CRONACAULISSE

Le metafore che ingannano il cervello

CRONACA – Quando qualcuno ci dice che ha avuto una giornata dura, cosa sentiamo sotto le dita? Niente? Sicuri? Uno studio appena pubblicato suggerisce invece che il cervello possa ricreare esperienze sensoriali per aiutarci a capire le metafore comuni.

Linguisti e psicologi hanno dibattuto a lungo su quanto le aree del cervello che mediano le esperienze sensoriali dirette siano coinvolte nella comprensione delle metafore. George Lakoff e Mark Johnson, in un lavoro che è presto divenuto un punto di riferimento nel campo della linguistica, Metaphors we live by (libro non ancora tradotto in italiano), hanno mostrato che il linguaggio quotidiano è pieno di metafore, alcune delle quali sono così familiari (come ‘una giornata dura’) che potrebbero non sembrarci particolarmente nuove o singolari. I due sostengono che la comprensione delle metafore è fondata sulle esperienze sensoriali e motorie.

Una nuova ricerca nel campo del brain imaging ha rivelato che una regione del cervello importante nel ‘sentire’ la trama di un materiale attraverso il tatto, l’operculum parietale, si attiva anche quando si ascolta una frase contenente una metafora relativa all’esperienza tattile. La stessa regione, invece, non si attiva quando si ascolta una frase simile che si limiti però a esprimere il significato della metafora.

I risultati sono stati pubblicati la settimana scorsa sulla rivista Brain & Language. “Abbiamo visto che le metafore impegnano le aree della corteccia cerebrale coinvolte nelle risposte sensoriali, anche in caso di metafore del tutto familiari”, afferma l’autore senior dell’articolo, Krish Sathian, docente di neurologia, medicina riabilitativa e psicologia alla Emory University di Atlanda, Stati Uniti. “Questo studio ci mostra come ci affidiamo alle esperienze sensoriali per arrivare a comprendere il linguaggio metaforico”.

A sette studenti liceali, che hanno fatto da volontari per lo studio, è stato chiesto di ascoltare sia frasi contenenti metafore tattili, sia altre che esprimevano lo stesso contenuto ma senza linguaggio metaforico: agli studenti era poi richiesto di premere un pulsante non appena capissero ogni frase. Il flusso sanguigno del loro cervello era monitorato attraverso l’imaging per risonanza magnetica funzionale. In media, la risposta a una frase contenente una metafora era data dopo un tempo leggermente più lungo (0,84 contro 0,63 secondi).

In uno studio precedente, i ricercatori avevano già mappato, per ognuno dei partecipanti, quali parti del cervello fossero coinvolte nell’elaborazione tattile e visiva di materiali reali. Ciò ha permesso ai ricercatori di stabilire il legame all’interno del cervello tra metafore che coinvolgessero le trame dei materiali e l’esperienza sensoriale del contatto coi materiali stessi.

“Abbiamo osservato che le regioni della corteccia visiva non erano attivate da metafore tattili, il che conferma altri studi precedenti riguardo la predominanza del tatto nella percezione delle trame”, spiega Simon Lacey, primo autore dello studio.

I ricercatori non hanno rilevato differenze, in dipendenza dalla metafora usata, nelle regioni corticali note per il loro ruolo nel generare e nell’elaborare il linguaggio, come le aree di Broca e di Wernicke. Tuttavia, questo risultato non esclude un ruolo di tali regioni nel trattamento delle metafore, precisa Sathian.

Altri neurologi hanno visto che un danno ad alcune aree del cervello può interferire con la capacità di comprensione delle metafore da parte dei pazienti. “Non credo che ci sia una sola area responsabile del trattamento delle metafore”, sostiene Sathian. “In realtà, diversi filoni di ricerca indicano che l’elaborazione dei concetti astratti è distribuita in tutto il cervello”.

“Credo che la nostra ricerca metta in luce il ruolo delle reti neurali in questi processi, piuttosto che quello di una singola area del cervello. Ciò che probabilmente accade è che il cervello attua una simulazione interna che gli permetta di capire la metafora, ed ecco perché si attivano le regioni associate al tatto. Ciò dimostra anche come processi complessi riguardanti i simboli, come l’apprezzamento di un dipinto o la comprensione di una metafora, non dipendano soltanto dalle zone evolutivamente più recenti del cervello, ma anche da adattamenti di sue zone più antiche”.

In futuro, Sathian continuerà le sue ricerche cercando di capire se esistano relazioni simili per altri sensi, come la vista. I ricercatori prevedono anche di sondare se la stimolazione magnetica del cervello in zone associate all’esperienza sensoriale possa interferire con la comprensione delle metafore.

Crediti immagine: McD22 (CC)

6 Commenti

  1. Pur di riempire pagine si farebbe di tutto… ah, attraverso questa metafora avete avvertito il mondo caservi addosso?
    Con altra frase chiave… sarebbe come dire che se qualcuno mi dicesse: “Va a far sesso” dovrei provarne la sensazione, o forse un reale pizzicore da qualche parte. Mah!
    Questa è solo roba da psicologi, non certo da neurologi.
    … e tra le due categorie c’è una tal differenza che… meglio è non proporre apprezzamenti!
    kiriosomega

  2. Il libro di Lakoff e Johnson è stato tradotto: Metafora e vita quotidiana, edito dalla bompiani. http://www.libreriauniversitaria.it/metafora-vita-quotidiana-lakoff-george/libro/9788845233609

    Il tema dell’embodiment è stato ampiamente studiato negli ultimi anni non solo a livello sensoriale (tutti e cinque i sensi) ma anche per quanto riguarda l’orientamento, l’equilibrio, la postura. Questo approccio naturalmente “rivaleggia” con il modello computazionale e astratto della conoscenza.

    1. @neuromancer: grazie mille dell’informazione! Avevo cercato una traduzione italiana in linea, ma non ero riuscito a trovarne. Certo che il titolo italiano suona parecchio più ‘pesante’ dell’originale…

  3. La “differenza tra il prima e il poi” di stati cerebrali, oggetto di attuali studi e fervori di neuroscienze, si sedimenta in un linguaggio: assegnazione di corrispondenza tra differenza e “cosa che l’ha provocata. “Poste” tra assegnazioni e “stati” di cose, le corrispondenze sono approntate da un “soggetto della struttura” che le rende perciò appartenenti ad un “mondo proprio”, da dirsi, quindi, ideologico: la parola, l’espressione, si dota di significato nell’impianto del linguaggio siffatto che, dunque, “disciplina” relazioni e cose”, in forme che implicano un principio di discernibilità assecondante la divisione originata dalle relazioni poste, e quindi vissute: scientifico, narrativo, mitico, religioso, poetico, finanche allucinato.
    Con ciò, è chiaro che il “significato” sia di contesto: è operato distintamente da una medesima (a meno di equivalenze e neologismi) espressione in quanto attraversabile, cioè fase, di un percorso interno alla propria struttura. Ad esempio “massa” i cui significati convengono analogici a sociologia o fisica (massa = il rimettere azione a pensiero o forza altrui) ma non metaforici.
    Ora, se “la differenza”, tra il prima e il poi” di stati cerebrali, in quel mondo in cui essa si esibisce, ritenuta e vissuta, è non esprimibile per percorsi interni di cui la struttura si ritiene carente per tonalità, intensità, od altro, allora metafora è evento della enucleazione di dicibilità, parola od espressione, da contesto altro da quello in cui la differenza si è accettata. La metafora, è siffatta “coppia” tra stati cerebrali di differenti partizioni d’universo semantico; quelle partizioni che si chiamano zone, aree; partizioni che, in un senso insiemistico, non hanno elementi comuni, ma che la metafora annoda, con fantasia, sensibilità, creatività. Se le differenze si assegnano a “cose”, “stati di cose”, con pertinenza ad un proprio mondo che ne istruisce disgiunto il contesto da altri contesti, non è poi tanto strano che “nel campo del brain imaging”, l’evento della congiunzione arrogato dalla metafora, attivi un rango di cose che provocano stati cerebrali rilevabili oggetti, dunque, di neuroscienza. E’ sostenibile, allora, che se “la comprensione delle metafore è fondata sulle esperienze sensoriali e motorie” queste vi siano “coinvolte”: spiega, infatti, che la differenza tra mondi c’è! Almeno fino a quanto non si realizzi il sogno di Teorie Unificate, dell’Unico che spazi di spume, stringhe, supersimmetrie (accattivanti metafore?) ospitano presso l’attuale palestra della conoscenza.
    Palmi, 16/02/2012 Giuseppe Chiofalo

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