AMBIENTEPOLITICA

La sabbia che inquina

POLITICA – Lo scorso settembre la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (Crbm) ha pubblicato “Insabbiati”, un rapporto sul petrolio non convenzionale e lo sfruttamento delle sabbie bituminose.

L’allarme lanciato riguarda i metodi estrattivi e le conseguenze che questi provocano sull’ambiente. Per capire quello che sta accadendo (e chi ne è il responsabile), abbiamo intervistato Elena Gerebizza, che si occupa di finanza per lo sviluppo per la Crbm e ci ha parlato di quello che è successo in Alberta e quello che sta accadendo oggi in Congo.

Ascolta la prima parte dell’intervista a Elena Gerebizza

Elena Gerebizza ci ha spiegato che “in Canada il problema più grande è che le compagnie non stanno smaltendo i residui della produzione e già ci sono stati episodi di contaminazione del fiume Athabasca che passa proprio nella zona di estrazione e anche di infiltrazioni nelle falde acquifere”. Ma ancora, “sul posto ci sono poi tutte le emissioni in atmosfera, inclusi i problemi derivanti dalla gestione dello zolfo, che è uno dei residui della processazione”.

E questo è solo l’inizio. Prossimamente pubblicheremo la seconda parte dell’intervista, in cui si parla dei danni ambientali, del ruolo dei governi in queste attività estrattive e dei risultati del summit di Cancun.

2 Commenti

  1. La sabbie e gli scisti bituminosi sono la fonte più difficile di idrocarburi: solide, con un titolo in materiale utile basso. Rappresentano in un certo senso l’atto conclusivo dell’epopea del petrolio. Sono presenti in quantità mostruose in molte aree del mondo, ed è importante capire che sono investimenti a bassa resa. Non ce ne rendiamo conto, ma la maggior parte di esse resterà dov’è.

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