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Addio al caffè come si deve

ECONOMIA – Entro il 2080 potremmo dover scrivere il necrologio dell’Arabica, la varietà di caffè più amato dagli intenditori. E tutto a causa dei cambiamenti climatici.
Stando allo studio effettuato dai ricercatori dei Kew Gardens di Londra, in collaborazione con gli etiopi dell’Environment and Coffee Forest Forum, la varietà Arabica, a differenza della meno pregiata Robusta, sarebbe a rischio di estinzione. Gli autori della ricerca, pubblicata in questi giorni su PloS One, hanno analizzato la situazione attuale e, valutando i dati disponibili sugli odierni cambiamenti del clima, hanno potuto realizzare un modello predittivo della distribuzione futura della pianta, in modo da dare avvio alle corrette politiche di conservazione dell’Arabica. Utilizzando i dati bioclimatici hanno ipotizzato tre scenari possibili in tre diversi intervalli temporali: il 2020, il 2050 e il 2080. Tutti gli scenari indicano un’influenza molto negativa dei cambiamenti climatici sulla diffusione dell’Arabica. Anche nell’ipotesi più favorevole, però, c’è poco da ridere: si calcola una riduzione minima dell’Arabica del 38% nei prossimi settant’anni e di una più probabile del 65%. E si arriva, nella peggiore delle ipotesi, ad una drastica perdita del 99,7%, che è solo un modo più delicato di dire che si tratterebbe di una scomparsa praticamente totale della varietà scelte dalle marche di caffè più prestigiose (la Illy, azienda italiana che punta sulla qualità del prodotto vende solo caffè di qualità arabica).
Il caffè non è solo la bevanda preferita nel mondo, fatto che preoccuperebbe ben poco i ricercatori, ma è anche il bene più commercializzato dopo l’olio. Nel 2009-2010 si calcola che le esportazioni di caffè in tutto il mondo abbiano mosso una cosa come 15, 4 miliardi di dollari. Il settore impiega approssimativamente 26 milioni di persone in 52 Paesi produttori. Nel 2010 sono state spediti di qua e di là nel globo 93,4 milioni di sacchi. Per la maggior parte Arabica, che costituisce il 70% della produzione commerciale totale.

Crediti immagine: CIAT International Center for Tropical Agriculture

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