CRONACAULISSE

Lamarck rivisitato

CRONACA – Alcuni tratti acquisiti possono essere ereditati. Il lamarckismo, buttato efficacemente fuori dalla porta dal darwinismo alla metà del XIX secolo, rientra dalla finestra? In parte, sembrerebbe proprio di sì. Al Medical Center della Columbia University, tre biofisici e biochimici molecolari hanno scoperto come un tratto acquisito possa essere ereditato senza coinvolgere il Dna. Lo studio è stato pubblicato nel numero di dicembre di Cell.

“Nel nostro studio, dei nematodi Caenorhabditis elegans (piccoli vermi del suolo, NdR) che avevano sviluppato resistenza a un virus sono riusciti a passare alla loro progenie l’immunità acquisita per diverse generazioni consecutive”, ha riportato l’autore principale dello studio, Oded Rechavi, biochimico e biofisico molecolare al Medical Center. “L’immunità è stata trasferita sottoforma di piccoli agenti virus-repressivi, detti viRna, che funzionano indipendentemente dal genoma dell’organismo”.

Nella versione pre-darwiniana della teoria dell’evoluzione, il francese Jean-Baptiste Lamarck propose agli inizi del XIX secolo la teoria secondo cui le specie si evolvono quando gli individui si adattano all’ambiente e trasmettono ai loro discendenti i caratteri che hanno acquisito o di cui hanno fatto più uso, mentre si perdono quelli inutilizzati. Per esempio, le giraffe avrebbero sviluppato colli allungati grazie allo sforzo protratto nel tempo di raggiungere le foglie sui rami più alti degli alberi, che non erano raggiunti da altri animali, e questo vantaggio sarebbe poi stato trasmesso alle generazioni successive.

Al contrario, Charles Darwin teorizzò in seguito che a guidare l’evoluzione delle specie era la selezione naturale di variazioni, occorse casualmente, le quali offrivano a un organismo un vantaggio competitivo, a guidare l’evoluzione delle specie. Nel caso della giraffa, individui che si trovavano ad avere colli leggermente più lunghi avevano maggiori probabilità di procurarsi il cibo, e quindi riuscivano ad avere più figli. La successiva scoperta della genetica dell’ereditarietà ha supportato la teoria di Darwin, e le idee di Lamarck hanno conquistato un posto d’onore nelle introduzioni ai manuali di biologia, tra le teorie screditate.

Però da un ventennio, in particolare dai lavori sull’Rna interference – un processo che le cellule usano per disattivare specifici geni – nei nematodi Caenorhabditis elegans pubblicati nel 1998 da Andrew Fire e Craig Mello, premio Nobel per la medicina nel 2006, si sa che le esperienze di un genitore a volte hanno effetti nei discendenti. “L’esempio classico di questo tipo di ereditarietà è la carestia olandese durante la seconda guerra mondiale”, afferma Rechavi. “Madri denutrite che hanno partorito durante la carestia hanno dato alla luce bambini più suscettibili a obesità e altri disordini metabolici, e queste caratteristiche si sono poi trasmesse ai nipoti”. Altri esperimenti sono arrivati a risultati simili, incluso uno studio recente sui ratti, che ha mostrato che da genitori che prediligono diete prolungate ad alto contenuto di grassi hanno discendenti obesi. Esempi analoghi sono emersi in altri ambiti.

L ’ereditarietà lamarckiana è rimasta una teoria controversa, di cui nessuno è riuscito a descrivere i meccanismi biologici plausibili. Oliver Hobert, che ha coordinato lo studio aveva ipotizzato che l’ Rna interference usata dagli organismi   per disinnescare la replicazione di virus e altri parassiti del genoma venisse ‘memorizzata’ in piccole molecole di Rna poi passate alle generazioni successive nelle cellule somatiche. Così è avvenuto nei nematodi dell’esperimento, infatti. “A volte, conviene che un gene non sia espresso”, spiega Hobert. “ Nell a modalità classica, darwiniana, ciò accade attraverso una mutazione, sicché il gene è inattivato o in ogni cellula o in tipi cellulari specifici nelle successive generazioni. Ma si possono anche immaginare scenari in cui sia più vantaggioso per una specie conservare il gene tale quale e trasmettere i mezzi per inattivarlo quando si presentano minacce precise”.

I discendenti sono stati provvisti di un proprio farmaco da usare in caso di bisogno, insomma. Le implicazioni terapeutiche di questa scoperta sono ancora molto distanti nel tempo, precisa Rechavi. “Gli elementi alla base del meccanismo dell’Rna interference esistono nel regno animale, esseri umani inclusi. I vermi hanno una componente extra, che dà loro una risposta molto più forte da parte dell’Rna interference. In teoria, se quella componente potesse essere incorporata negli esseri umani, allora forse potremmo migliorare il nostro sistema immunitario e anche quello dei nostri figli”.

15 Commenti

  1. Sono anni che come biologa zoologa-etnobiologa, lotto portando prove fenologiche sulla bontà del Lamarck (prese in diverse giungle, lagune, tribù in varie parti del mondo) e la contemporanea bontà del Darwin, tra parentesi grande estimatore del Lamarck, di cui, come si legge nella sua opera Origine della specie (e gli interlecutori che mi hanno sempre contrastata, a mio avviso non avevano neanche letto il Darwin, o se letto molto distrattamente), l’unico aspetto che contestava apertamente al Lamarck, ma lo faceva anche con altre teorie evolutive, come l’oologenesi, è che non concepiva animali e piante che si evolvevano mediante forze interne, il Darwin vedeva (sebbene il Lamarck pubblicò la sua Opera Magna: Philosophie Zoologique, nel 1809, l’anno di nascita del Darwin, quindi in un periodo in cui la terminologia in Biologia ancora poggiava su termini non specificati, ma lo stesso accadeva in Fisica o nella Medicina), in esse qualcosa di metafisico, di non scientific, di quasi vitalista.

    Ma il Lamarck, a cui Darwin lo riconobbe a pieno titolo, fu il primo a contrastare la teoria catastrofista-fissista del Buffon e prima di lui quella Aristotelico-Tolemaica-Creazionista del Linneo, introducendo il concetto che le specie “organiche”, vegetali e animali, non compaiono all’improvviso, né, sebbene qualche eccezione che conferma la regola c’è stata (vedi estinzione dei Dinosauri) altrettanto scompaiono all’improvviso, il Lamarck diceva che una era la “trasformazione” (il Darwin sostituì il termine trasformazione con evoluzione, ma il concetto è lo stesso) migliorata della precedente, ancora oggi nelle scuole di Biologia francese si usa il termine “transformation” in modo equivalente a “évolution”.

    Il Darwin riconobbe il merito al Lamarck, di aver individuato nell’ambiente (sia esso un ecosistema che il microambiente di una gonade o di un pozza d’acqua), uno stimolo esterno alla trasformazione e verso la fine della sua vita il Darwin (poi confermati con lo studio dei parameci come P. aurelia, che ha portato ala scoperta del ruolo fondamentale del citoplasma, mediante i plasmageni o plasmalogeni, e poi con la clonazione somatica riproduttiva, vedi Dolly the sheep con I Wilmut e K Campebell dove si dimostra il ruolo fondamentale anche del citoplasma), mediante la sua teoria della “Pangenesi” e dei pangeni, nel cercare d’integrare quei lati oscuri della sua teoria e renderla così universale; non scordiamoci che il Darwin si poneva tutte le possibili domande che un ipotetico contestatore della sua teoria poteva porgli per farla cadere, cercando così di correggerla proprio per renderla inattaccabile e uiversale.

    Sono stati i neodarwinisti come Weismann, Wilson, Dobzansky ecc. non il Darwin (visto che alla sua epoca il DNA non era ancora stato scoperto), che visse 50 anni prima di loro, ha far “imperare” sempre e solo il DNA le mutazioni casuali (ma una mutazione casuale, dovuta al caso, non ha del metafisico tanto quanto un impulso interno? E una mutazione acquisita dal DNA del Germen e trasmessa alla prole, non è un carattere acquisito dall’ambiente, riferito a chi ha sempre sostenuto l’assenza -i soliti riduzionisti, spesso non biologi, ma chimici- di una dimostrazione molecolare dell’eredità dei caratteri acquisiti?).

    La “teoria dell’eredità dei caratteri acquisti” è stata per un secolo messa al bando, ma ad ogni congresso, seminario ho sempre fatto notare, che Lamarck non ha mai (visto che le ha studiate e sezionate, esemplari morti naturalmente) detto che la Giraffa (Giraffa camelopardalis), ha più di 7 vertebre cervicali, poiché tutti i mammiferi superiori hanno 7 vertebre cervicali, ma ha solo assunto che la trasformazione indotta dal nutrirsi delle gemme sui rami d’Acacia (Acacia tortillas, mimosacea della savana tropicale), nel tempo ha determinato una tenzione di allungamento delle sette vertebre, allungando il collo a scopo funzionale, e una vertebra di giraffa confrontata con una di essere umano è almeno 10 volte più lunga e sono in entrambi 7 vertebre cervicali, questo è un carattere acquisito dal soma trasmesso alle generazioni successive, poiché venivano (in quanto favorite) le paleogiraffe (che inizialmente erano alte come una pecora) favorite, selezionate e si affermavano, adattandosi, visto che le modifiche ambientali concomitavano con un affermarsi di piante a portamento arboreo, rispetto a quelle a portamento arbustivo.

    Ora, che la probabile dimostrazione che il Lamarck non avesse sbagliato e che la sua teoria è integrabile con quella del Darwin in una sorta di “evoluzione mediante selezione naturale dei caratteri anche acquisiti”, il che ne aumenta il potere di variabilità che può spiegare la biodiversità immensa presente sul nostro pianeta, è proprio ad opera non di biologi zoologi cioè sistematici olistici, ma ad opera di riduzionisti come biofisici e biochimici, mi fa pensare che la “Giustizia” esiste.

    Buon Natale e felice 2012 a tutti 🙂
    Sara

  2. Vi consiglio questo paper, che lessi qualche hanno fa, pur non avendo nulla a che fare con il molecolare, dove già venivano portati molti esempi che supportavano al teoria del Lamarck e della Teoria della Pangenesi:

    New perspective on Darwin’s Pangenesis
    Biol.Review

    L’indirizzo sotto vi fa automaticamente il download del papaer che è pubblicato su una Rivista peer-review.

    http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1469-185X.2008.00036.x/pdf

    Sara, ciao a tutti!

  3. Interessante, anche se non è esatto affermare che il darwinismo ha sbaragliato il lamarckismo dalla metà dell’800. La teoria lamarckiana è sopravvissuta a lungo prima di venire ingiustamente ridicolizzata. Era infatti più facile da accettare, in quanto non comportava il sacrificio dei più deboli e sembrava condurre a un inevitabile progresso. Non a caso, pur godendo di poco credito in ambito accademico, fu ripresa in tempi successivi da vari movimenti neolamarckisti per giustificare le proprie teorie filosofiche, spesso con tragiche conseguenze. Un esempio è l’eugenetica nazista, che ancora negli anni quaranta del ‘900 aspirava a creare la razza ariana, per non parlare del fanatismo ideologico della russia stalinista, che coprì di gloria il lamarckista Lysenko e portò alla deportazione in Siberia di valenti scienziati dissidenti.

