AMBIENTE

Il vulcano della discordia

Nei Campi Flegrei, in Campania, è scontro intorno a un progetto di scavi profondi della caldera. Per l’INGV si tratta di un esperimento unico per studiare il rischio di eruzione e l’energia geotermica. Ma secondo altri scienziati è una follia. Tra i due litiganti le trivelle si son fermate

CRONACA – Il piano è affascinante: scavare un pozzo di quasi 4.000 metri nel cuore del maggiore vulcano attivo d’Italia, tra i dieci più pericolosi del mondo. Si chiama “Campi Flegrei Deep Drilling Project” il progetto a guida dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che prevede di trivellare la grande caldera affacciata sul golfo di Pozzuoli. Obiettivi: tenere sotto controllo il vulcano, captare i segni premonitori dell’eruzione prossima ventura e – perché no – provare a sfruttare l’energia geotermica intrappolata sotto terra. I ricercatori vorrebbero istallare innovativi sensori in fibra ottica per tenere sotto controllo il bradisisma, quei lenti movimenti di innalzamento e abbassamento del terreno a cui l’area partenopea è soggetta da millenni. Il magma intrappolato sotto terra, a circa 8 chilometri dal suolo, potrebbe risalire in superficie provocando un’esplosione violentissima in grado di seppellire mezza regione. I sensori permetterebbero di spiarne i movimenti sospetti e mettere in salvo la gente in tempo. Ma questa forza della natura che ribolle negli inferi potrebbe diventare anche una risorsa, se convertita in un impianto geotermico. Energia pulita e rinnovabile: ecco l’altro grande sogno in fondo al pozzo.

Annunciato cinque anni fa, finanziato per circa 10 milioni di euro dal Consorzio Internazionale per le perforazioni a scopo scientifico (ICDP) e altri organismi, tra cui la Comunità Europea, il progetto stava per entrare in azione quando si è alzato un coro di voci contrarie.

Una parte della comunità scientifica si è scagliata contro il progetto, giudicandolo troppo pericoloso e per lo più inutile. Scienziati contro scienziati. Una disputa a colpi di dati, studi, modelli in cui non c’è un’informazione che combaci (a parte che il magma si trovi ad almeno 7-8 chilometri di profondità). Tanti i punti controversi. Dalla scelta del sito di Bagnoli per gli scavi (ex stabilimento industriale alla periferia di Napoli) alla modalità dei lavori, dalle finalità scientifiche alla sicurezza delle trivellazioni. Risultato: cittadinanza in allarme, fiducia negli “esperti” a picco, politici disorientati. Al sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, non è rimasta che una scelta: prender tempo. Altolà alle trivelle in attesa di ulteriori accertamenti.

Sarà difficile sbrogliare la matassa, se le posizioni dei rappresentanti scientifici resteranno così polarizzate e inconciliabili. Con Giuseppe de Natale, coordinatore del progetto dell’Osservatorio Vesuviano dell’INGV, il quale assicura zero rischi per la popolazione che, anzi, dormirebbe sonni più tranquilli grazie ai sensori profondi installati nelle viscere del vulcano. Il punto è che questi sensori possono essere collocati al massimo a 400-500 metri di profondità. Allora, perché arrivare a circa 3,8 km? Benedetto De Vivo, docente di Geochimica all’Università di Napoli Federico II, non esita a definire ingannevole e demenziale l’intento di “sfruculiare” il gigante che dorme sotto il capoluogo partenopeo: è una potenziale bomba, avverte. E voi che ne pensate?

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