ECONOMIA

A chi giova il microcredito?

Due ricercatori americani hanno cercato di misurare attraverso un esperimento sul campo l’efficacia del microcredito sul reddito e il benessere degli “imprenditori” nelle Filippine. Su Science, riferiscono i risultati e non sono quelli attesi

ECONOMIA – Come mezzo per combattere la povertà, delle donne in particolare, sotto la sua forma attuale il microcredito è nato a metà degli anni ’70 con la banca Grameen in Bangladesh e la BRAC in India. Osteggiato all’inizio dalla Banca Mondiale, poi raccomandato quasi fosse una bacchetta magica, oggi gli enti di microfinanza sono circa 10.000, non tutti onesti, alcuni dei quali fanno profitti e distribuiscono dividendi a chi ci investe dei capitali, come la messicana Finca. Un terzo sono controllati da un’organizzazione mondiale che ha appena pubblicato il proprio rapporto annuale, pieno di ottimismo. Giustificato?

Con un protocollo sperimentale tipico di molte discipline ma che solo ora, sull’esempio di Esther Duflo, gli economisti dello sviluppo cominciano a usare, Dean Karlan di Yale e Jonathan Zinman del Dartmouth College hanno creato un software per selezionare “micro-imprenditori” più affidabili tra quelli senza beni da usare come garanzia e senza una storia pregressa di morosità. L’hanno provato sui clienti della First Macro Bank, nelle Filippine, un microcredito rurale “for profit” che ai fini dell’esperimento ha prestato

in media 220 dollari, il 37% del reddito mensile del richiedente. I prestiti arrivavano a maturazione dopo 13 settimane ed erano rimborsati a rate settimanali. Il tasso d’interesse mensile era del 2,5% sul debito rimanente. Sommati alle spese, gli interessi rappresentavano un tasso annuo superiore al 60%.

Il software ha selezionato 1.601 persone, in maggioranza donne, con redditi e risorse abbastanza omogenee e tra il 2006 e il 2007, a caso, ha assegnato un prestito a 1.272 persone, mentre 329 facevano da gruppo di controllo. A distanza di 11 e 22 mesi, i partecipanti all’esperimento sono stati intervistati per verificare queste ipotesi: il microcredito favorisce lo sviluppo dell’attività imprenditoriale; migliora il benessere soggettivo;  permette di affrontare in maniera più razionale i rischi; ha vantaggi indubbi per le donne.

I risultati sono sorprendenti. Gli imprenditori che avevano ricevuto un prestito hanno visto calare la propria attività economica e nessun miglioramento del proprio benessere. Le donne non ne hanno tratto vantaggi maggiori. In compenso la gestione del rischio è migliorata…

Nell’insieme il gruppo di controllo ha prosperato di più. I risultati mettono in discussione un’idea diffusa tra governanti, micro-finanzieri ed economisti e cioè che il microcredito vada destinato innanzitutto alle micro-imprese. Gli autori sono certi che:

l’attribuzione aleatoria di prestiti attraverso un punteggio di affidabilità sia uno strumento da replicare in quanto fornisce un mezzo efficace sia agli enti di credito per migliorare le proprie operazioni sia a ricercatori, donatori, investitori e governanti per misurare gli impatti di un accesso crescente al micro-credito.

Il caso di First Macro Bank è tutt’altro che tipico. Chi collabora con progetti umanitari che prevedono l’uso del microcredito – per es. per acquistare generatori solari e accedere all’elettricità – e sa di aver bisogno di strumenti di valutazione del proprio lavoro, avrà da ridire sulla ricerca di Karlan e Zinman. D’altronde sono consapevoli dei suoi limiti anch’essi e, dopo averne elencati parecchi, concludono:

Replicare protocolli di ricerca robusti in contesti diversi contribuirà a rivelare se gli effetti del trattamento (riservato ai debitori, assistenza, consulenza, prestiti di gruppo ecc. ndt) sono effettivamente diversi o se la confusione attuale è dovuta a differenze ed errori metodologici. Speriamo di aver convinto i lettori che questo studio è replicabile e ci auspichiamo di collaborare con altri enti di credito e altri ricercatori per costruire una base di prove più solide per la politica e la pratica del microcredito.

Mini-bibliografia:

Dean Karlan e Jonathan Zinman, Expanding Microenterprise Credit Access, 2010  (la puntata precedente)

Esther Duflo, I numeri per agire, Feltrinelli 2011, 18 euro. Tratto dalle conferenze al Collège del France della giovane economista sperimentale del MIT.

Abhidjit Banerjee e Esther Duflo, Poor Economics: A radical rethinking of the way to fight poverty, Public Affairs 2011, 26,99 dollari. Per capire i motivi delle scelte e delle priorità dei poveri, prima di intervenire. Un libro splendido, quasi tutto gratuito on line con più dati e tabelle.

State of Microcredit Report 2011

2 Commenti

  1. Tasso di interesse del 2,5% al mese? anche senza la capitalizzazione degli interessi sono il 30% annuo! E non mi pare giustificabile con l’inflazione, che vedo nel 2009 era del 9,3%: resta un tasso reale di almeno il 20%.
    E chiaramente più il tasso di interesse è elevato e meno sono le operazioni che si possono effettuare con profitto col capitale preso a prestito.

    1. @Fabio
      I tassi sono alti anche nel microcredito non profit, bisogna retribuire molta gente se ogni cliente va incontrato di persona una volta alla settimana.
      L’esperimento di Karlan e Zinman riguardava l’ipotesi su cui si basava tutto il microcredito e si basa ancora quello for profit: i poveri sono automaticamente degli imprenditori capaci.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: