martedì, Dicembre 18, 2018
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MUSE, una giornata al museo che sarà

CULTURA – Il taxi a motore elettrico accosta in prossimità di un enorme cantiere. La giornata è splendida, l’aria frizzante e di fronte a me, in controluce, si staglia il profilo frastagliato di un enorme edificio di vetro. Sono a Trento e sto per visitare il MUSE, il nuovo MUseo delle ScienzE.
Sono con un gruppo di giornalisti invitati a visitare in anteprima il museo: sarà inaugurato il 27 luglio e per ora l’unica cosa pronta è l’edificio. All’ingresso del cantiere, Antonia Caola, responsabile relazioni esterne e affari internazionali del museo, ci svela quello che ci aspetta: un giro del palazzo e il racconto di tutti gli allestimenti che fra pochi mesi animeranno le sale. Visitare un museo immaginandolo soltanto? Sfida accettata.

Le aspettative sono alte: si è parlato tanto di questo progetto e non poteva essere altrimenti considerando che la struttura è stata disegnata dall’archistar Renzo Piano. Tutto è cominciato quando la necessità di riqualificare una zona della città, l’ex area Michelin, ha incontrato il desiderio di trasformazione del Museo Tridentino di Scienze Naturali. È nato così nel 2003 il progetto del MUSE che, secondo le parole dei suoi stessi curatori vuole essere “molto più di un museo”, puntando a divenire il “nuovo portavoce del processo di sviluppo del Trentino”. Da questo punto di vista, bisogna ammettere che l’architettura dell’edificio, con il profilo esterno che ricorda le montagne che circondano Trento, fa la sua parte in modo molto incisivo. La fa anche in tutti gli aspetti meno appariscenti: la struttura infatti è stata costruita secondo criteri di eco-sostenibilità (ha raggiunto il livello GOLD della certificazione LEED, Leadership in Energy and Environmental Design), scegliendo accuratamente i materiali di costruzione – si è ad esempio optato per il bambù (di produzione italiana) come legno per la pavimentazione – e utilizzando sistemi di tri-generazione che sfruttano le energie rinnovabili.

La visita inizia al quarto piano. In realtà potrebbe iniziare da qualsiasi piano ma le parole di Osvaldo Negra e David Tombolato, i due curatori che ci accompagnano, sottolineano che il museo non è pensato come una semplice esposizione di oggetti ma come una storia: una narrazione che si sviluppa verticalmente, raccontando il cambiamento degli ecosistemi alpini, dai ghiacciai al fondovalle, e orizzontalmente, portando la scienza all’interno della società e inducendo una riflessione su temi globali. Per godere di tutto questo il visitatore deve essere però disposto a fare una serie di cose: sperimentare, giocare, divertirsi, riflettere e mettere alla prova la propria creatività. Un sacrificio tutto sommato accettabile considerando che la ricompensa è, tra le altre cose, ritrovarsi tra i dinosauri, toccare con mano un ghiacciaio e attraversare una serra tropicale.

Ci muoviamo tra i piani, vagando per le sale vuote inondate di luce che si distribuiscono attorno a un unico grande spazio aperto, il big void, che si trova al centro dell’edificio e che connette il lucernario al piano interrato. Al suo interno fluttueranno animali tassidermizzati la cui collocazione seguirà la distribuzione altitudinale delle Alpi. Questo spazio è forse l’elemento più indicativo del concetto zero gravity, coniato dallo studio Renzo Piano Building Workshop e applicato all’intera struttura. Un termine con il quale gli architetti hanno voluto indicare l’effetto di “trasparenza e immaterialità” con cui sono stati realizzati gli allestimenti che prevedono oggetti sospesi che sembrano fluttuare all’interno del MUSE.

La leggerezza dell’edificio è pensata anche per non ostacolare in alcun modo il visitatore che, varcato l’ingresso, “è protagonista di un viaggio sensoriale a 360 gradi”, come ci raccontano i curatori. “Può toccare il ghiaccio, passeggiare in un bosco, osservare uno strano insetto oppure fissare negli occhi l’uomo di Neanderthal. Può estrarre e mappare il DNA, intervistare un ricercatore all’opera nei laboratori aperti al pubblico, trovare le risposte alle sue domande toccando uno schermo, ascoltare i rumori della montagna, osservare un’orma di dinosauro, sentire il profumo degli alberi, guardare dall’altra parte del mondo, giocare con un peluche, capire l’effetto serra, costruire oggetti, osservare il passaggio dei raggi cosmici, stampare un progetto in 3D”.

Quest’ultima attività rientra proprio nell’idea di “essere molto più di un museo”. Dopo aver esplorato l’alta montagna al quarto piano, la natura alpina al terzo, la storia delle Dolomiti al secondo, si arriva infatti al primo piano: “Dai primi uomini sulle Alpi al futuro globale”. In questa sala ci sarà il modo di confrontarsi su temi di impatto globale e troverà posto anche FabLab, un laboratorio dove chiunque potrà progettare e stampare in 3D le proprie invenzioni o, essendo questo un progetto open source, scaricare e stampare oggetti inventati in altre parti del mondo. Un punto forte di questa sala sarà anche la sfera interattiva NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), sulla quale, guardando la Terra come se ci trovassimo nello spazio, sarà possibile vedere la simulazione di tempeste atmosferiche, cambiamenti climatici, movimento dei continenti e molto altro.

Quando arriviamo al piano terra, la mia testa è già piena di immagini e spunti di riflessione ma mancano ancora due piani importanti prima del termine della visita: quello in cui ci troviamo, in cui troveranno spazio la “palestra della scienza”, dedicata ai fenomeni fisici, e il “Maxi-Ooh!”, uno spazio dedicato esclusivamente ai bambini; e il piano -1, dove si parlerà di evoluzione, dinosauri e DNA.

Il corridoio che ci porta alla conclusione della nostra visita si apre sull’ultima sala del museo, forse la più complessa da gestire, sicuramente la più difficile da immaginare ora che si presenta davanti agli occhi completamente spoglia: “La serra tropicale montana”. Si tratta di una vera e propria green-house dove faranno crescere una foresta pluviale. “La serra ha un punto di riferimento nell’attività di ricerca che il museo svolge da oltre 10 anni sui monti dell’Eastern Arc in Tanzania”, ci spiegano i curatori. “Questa area interpreta, nel contesto globale di sostenibilità, le biodiversità planetarie. È un ambiente fragile, a rischio e minacciato costantemente, che diventa paradigma della necessità di pensare a metodi alternativi di sviluppo”.

Un bellissimo modo per concludere la visita di un museo, efficace anche solo nella descrizione. La sfida iniziale è stata vinta: sono riuscita a visitare un museo solo immaginandolo. E mi è piaciuto parecchio. Ora non mi resta che aspettare il 27 luglio per passare una bella giornata al museo.

Crediti immagine: MUSE

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