CRONACA

Of mice and men

NOTIZIE – “Nuovo farmaco anti-cancro si dimostra efficace.” Nei topi però. Quante di queste notizie leggiamo ogni giorno sui media (questo blog compreso)? Quanti di queste scoperte diventano poi un vero e proprio farmaco efficace sull’essere umano? I dati dicono che solo il 5% dei prodotti che iniziano i trial clinici finiscono per essere commercializzati. Uno studio del 2003 ha inoltre calcolato che solo il 5% dei risultati più importanti ottenuti nella ricerca di base hanno portato a termine con successo l’iter clinico entro i dieci anni successivi dalla prima scoperta.

Disclaimer: questo non è in alcun modo un articolo che intende mettere in dubbio l’importanza della ricerca di base e delle scoperte sui modelli animali (e so che qui si scatena il putiferio animalista). Detto questo il problema, secondo Jonathan Kimmelman, della Biomedical Ethics Unit dell’Università McGill e Alex John London, professore di filosofia alla Carnegie Mellon, esperti di bioetica, è che esistono errori sistematici nel fare previsioni sulla probabilità di applicare con successo i risultati pur positivi di una ricerca pre-clinica, errori che potrebbero essere evitati.

In parole povere gli scienziati si dimostrano spesso troppo entusiasti riguardo alla reale applicabilità sull’essere umano di quanto osservato sui modelli animali. Questo porta a far passare dagli studi sugli animali a quelli sugli uomini un gran numero di ricerche che si rivelano poi infruttuose.

Dato che (come scrivono i due autori su PLoS Medicine) queste previsioni sbagliate (in positivo e negativo) vengono fatte sulla base di due principali tipi di errore sistematico, è possibile intervenire e migliorare le statistiche, con grande giovamento sia per la ricerca che per i pazienti.

In primo luogo, spiegano gli autori gli studi pre-clinici (a differenza di quelli fatti su pazienti umani, che invece pongono grande attenzione a questi fattori) non trattano con sufficiente cautela la questione della validità interna della ricerca e cioè non usano a sufficienza accorgimenti metodologici importanti come la randomizzazione dei campioni (usata solo nel 14% dei casi) e i test ciechi (12% dei casi). In generale gli studi sui modelli animali sono meno solerti di quelli sugli esseri umani nell’applicare tutti gli accorgimenti metodologici per aumentare la validità dei risultati.

Il secondo grosso problema è quello che gli autori chiamano “miopia” e cioè la tendenza a guardare dati troppo specifici quando si tratta di valutare la probabilità futura di successo della fase clinica di un certo principio attivo. Questo vuol dire che chi deve decidere se una certa sostanza passerà o meno dalla fase pre-clinica a quella clinica si basa sui dati pre-clinici riguardanti solo la sostanza in questione, ma secondo Kimmelman e London questo può portare a una sovrastima. Secondo i due scienziati invece sarebbe molto utile allargare il range di dati osservando anche gli studi su altre sostanze con effetto simile e applicate alle stesse patologie.

Fanno l’esempio di tecniche d’avanguardia per il Parkinson che al momento sono al vaglio per entrare o meno nella fase clinica. I risultati pre-clinici infatti hanno dato risultati promettenti sul trapianto di tessuti embrionali in modelli animali che riproducono la malattia di Parkinson. È il caso di passare alla sperimentazione sull’uomo? Secondo Kimmelman e London il dibattito attualmente in atto non dovrebbe tenere conto non solo dei dati disponibili su questo tipo di terapia specifica ma anche su altre tecniche simili (quindi chirurgiche e che prevedano il trapianto di tessuti).

Un’altra questione importante sollevata nell’articolo riguarda il motivo per cui decidere comunque di portare avanti una fase clinica anche se le previsioni non sono ottimistiche. Sempre facendo riferimento al caso della nuova tecnica per il Parkinson, i test futuri dovrebbero essere fatti su pazienti nei quali la malattia è iniziata da poco, ma questi stessi pazienti sono quelli che possonobeneficiare maggiormente dalla terapia farmacologica tradizionale. Il problema etico qui è notevole e secondo gli autori vista la natura preliminare di questo tipo di interventi la giustificazione etica a procedere non dovrebbe essere quella di promettere benefici ai volontari che partecipano agli studi, ma dovrebbe vertere sull’avanzamento della conoscenza (e sulla necessità di ridurre i rischi).

“Gli studi pre-clinici sono un utile punto di partenza per determinare se una nuova sostanza sia clinicamente promettente,” ha dichiarato Kimmelman. “Crediamo che sia possibile – e dovuto – impegnarsi per fare in modo che le previsioni sull’efficacia clinica usino una base di prove più completa e sensata.”

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

2 Commenti

  1. Bisognerebbe anche chiedersi se ci sono delle ragioni profonde per cui i ricercatori si lasciano andare a facili entusiasmi nell’intravedere un’immediata applicabilità all’uomo di studi condotti sugli animali.

    Credo che la cosiddetta “medializzazione” della scienza giochi un ruolo cruciale. Si tratta del fenomeno per cui le logiche attraverso le quali si riesce ad avere l’attenzione dei mass-media condizionano la ricerca e il reale portato delle scoperte.
    Uno dei primi a parlarne è stato il sociologo tedesco Peter Weingart. Alcuni lavori interessanti sulle distorsioni prodotte dalla crescente voglia di visibilità mediatica da parte dei ricercatori in ambito neuroscientifico li sta conducendo Hans Peter Peters (qui si trova il draft di un paper in cui è illustrato bene il concetto in generale )

    Il problema è anche che, come dice Federica, ci cascano frequentemente i giornalisti scientifici alimentando il fenomeno. D’altro canto i giornalisti scientifici ci cascano perché nelle redazioni tradizionali incombono tagli e ristrutturazioni occupazionali col risultato che si hanno meno tempo e risorse per approfondire. E’ un circolo vizioso.
    Per uscirne c’è bisogno di un profondo ripensamento dei contenuti, delle professionalità, dei processi che caratterizzano il giornalismo scientifico. La rete è l’orizzonte a cui guardare anche se come sappiamo in questo momento non è ancora un’alternativa compiuta.

  2. Così su due piedi, oltre alle cure anticancro e al Parkinson, citerei il mito della neuroprotezione(la capacità di proteggere i neuroni durante gli insulti ischemici o tossici), da più di 15 anni ottenuta sui topi e mai replicata sull’uomo.

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