccanismi importanti ma che hanno bisogno di essere supportate da una visione della bioetica che tenga conto dei risvolti applicativi di queste “rivoluzioni scientifiche” sulla salute della persona. Il pericolo che l’autrice di questo articolo intuisce nell’alterare una parte delle nostre emozioni si è infatti concretizzato per i pazienti affetti da disturbi psichici che subirono (spero in un passato davvero remoto) il “trattamento” di lobotomia prefrontale, metodica utilizzata in maniera indiscriminata proprio in seguito alle scoperte fatte sul caso dello sventurato Gage.

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