  4. La differenza che intercorre fra Darwin e suo nonno Erasmus, come anche fra Darwin e Lamarck, non è una semplice differenza di teorie, ma piuttosto di metodi. Come scrive giustamente Nora Barlow, “Il metodo di lavoro di Erasmus Darwin comportava una grande superstruttura speculativa, ma poggiava su prove di fatto insufficienti, e era perciò assai lontano dalla prospettiva di Charles. […] Charles intendeva che nel suo lavoro la teoria fosse costruita sulla solida base dell’evidenza, rivendicava per la scienza naturale un nuovo equilibrio tra la teoria e l’osservazione scrupolosa dei fatti, e pretendeva un più rigoroso controllo sperimentale.” A mio parere questo scarto dall’impostazione troppo speculativa non è da dimenticare ed è la vera caratteristica innovativa di Darwin, il quale si è certo servito di Malthus e altri autori per arrivare ad una teoria, ma ha poi cercato le prove nel dato empirico che ne confermassero l’esattezza (è da ricordare anche che la scoperta della trasmutazione per selezione naturale ha due firme, la seconda è quella di Wallace).
    Se oggi dei dati sperimentali sembrano dare un briciolo di conferma empirica ad alcuni assunti della teoria di Lamarck, ben venga! Molte questioni filosofiche però potrebbero emergere da questi dati, e soprattutto non vorrei che l’importanza della casualità in natura fosse di nuovo buttata giù dalla finestra, per ritornare così a dar credito a una sorta di Intelligent Design raffazzonato. Bisogna stare attenti. Le nostre menti teleologiche sono certamente più attratte dalla teoria di Lamarck, e Darwin lo sapeva bene…

    Buon Natale a tutti! 😉

  5. Sono perfettamente d’accordo sul ruolo giocato dai neolamarckisti e soprattutto dalle buffonagini del lysenkismo, ma non scordiamoci che come nel nazismo, anche per Trofim Lysenko, il quale diceva che gli aminoacidi non servono a costruire proteine ma a regolare l’equilibrio elettrolitico cellulare, era spalleggiato da Stalin e i nazisti da Hitler.
    Quindi avevano potere totale su tutto, d’altronde lysenko era agronomo e di disastri ne ha fatti, basti pensare che diveva di aver trovato il modo di produrre granoturco d’inverno a quantità enormi, risolvendo così il problema di carenza del cibo in Russia, nei loro tipici inverni polari, solo che truffò su tutto!
    Ma Stalin fu anche quello che assoldò il biologo Ivan Ivanov, fondatore del centro di zootecnia e fecondazione artificiale equina, uno dei primi ad applicare la fecondazione artificiale o assistita negli equini e che ottenne anche degli ibridi (asino-zebra, cavallo-zebra), spedendolo nella Guinea Africana, colonia Francese, dove c’era una sezione dell’Istituto Pasteur, per fargli compiere esperimenti, mediante il quale creare per mezzo della fecondazione artificiale una nuova razza umana che doveva nascere dall’incrocio tra lo scimpanzè (Pan troglodytes) e l’essere umano mediante inseminazione artificiale, fecondando scimmie femmine con sperma umano o viceversa ???!!!!??? Lo Humanzeé, troverete molto materiale nella bibliografia dell’Accademia delle Scienze Russa.
    S

  6. Scusa Paley, ma io intravvedo proprio nella casualità delle mutazioni, questa sorta di essenza eterea un pò dire (non capisco ma tanto è opera di eventi “casuali”), quasi metafisica non interpretabile, se non appunto con il caso, una pò come Sant’Agostino che diceve “Dove non arriva la ragione, arriva la fede”, cioè una fede indissolubile in questo “caso”, non misurabile.
    A mio avviso, invece, dare peso all’ambiente, come fece Lamarck mi sembra molto meno “casuale” e un pò più razionale.
    Come mai, visto che 7 miliardi persone, sono soggette ogni giorno a miliardi e mialirdi di mutazioni casuali, cosniderando che ogni giorno per un essere umano avvengono, come ha calcolato Folkamn, circa 250 miliradi di mitosi cellulari nel suo organismo, non si ha mai l’evneto che determina la selzione di un sottotipo umano che evolve? Per quanto i sistemi di riparazione del DNA possono essere efficienti, come mai nell’immaginario di una dimensione astronomica di mutazioni, non si verificano eventi mutazionali tali per cui animali, piante, e umani producano (anche se su scale temporali enormi, sebbene S.J. Gould e E. Myar nella loro teoria degli equilibiri punteggiati le fanno risalire a circa 300.000 anni), non portano alla selezione di nuovi individui adatti? E questo ovvimanete non oggi, ma da qualche migliaio di anni?
    S

