AMBIENTE

Dal mangime alla pelliccia: il visone fa male all’ambiente

Dai risultati ottenuti da CE Delft: la produzione di pellicce (di visone, nello specifico) ha un impatto particolarmente rilevante su cambiamenti climatici, consumo di acqua e terreno utile, emissioni nocive per la terra e per l’uomo,e chi più ne ha più ne metta. Per l’ambiente, meglio lana, poliestere e cotone

AMBIENTE – La produzione di pellicce è un attività a basso impatto ambientale. Così dice da tempo l’industria delle pellicce, che giustifica questa affermazione citando le misure che sarebbero adottate da molte aziende per la riduzione di emissioni di CO2 e dei consumi di acqua o energia.

Ma lo studio appena concluso e reso pubblico da alcune associazioni animaliste europee (l’italiana LAV-Lega Anti Vivsezione, la belga GAIA-Azione Globale per i Diritti degli Animali e l’olandese Bont voor Dieren) smentisce clamorosamente queste affermazioni. Va detto che le citate associazioni non governative non hanno condotto in prima persona la ricerca in merito all’impatto ambientale della produzione di pellicce (in questo caso specificatamente quelle di visone), ma l’hanno commissionata a CE Delft, un centro di ricerca specializzato e indipendente.

Il laboratorio ha condotto un’analisi del ciclo di vita della produzione di pellicce di visione, cioè una ricerca completa dell’intera catena produttiva, dal mangime a base di pollo alla pelliccia finita, pronta per essere venduta nei negozi di abbigliamento. Sono stati raccolti dati per 18 “fattori ambientali” – tra i quali cambiamento climatico, formazione di polveri sottili, tossicità sull’uomo, ecotossicità, acidificazione, consumo d’acqua e di energia, sfruttamento dei terreni – per poter osservare quanto questo genere di industria influisca sul benessere dell’ambiente. Infine, la catena produttiva delle pellicce è stata confrontata con quella di tessuti: lana, poliestere (di cui sono fatte le cosiddette pellicce ecologiche), poliacrilico, cotone.

La zona di interesse principale dello studio sono stati i Paesi Bassi, considerati come punto di partenza fondamentale in quanto terzo Paese produttore al mondo: il 10% di tutte le pellicce di visone ha origine da allevamenti olandesi. In ogni caso i dati rimangono rilevanti anche per la maggior parte dei Paesi europei produttori, poiché l’allevamento europeo contribuisce alla produzione mondiale di pellicce per il 65%. Si tratta di oltre 30 milioni di animali. I principali allevamenti si trovano in Olanda, Danimarca, Finlandia e Svezia, mentre l’Italia si colloca al tredicesimo posto della classifica, con una produzione di circa 150.000 pelli all’anno. Mentre il nostro Paese è tra i centri principali per la concia e la preparazione delle pellicce, insieme al Canada, alla Cina, alla Francia, alla Germania, agli Stati Baltici e alla Russia.

Scendendo nel dettaglio: quanto “costa” all’ambiente la produzione di 1 Kg di pelliccia di visone? Considerata la produzione dell’alimento per i visioni (che si compone di pollame e frattaglie del pesce integrate con farina di grano), l’allevamento degli animali per 7-8 mesi prima di essere abbattuti, le tecniche di scuoiamento, la vendita, il trattamento delle pellicce e il trasporto, questo genere di industria ha il maggiore impatto per 17 temi ambientali su 18 (per il consumo d’acqua “vince” il cotone), in particolare sul cambiamento climatico, come indica lo schema riportato di seguito:

 

Infografica estrapolata dal report “The environmental impact of mink fur production”, gentilmente concessa da LAV (l’intero testo è scaricabile dal sito www.lav.it)

L’impatto della produzione di pellicce di visione sul cambiamento climatico risulta essere ben 5 volte maggiore rispetto al tessuto che ha ottenuto il punteggio più alto tra quelli valutati, ossia la lana. Inoltre un fattore importante che contribuisce all’impatto ambientale complessivo delle pellicce è quello delle emissioni di monossido d’azoto e ammoniaca delle deiezioni dei visoni, che contribuiscono all’acidificazione. Riguardo alla qualità dell’aria, ancora una volta “vince” la produzione di pellicce con un tasso di polveri sottili altissimo: l’80% delle polveri sono originate dal monossido d’azoto del letame.

Ancora un po’ di numeri: per produrre 1 Kg di pelliccia sono necessari 11,4 capi di visone maschio o 13,8 femmine, cioè tra gli 11 e i 14 animali. Nel corso della vita un visone consuma circa 50Kg di mangime; dunque si arriva ad un totale di ben 563 Kg di alimento per ogni chilogrammo di pelliccia.


Infografica estrapolata dal report “The environmental impact of mink fur production”, gentilmente concessa da LAV (l’intero testo è scaricabile dal sito www.lav.it).

 

Ricordate gli anni Novanta e le provocatorie campagne LAV che hanno fatto il giro del mondo, come “Tua madre ha una pelliccia? La mia non ce l’ha più”? Era il momento in cui si urlava “no” alla moda delle pellicce, in cui i giovani attivisti imbrattavano le pellicce delle signore con lo spray rosso. Vent’anni dopo: il mondo ricicla. Non getta l’umido insieme alla plastica e al vetro. Usa la bicicletta per muoversi nelle vie del centro e non inquinare. Manifesta con gioia nelle piazze le domeniche di chiusura al traffico. Fa la spesa bio. Mangia sano. Compra (di nuovo) pellicce. Dunque ci si ribellava alla moda delle pellicce o ribellarsi era la moda?

 

Chi scrive è dichiaratamente un’animalista convinta, attivista e vegetariana; però, ben al di là delle questioni animaliste per le quali c’è chi è più e chi meno sensibile, fatto sta che avere il visone nell’armadio inquina. Questo è un dato concreto, non etico: danneggia l’aria, l’acqua, la nostra stessa salute e quella dell’ambiente. Siamo così condizionati dall’industria della moda da mettere a rischio l’intero pianeta nel quale viviamo?

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