  7. Sara guarda che a mio parere ti sbagli. Casualità va intesa come intreccio CASUALE di catene di eventi CAUSALI. In ciò non c’è niente di metafisico: il senso di ciò che succede in natura non viene delegato a niente di “astratto” ma a fatti che si sono verificati casualmente. La parola giusta, più che caso, sarebbe contingenza. Il peso all’ambiente sull’evoluzione non lo mette in luce solo Lamarck, ma anche e soprattutto Charles R. Darwin che nel suo viaggio sul Beagle si chiede per quale motivo c’è tanta biodiversità. L’ambiente è importantissimo, ma questo tu lo sai meglio di me. Come scrivono Hoelldobler e Wilson: “La selezione è un processo di scelta basato sull’interazione casuale dei diversi tratti con l’ambiente biotico e abiotico. I tratti che garantiscono un adattamento superiore a questi parametri ambientali saranno favoriti dalla selezione… Tutta la selezione è multilivello…. A qualsiasi livello, l’agente ultimo della selezione naturale è sempre l’ambiente.”
    Il fatto è che il caso, come metti bene in evidenza tu, ci sembra poco “razionale” perché noi, e non la natura, siamo abituati a pensare in altro modo. Comunque io continuo ad essere darwiniano fino in fondo nell’unico tratto che ha distinto Darwin dagli altri, e cioè non accontentarmi mai delle speculazioni o delle generalizzazioni e avere sempre al proprio fianco delle prove concrete. Il processo di selezione naturale è stato studiato anche su colonie di batteri, dove cioè il margine di predittività lo permetteva, ed ha confermato la teoria. Se nuove scoperte scientifiche, come pare, porteranno alla ribalta la teoria lamarckiana, va benissimo, ma niente mi impedisce di stare sempre coi piedi ben ancorati per terra.
    Alle tue domande, sinceramente, non saprei rispondere perché sono molto ignorante.

  8. Caro Paley, non direi ignorante, perché si evince bene che le cose le consoci in maniera esaustiva.

    Ma tu sai meglio di me che tutte le Scienze Biologiche, contrariamente alla fisica e chimica o ancora di più alla matematica, sono approssimative, empiriche e induttive come Popper diceva (Popper negava la teoria dell’evoluzione perché non falsificabile), rispetto a quelle deduttive logico matematiche, quali appunto le cosiddette scienze esatte e dure.
    Il problema è che un biologo che studia la migrazione sociale degli Gnu dal Serengeti orientale a quello occidentale, può far un uso molto poco utile della matematica, qualche modello statistico predittivo, sulla possibilità degli sgravamenti che possono avvenire nel corso della migrazione, su quanti capi possono perdersi per malattia, aborto, predazione, mal nutrizione, ecc.

    Ma sicuramente tali modelli non chiariscono perché avvenga la migrazione, anche i modelli di Ecologia teorica, ci dicono il “per come” certe cose avvengono, ma mai il “perché”, lo prova l’applicazione della teoria del Malthus “relazione preda-predatore”, come quella del Volterra, o la teoria che si basa sulla strategia di “r/k selection” di E.O. Wilson biologo fondatore della sociobiologia, che creò in collaborazione con il matematico ed ecologo Robert Mac Arthur nel 1967, con cui si “descrive” come una determinata specie si affermi e la sua popolazione cresca in un determinato ecosistema, ma è una descrizione e di quella ci dobbiamo accontentare, poiché non arriva al cuore del problema, perché avviene questo????

    In un libro che raccoglie gli estratti dell’Accademia dei Lincei il filosofo della Scienza Gilberto Corbellini, giustamente fa notare che il biologo evolutivo (uno dei più prestigiosi) Ernst Myar, dice che in Biologia due sono le domande a cui bisogna sempre rispondere per avere le idee chiare e sono:

    -Come?

    -Perché?

    E quasi sempre, data la complessità dell’oggetto di studio che si trova davanti (un animale una pianta, un ecosistema un fossile, una società interattiva), il biologo arriva a rispondere solo al come? Ma quasi mai al perché? E questo dipende dal fatto, che la biologia è indubbiamente più complessa della fisica e della chimica.

    Allora, inserire il caso e lo dico bonariamente perché persone del calibro di Jacques Monod premio nobel, sono stati biologi di livello superiore nei loro campi, ripeto sono biologa zoologa quindi di biologia molecolare conosco l’essenziale, ma appunto con il suo lavoro “Le Hasard et la Nécessité, il Caso e la Necessità”, l’introduzione così marcata di una casualità imponderabile ma telefinalista (il cui obbiettivo finale è l’evoluzione della specie), mi fa pensare che cambia l’ordine dei fattori, ma il prodtto non cambia, cioè il caso (sebbene te parli di contingenza), la mutazione casuale, alla fine arriva all’obbiettivo, quindi è un caso telefinalista!

    Mi sembra voler sbrogliare la matassa, ad esempio, dicendo è inutile che si faccia tassonomia, cioè dire che gli ippopotami sono più strettamente imparentati con i cetacei che non con i cavalli, perché tanto il percorso è stato solo un evento casuale.

    Infatti oggi, la tassonomia è in agonia, perché l’approccio dinamico ecologico, etologico dice: la tassonomia è quella, ora studiate il comportamento, come fossero compartimenti stagni, ma ad una classificazione tassonomica-morfologica di una specie, corrisponde una tassonomia etologica, comportamentale, che è funzione dell’ambiente in cui la specie cresce.

    Altrimenti non si speiga come, pitonini africani hanno abitudini quasi arboricole, poiché vivono nel bush e si arrampicano sulle piante a portamento arbustivo, mentre in Asia tendono a vivere in aree a pietraie e brulle e perdono questo comportamento quasi arboricolo.

    E’ vero, come dici te, che il C. Darwin ( io adoro Darwin e trovo la sua teoria non inferiore alla Relatività Generale di Einstein), diede molto peso all’ambiente, ma è indiscutibile, poiché lo cita lui, che l’impulso gli è venuto leggendo Lamarck, che visse quasi un secolo prima di lui.

    A mio avviso invece, l’originalità dell’opera del Darwin, visto che già il Lamarck parlava di trasformazione, ma lo faceva anche Etienne Geoffroy Saint-Hilaire, che difendeva Lamarck contro gli attacchi del potente Cuvier, che definiva le opere del Lamarck “sottigliezze metafisiche”, ma che sotto sotto anche lui non l’abborriva, ma poiché era oltre che un grande biologo, amico degli Orlean e quindi della chiesa protestante -sostenitrice della teoria creazionista- doveva quindi essere anche un abile politico, tirando acqua al suo mulino, quindi attaccando il Lamarck, al punto da fargli abbandonare la cattedra di Zoologia delgi invertebrati e Botanica e ritirarsi nelle campagne della Dordogna, dicevo, l’originalità del Darwin è sì nel metodo, ma soprattutto, nell’essere stato il primo a rispondere al “per come” e “perché” l’evoluzione avviene, introducendo la “Selezione Naturale”, mutuata dal concetto di Incrocio “Selettivo Artificiale, Selezione Artificiale”, che l’uomo da millenni, prima incosciamente e poi consciamente applicava e utilizza, per produrre razze di animali e piante (quindi variazione e varietà) per allevarle e coltivarle a suo uso e consumo.
    Un buon Natale a tutti e grazie per la bella discussione,
    Sara 🙂

  9. E’ sempre bello discutere e scambiarsi delle opinioni. 🙂
    Hai ragione, le Scienze Biologiche non sono “dure”. Però la teoria dell’evoluzione è falsificabile: basterebbe trovare la prova dell’esistenza di un coniglio nel Precambriano. Il caso, poi, non è diretto ad alcuno scopo. Il “caso teleologico” è un ossimoro paradossale. Il fatto che resista in natura solo chi ha le possibilità di adattarsi non implica che lo scopo dell’evoluzione sia l’adattamento; anzi, ciò evidenzia solo che l’evoluzione (cioè il cambiamento) non è diretta ad alcuno scopo e che, caso per caso, a seconda della contingenza, la natura muta. Certo, è necessario adattarsi per sopravvivere, però non credo che “necessità” sia assimilabile a “scopo”.
    E’ vero, la biologia evolutiva spesso non sa spiegare il “perché”, ma ciò non è dovuto a un errore di fondo della teoria dell’evoluzione, e non credo che “correggere” Darwin con un tocco di Lamarckismo possa essere troppo proficuo. Forse ciò faciliterebbe le cose solo da un punto di vista euristico… In ogni caso, spiegare la vita in modo scientifico è una delle cose più difficili che possano esserci.
    Auguro a tutti un buon Natale 🙂

  10. Ciao Paley, non è indubbio che te poni problemi logici e corretti, ma devo dissentire su due fattori d’ordine.

    Te dici…….se trovassimo un fossile di coniglio del Paleocambriano…. appunto se, ma non lo si è trovato e non credo proprio che i resti di un paleolagomorfo si troveranno mai in quegli strati corrispondenti all’era archeozoica o azoica, quando i fossili fanerozoici hanno ben dimostrato quando i primi micromammiferi sono venuti al mondo, cioè durante l’era Mesozoica quella del massimo splendore dei Dinosauri, nel parte finale del Trias e inizio Giurese o Giurassico, occupando nicchie ecologiche non utili ai grandi rettili e ai Dinosauri, i dominatori di quell’era.

    Ora, il tuo mi sembra un ragionamento molto filosofico, quasi basato su un sillogismo aristotelico, poiché se io mi mantengo in questa traiettoria di pensiero, allora posso dire che, se un giorno si scoprirà con strumenti più raffinati che, l’atomo non ha nel nucleo protoni e neutroni e che gli elettroni non ruotano su orbitali attorno al nucleo, il modello atomico collasserà.

    In questi termini tutto è possibile, pure che dio scenderà a parlarci.

    Ma invece Darwin, fa proprio notare che l’adattamento è la forza motrice dell’evoluzione della specie, chi non si adatta non evolve, ma certo che non è telefinalista, l’ho scritto a chiare lettere, nel senso che contrariamente alle teorie come la “ologenisi” di Daniele Rosa, Darwin non ha mai detto che lo scopo finale dell’Evoluzione fosse la nascita del’Homo sapiens, ma ha solamente detto che, tra tutte le innummerevoli possibilità di adattamento le specie animali (per le angiosperme quella vegetali), hanno perseguito innummerevoli strade, fino a generare l’Homo sapiens, ma questo non collima con il fatto che, la paleogiraffa che si allungava sempre più per mangiare le gemme sui rami più alti, possa non aver coinvolto il soma direttamente, anziché per forza il genoma.

    Questa idiosincrasia, nasce dal fatto che, esisteva un modello-dogma tra i genetisti: DNA-trascrizione—–>RNA-traduzione—–>Proteina, nella biologia molecolare, ma con il cDNA il dogma collassò.

    Quindi non vedo perché il soma, il citoplasma non possano avere un ruolo fondamentale che ancora non si è neanche cominciato a indagare ad opera dei genetisti.
    Sara

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